Signori, si chiude – Giorgio Nebbia

Nei giorni scorsi, nella riunione a Siracusa dei ministri dell’ambiente degli otto paesi più industrializzati, si è discusso a lungo di come combattere i cambiamenti climatici realizzando una comunità mondiale di paesi a basse emissioni nell’atmosfera di anidride carbonica, il “gas serra” principale responsabile di tali cambiamenti climatici, con tecnologie “a basso contenuto di carbonio”. E’ così riemersa la prospettiva di una ripresa dell’uso dell’energia nucleare che, effettivamente, produce elettricità quasi senza emissione di anidride carbonica, anche se le centrali nucleari lasciano, come residuo, “scorie” radioattive, il cui smaltimento è quanto mai problematico.

La materia prima per la produzione dell’energia nucleare è l’uranio-235, una piccola frazione dell’uranio naturale. Dall’uranio naturale, per trattamenti mediante “centrifugazione”, si ottiene, uranio “arricchito”contenente dal 3 al 4 percento di uranio-235, il “combustibile” necessario per il funzionamento delle centrali nucleari commerciali. Nel corso di alcuni mesi di permanenza nei reattori, entro speciali tubi, l’uranio 235, in seguito all’urto dei neutroni, libera calore (che è poi la “merce” che si vuole ottenere e che si trasforma in elettricità commerciale) subendo “fissione”.

In tale operazione si formano dei prodotti di fissione, tutti radioattivi, costituiti da elementi che hanno più o meno la metà del peso atomico dell’uranio. Inoltre una parte dell’uranio si trasforma in elementi “transuranici”, con peso atomico maggiore di quelli dell’uranio, fra cui il plutonio. Quando gran parte dell’uranio-235 ha subito fissione, i tubi contenenti il “combustibile irraggiato”, pieni di elementi radioattivi, vengono estratti dal reattore. Il combustibile irraggiato può essere conservato in contenitori isolati, a perfetta tenuta, in modo che perda lentamente la maggior parte della sua radioattività con contemporanea liberazione di calore. In alternativa.il combustibile irraggiato può essere sottoposto a operazioni chimiche e fisiche di “ritrattamento” per recuperare il plutonio il quale è “utile” (si fa per dire) come esplosivo per bombe nucleare ma che, essendo anche lui fissile come l’uranio-235, potrebbe essere usato insieme all’uranio in altri reattori nucleari.

In tale “ritrattamento” del combustibile irraggiato il plutonio deve essere separato dai prodotti di fissione da altri elementi tutti radioattivi, un insieme di sostanze che costituiscono le “scorie”. Da anni si discute come e dove sistemare il combustibile irraggiato e le scorie nucleari: occorre un posto in cui gli elementi radioattivi siano perfettamente isolati dall’ambiente circostante, non vengano a contatto con le acque e con nessuna forma di vita.

Tale sepoltura deve essere sicura per tempi lunghissimi. Alcuni prodotti di fissione perdono la maggior parte della loro radioattività in pochi giorni o anni (sono i componenti delle scorie “a vita breve”); altri continuano ad emettere radioattività e calore per migliaia di anni. Il plutonio-239, uno dei componenti delle scorie “a vita lunga”, perde “appena” metà della sua radioattività in 24.000 anni, cioè in 240 secoli, un periodo quattro volte più lungo di quello che ci separa dalle antiche civiltà egiziane e mesopotamiche, due volte e mezzo volte più lungo di quello che ci separa da quando i nostri lontani predecessori hanno smesso di vagare nelle foreste e nelle pianure e hanno costruito i primi villaggi. Le scorie delle attività nucleari devono perciò essere “sepolte” per secoli e millenni: il plutonio per 100.000 anni, praticamente “per l’eternità”. Un cimitero di scorie è difficile da trovare. Finora la proposta più convincente è stata quella di un grande deposito americano a Yucca Mountain, nel Nevada, a 150 chilometri da Las Vegas, nelle viscere di una montagna costituita dalle “ceneri” consolidate di un’eruzione vulcanica avvenuta milioni di anni fa; la località si trova in terre demaniali, di proprietà del governo americano, accanto al luogo in cui negli anni cinquanta del Novecento, sono state fatte esplodere centinaia di bombe nucleari sperimentali.

Nella montagna è stato scavato un sistema di gallerie del diametro di otto metri con sale di deposito, per una lunghezza di otto chilometri. Gallerie e sale sono attraversate da una speciale rete ferroviaria che collega Yucca Mountain con le principali località, sparse nel grande paese, in cui si trovano attualmente i depositi provvisori delle scorie radioattive. Il deposito di Yucca Mountain avrebbe dovuto raccogliere 70.000 tonnellate di rifiuti radioattivi derivanti dai reattori che producono elettricità nucleare commerciale e che producono gli “esplosivi” delle bombe atomiche. I sostenitori dell’energia nucleare hanno sempre sostenuto, citando Yucca Mountain, che non esiste un problema di sistemazione delle scorie radioattive. Invece proprio nei giorni scorsi il governo americano ha dichiarato che intende sospendere le operazioni relative al deposito progettato per Yucca Mountain e che per ora le scorie resteranno dove sono.

Come se non bastasse, subito dopo il governo americano ha deciso anche il disimpegno da un’altra iniziativa “globale” che prevedeva l’ampliamento delle attività di ritrattamento del combustibile irraggiato. Il gesto degli Stati Uniti di voler così evitare la produzione di nuovo plutonio e i rischi di moltiplicazione delle armi nucleari ha il fine di scoraggiare anche altri paesi — quelli che le bombe atomiche già hanno, come India, Pakistan e Israele, e quelli che vorrebbero costruirle, come Iran e Corea del Nord — dalla produzione di altre bombe atomiche: ce ne sono già troppe nel mondo.

La chiusura di Yucca Mountain e il ritiro da iniziative che produrrebbero altro plutonio indicano la volontà degli Stati Uniti di mantenere la promessa fatta dal presidente Obama, in campagna elettorale, di realizzare un mondo senza ami nucleari. Forse un vento di pace e di distensione internazionale comincia a soffiare su questa povera umanità.

Forse comincia anche a soffiare un vento migliore per l’ambiente perché le decisioni americane rendono anche meno conveniente l’energia nucleare commerciale; altro che venti nuove centrali nucleari all’anno, come qualcuno ha detto alla riunione dei ministri dell’ambiente a Siracusa !

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 28 aprile 2009

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