Liberare l’oppressore – Sami Awad

La nonviolenza è empowerment (acquisizione di potere). Permette agli individui di riconoscere che hanno scelte, che hanno la capacità di trattare qualunque tematica d’ingiustizia si trovino ad affrontare individualmente o in quanto comunità.
L’empowerment aiuta a decidere di cambiare la realtà che si affronta, l’ingiustizia, con modalità che porranno fine all’uso della violenza dalla parte avversa. Potrebbe non significare una cessazione immediata della violenza, ma più ci s’impegna nella nonviolenza, più debole diventa la parte avversa.
Tre fattori essenziali contribuiscono alla riuscita della pratica nonviolenta. Primo, si deve arrivare al punto di non accettare più lo status quo; di riconoscere che si vive in una situazione ingiusta. Questo non è limitato al livello politico, potrebbe essere anche a livello sociale, in un quartiere o una famiglia, per esempio. Ma il primo passo è riconoscere che c’è qualcosa di sbagliato e rifiutare di accettare oltre tale situazione.
Secondo, si deve capire che impegnarsi nella nonviolenza richiede una disponibilità al sacrificio. La pratica della nonviolenza comporta un alto livello d’impegno e dedizione. Parlando di sacrificio in una situazione politica, per esempio, la comunità dev’essere pronta a offrire il sacrificio supremo, cioè se stessa, e in quanto agli individui, devono essere pronti a sacrificare la propria vita in una lotta nonviolenta.
Terzo, ci si deve rendere conto che impegnarsi in una resistenza o un attivismo nonviolenti non significa che necessariamente si conseguiranno i propri obiettivi. Naturalmente, questo vale altresì per la violenza, che pure non garantisce la riuscita. La nonviolenza non è una formula magica, bensì una forma di empowerment che permette agli individui e alle comunità di dire di aver dato il meglio di se stessi senza cadere nella trappola d’intensificare la violenza dall’una o dell’altra parte del conflitto.

Investimento a lungo termine

La nonviolenza affronta le questioni in modo più profondo e più reale che la violenza. La violenza non risolve i conflitti, pur mostrando decisamente risultati immediati. Per questo varie persone si impegnano nella lotta violenta, perché così vedono accadere qualcosa di concreto – qualcuno che viene ucciso o il nemico distrutto, per esempio. Ma questi sono risultati a brevissimo termine.
Benché la nonviolenza possa anche in molti casi produrre risultati immediati – seppure non così drammatici e pertanto soddisfacenti per i media, che preferiscono trattare atti di violenza piuttosto che l’attivismo nonviolento – alla lunga la nonviolenza sostiene l’instaurarsi di una relazione continua – e più positiva e migliore – fra le fazioni impegnate in un conflitto. La violenza può porre fine a una certa fase del conflitto per lo squilibrio di potere, ma non tocca le problematiche chiave causa del conflitto né che cosa si può fare per costruire una relazione più intensa per il futuro.
Il potere della nonviolenza sta nella capacità di rendere visibile l’ingiustizia dell’altro. Quando si sia assunto tale potere impegnandosi nella nonviolenza, si espone tale ingiustizia non solo al mondo ma al “nemico” stesso, che molte volte non ne afferra la natura perché le strutture che ha creato per praticare la violenza vengono giustificate nell’ambito dei processi mentali di tale comunità. Prendiamo l’occupazione israeliana, ad esempio: la costruzione del muro o l’occupazione di un altro popolo o la costruzione di insediamenti delle colonie sono giustificate nella mentalità del pubblico israeliano. Ma queste sono strutture, non individui.
Il successo della nonviolenza sta nella capacità di incidere sull’umanità di ogni individuo. Per esempio, durante una dimostrazione del venerdì contro il muro che ha avuto luogo ad Al Ma’sara, un villaggio nella zona sud di Betlemme, un volontario brasiliano avvicinò un soldato israeliano che stava bloccando con altri il percorso dei dimostranti chiedendogli: “Su che cosa verte il conflitto israelo-palestinese?” Il soldato rispose:”Nessuno ci capisce niente del conflitto in questa zona, anche leggendo libri e libri” Il volontario proseguì: “Perché impedisci alla gente di fare resistenza se non capisci il conflitto?” Il soldato rispose:”Sono nel servizio militare obbligatorio; se rifiutassi, sarei in prigione!”
La nonviolenza rompe le strutture di violenza che sostengono il conflitto. Essa fa emergere l’umanità in ciascun individuo, permettendo all’altra parte di vedere che qualcosa è sbagliato e che anch’essi debbono fare qualcosa. Strati di sfiducia, percezioni arbitrarie e paura si sono depositati sopra la nostra umanità condivisa. Da attivisti nonviolenti, dobbiamo scavare dentro e rendere manifesti tali strati.

Richiesta crescente

Dal 2002 la comunità palestinese è diventata via via più consapevole che la resistenza armata e la violenza non hanno portato a nulla, e sta cercando alternative. Pur in tempi di profonda disperazione, non ci si è arresi e si cercano opzioni autentiche per gestire la situazione. E’ aumentata la richiesta per la nostra formazione e i nostri corsi, a un punto tale che non siamo in grado di soddisfarla, così nel 2006 abbiamo formato 27 formatori alla nonviolenza che ci aiutassero nel farvi fronte. E facciamo formazione solo quando invitati.
Ma nonostante l’interesse crescente, la nonviolenza è ancora a stadi molto acerbi in Palestina. La gran parte di coloro che s’impegnano nella nonviolenza risiedono nei villaggi, dove sono direttamente interessati dal muro o dall’invadenza delle colonie, mentre nelle città c’è ancora pochissimo attivismo nonviolento.
E a questo punto è più che altro un movimento di reazione: si reagisce a qualunque cosa ci facciano i militari o i coloni israeliani; se stanno costruendo un pezzo di muro, andiamo a far resistenza, se hanno un posto di controllo, andiamo a cercare di toglierlo, se i coloni si sono presi della terra andiamo a cercare di mantenervi una presenza. Ma perché la nonviolenza abbia successo dev’essere trasformata in un movimento pro-attivo anziché reattivo. Questo vuol dire che dobbiamo decidere quali attività si dovrebbero svolgere e impegnarci in esse, aspettando che siano gli occupanti a reagire alle nostre iniziative. Prima che essi reagiscono dobbiamo svolgere altre attività o un insieme diverso di strategie o nuovi approcci alla nonviolenza. Questo è ciò che manca, a mio parere, nell’attuale contesto palestinese.

Indebolire le strutture di violenza

La nonviolenza è più difficile da sviluppare come strategia che la violenza, ma una volta sviluppata e praticata produce, secondo me, un maggiore successo. Gli insegnamenti di Gandhi e Martin Luther King dimostrano la necessità di sviluppare modalità creative per trattare il conflitto, ed essi distinguono fra esseri umani e strutture: mentre le persone potrebbero sostenere strutture foriere di violenza, queste possono e dovrebbero alla fin fine essere distrutte. Nel contesto palestinese, se adottiamo la violenza contro l’occupazione, finiamo solo per rafforzarne le strutture di violenza e giustificarne la perdurante esistenza. Questo è parte dell’analisi che Gandhi fu in grado di elaborare in India e Martin Luther King negli Stati Uniti. King disse, per esempio, che c’è razzismo negli USA, ma che non vi è innato, è insegnato. Sono strutture a insegnarlo agli individui e sono le strutture che dobbiamo combattere.
La nonviolenza non libera solo gli oppressi, ma anche gli oppressori dalle strutture di violenza che hanno creato, rendendo l’oppressore consapevole dell’ingiustizia, mettendola in evidenza e, ancor più importante, fornendo alternative alle strutture di violenza. Non si può semplicemente distruggere qualcosa senza offrire delle alternative migliori per il futuro. La nonviolenza lo fa.
Lo scorso autunno sono andato in Colombia per la prima volta e ho partecipato a un pellegrinaggio con un gruppo forte e impegnato della Comunità di Pace di Tamera, che è solidale con la comunità di San José de Apartadò, formata da circa 1500 persone che 12 anni fa si dichiararono comunità di pace e continuano a rifiutare di allinearsi con qualsiasi gruppo o milizia violenta, del governo o della guerriglia che siano.
Il pellegrinaggio è stato per me un’esperienza incredibile che mi ha aiutato a rendermi conto di quanto fossi connesso a chiunque altro globalmente come in una famiglia. So adesso più di prima che la violenza ci tocca tutti in qualche modo. Anche se gli strumenti, i meccanismi e le strategie in Colombia sono diversi che in Palestina, le cause soggiacenti e i risultati ultimi sono gli stessi e distruggono (direttamente o indirettamente, intenzionalmente o meno) l’integrità fisica e morale della creazione divina.
Come disse Martin Luther King, “Ovunque vi sia un’ingiustizia … c’è un’ingiustizia dappertutto”. Non importa dove si vive, si è influenzati dalla violenza provata nel più piccolo e più isolato villaggio in Colombia, Palestina, Zimbabwe o Indonesia. Ma è pur vero che guarire dalla violenza e dall’ingiustizia da qualche parte aiuterà a guarire ovunque. Quando cominceremo a vedere la violenza e l’avidità come un’epidemia globale che ha bisogno di guarigione globale, cominceremo a sviluppare gli strumenti, i modelli e i meccanismi che serviranno all’effettiva guarigione.

Ma il primo passo lo si deve fare su scala locale. Individui, comunità, e perfino nazioni, che si trovino di fronte alla violenza e all’oppressione quotidiana devono cominciare a liberarsi dai vincoli della vittimizzazione, da quelle narrative che conducono a vicoli ciechi e azioni interne di auto-distruzione. Questo approccio comincerà a creare le opportunità per una vera guarigione. Non possiamo più chiedere ad altri, implorarli o anche solo supporre, di salvarci se non siamo pronti noi stessi a rischiare tutto per farlo. Non possiamo considerare altri responsabili qualora dovessimo scegliere di non assumerci la nostra responsabilità.

Sami Awad  è Direttore della ONG Holy Land Trust di Betlemme, http://www.holylandtrust.org )

da Prism 2009

21 aprile, 2009, Vicky Samantha Rossi intervista Sami Awad sul potere della nonviolenza.

http://www.transnational.org , disponibile anche su:

www.esaonline.org/Images/mmDocument/PRISM%20Archive/Features%202009/LiberatingTheOppressorMarApr09.pdf

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Sereno Regis

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