Etica della Terra e Dharma – Roberto Burlando

La vera riflessione etica, qui considerata nelle versioni dell’etica “della Terra” e del dharma,
non può non costituire per ciascuno una guida per (ri)trovare il senso della vita e di ciò che
facciamo per vivere, il lavoro. Se non assolve a questa funzione essa si riduce a vana
elucubrazione mentale o, peggio, a ennesimo strumento di inganno.
Poco tempo fa ho regalato il nuovo libro, Il pane di ieri, di Enzo Bianchi (il priore di
Bose) alla mia Mamma, che ama le buone letture e ancor più quelle che parlano della
sua stessa terra (è monferrina come lui). Ricordo bene di aver subito pensato a lei,
quando ho visto il libro, che le sarebbe piaciuto e che era un regalo che mi piaceva
farle, ma sono anche consapevole di aver pensato – subito dopo – che sarebbe
interessato anche a me leggerlo, tanto più avendo visto il riferimento esplicito che sul
retro di copertina veniva fatto all’etica “antica” di quella terra.
Io sono nato a Torino e qui ho vissuto la maggior parte dei miei anni (sia pur non di
molto nell’insieme) ma nel Monferrato sono sempre e spesso stato di casa – fin da
piccolo quando con i miei andavo a trovare gli zii (per la precisione zii di mia madre)
ed a scorrazzare nell’ampio cortile della loro casa o mi arrampicavo sul fienile e mi
calavo poi nella stalla. Da loro e con loro ho passato pezzi di estate e Pasque, Natali e
vendemmie, prima cercando di aiutare lo zio in campagna e poi – da adolescente e
ancora per un po’ – usando le (poche) abilità acquisite per lavoretti presso alcuni
contadini del posto, a fare il “brentau”, o presso la Cantina sociale, a pesare e
“gradare” le uve. Ancora adesso vado spesso in Monferrato a trovare i miei, che vi si
sono trasferiti dopo la pensione.
I racconti di Enzo Bianchi mi pare descrivano la vita quotidiana di una generazione
precedente alla mia ma riconosco molte delle cose che racconta, le ho viste intorno a
me e le ho ascoltate. Lo zio era rimasto vedevo presto e non si era risposato né aveva
avuto figli e viveva con la sorella, facendo il contadino e in particolare il vignaiolo. Da
lui ho sentito e colto frasi e azioni, esempi e lezioni assai simili a quelli che ho letto nel
libro, ritrovandoli col ricordo anche in quello che era il fare silenzioso della zia. Di lui
ricordo soprattutto il silenzioso comandamento cui si atteneva, quel fare le cose che
erano da fare senza lamenti, esagerazioni o esasperazioni che, mi pare, costituisse
l’essenza stessa della sua vita, o forse della vita in generale.
La cosa che, a ripensarci, mi appare più rimarchevole è proprio la semplicità e
naturalezza della loro vita, libera dalla retorica dei grandi discorsi vuoti che oggi
imperversano ovunque senza peraltro che mancassero le capacità (si sentiva, le
poche volte che l’occasione davvero lo richiedeva) di affrontare i temi grandi della
vita, quel senso di vivere la vita direttamente, senza girarci intorno e soprattutto
senza raccontarla troppo – né a se stessi né agli altri – per enfatizzarla o valorizzarla
in qualche modo. In quella semplicità mi trovavo bene e ad essa mi pare di tendere
nuovamente, dopo tanti “giri” (attività, riflessioni, contorsioni, errori, fatiche) che mi
hanno portato a sentirne la mancanza e ad apprezzarne la quieta profondità.
Ricordo che provai/trovai quello stesso senso di intensa semplicità e verità nella
prima visita che feci a Bose, da studente sedicenne che si sentiva sulle spalle il peso
dell’intero mondo e delle sue ingiustizie e che faticava a comprendere il senso della
propria vita dei primi veri turbamenti affettivi – porta aperta su profondità il cui
senso e i cui confini sembravano impossibile da raggiungere. Ritrovai quel senso
nella semplicità delle costruzioni e degli arredamenti, nell’organizzazione del tempo e
nella diretta schiettezza delle persone, in particolare di una giovane coppia che mi
“prese con sé” mentre vagavo sui sentieri intorno e cercavo risposte ai miei problemi
nel buio della prima notte e poi di Enzo Bianchi.
Quando si imbatterono in me i due fidanzati chiacchieravano del loro presente e
futuro passeggiando alla luce della luna; il loro tempo era prezioso (dissero o capii
che lui stava facendo il militare ed era in licenza per pochi giorni) ma lo stesso mi
presero con loro, come se fosse la cosa più naturale del mondo e non ci fosse altro da
dire o fare nella circostanza, e mi offrirono quell’ascolto e comprensione che non
avevo chiesto né ero fino ad allora riuscito a trovare in altri, e che forse non credevo
neppure possibile.
Da allora, credo, quella semplicità che consente di arrivare al cuore delle cose – e
degli uomini – è per me una aspirazione profonda, e negli anni ho imparato a
pazientare se l’arrivarci richiede a tratti giri complicati e tortuosi. Ormai so che si
tratta di “asperità del terreno” che riesco solo ad aggirare con fatica e con un percorso
tortuoso e so anche che procedendo un altro po’ vedrò quel percorso dall’alto, solo
allora individuando un via che sarebbe stata più diretta e veloce, se solo avessi avuto
maggior abilità o visibilità, e sulla quale posso cercare di portarmi per il resto del
tragitto.
Le deviazioni, però, a volte portano anche a scoperte inaspettate e preziose, ad
individuare altri percorsi possibili o strade che arrivano allo stesso punto cui si è
giunti e che proseguono poi insieme o offrono nuove possibilità di scelta, a volte
senza che sia possibile stabilire quale è la continuazione di quale.
Una delle poche scoperte davvero sorprendenti in cui mi sono imbattuto negli anni
dopo la mia visita a Bose, e che ho “riconosciuto” subito come tale per quel profondo
senso di semplicità e naturalezza, è la filosofia dello Yoga ed in particolare il codice
etico – il Dharma – che ne costituisce l’ossatura portante.
Più passa il tempo e più mi accorgo che questa etica spunta fuori in ogni dove e ad
ogni occasione… Sembra essere in ogni cosa, in ogni circostanza, con quelle sue
caratteristiche di semplicità e naturalezza che a volte appaiono forti ed evidenti, altre
solo dopo che lo sguardo riesce a superare lo strato di nebulosità che avvolge le cose.
Se non le trovo quantomeno so che ciò vuol dire che sono su di un tratto tortuoso e
prima di continuare lungo di esso cerco di intuire dove può essere il percorso più
diretto… non sempre lo vedo e allora mi rassegno, cercando di non protestare con me
stesso.
Credo questa etica costituisca ciò che io percepisco di quel “codice etico universale e
impersonale” di cui parlano alcuni autori, e a volte mi chiedo perché io lo abbia “visto”
e riconosciuto nella sua completezza nella forma del dharma anziché in una diversa
versione, e magari prima, ma in genere sono semplicemente contento di riuscire a
cercare di viverlo come meglio mi riesce. Mi ha colpito, tempo fa, leggere del percorso
del filosofo francese F. Jullien, che è vissuto a lungo in Cina cercando una prospettiva
“altra” da cui guardare alla filosofia occidentale. Anche a me è parso che una
prospettiva diversa e “distante” da quella solita possa aver consentito uno sguardo
più d’insieme, una forma meno “ridotta”, distorta e gravata dal peso delle tante
interpretazioni diverse che già conosciamo e dobbiamo confrontare.
Nel suo libro Enzo Bianchi offre con grande semplicità e immediata franchezza un
esempio di queste distorsioni quando parla del principio della purezza tradotto e
tramandato in un improbabile comandamento di “non fornicare”. Qualcuno si è perso
su un qualche tratto del suo percorso tortuoso e non è più riuscito a trovare, o almeno
a trasmettere, quella essenziale semplicità che è verità. Il problema è che queste
deviazioni vengono assunte e tramandate e contagiano tanti, allontanandoli dalla
essenzialità. Certo nelle attuali condizioni questo sembra persino facilitare la vita, se
ci si accontenta… ma le semplificazioni eccessive e il riduttivismo non hanno la stessa
fragranza e non soddisfano come l’essenzialità, che si avverte come un profumo che
non si può non riconoscere e che apre il cuore, si vede, si sente, si tocca, si beve come
quell’acqua che sola disseta. Come si fa ad accontentarsi di altro?
Il fatto è, per me, che i comandamenti delle vecchie terre piemontesi che esprimono
questa essenzialità e che Enzo Bianchi ripropone (notando come tre dei quattro che
egli ricorda siano stati oggetto anche della riflessione di Norberto Bobbio in De
Senectute) io, sia pure in forma diversa, li ho sentiti e visti all’opera a tratti nella mia
infanzia e adolescenza e li ho ri?trovati più tardi nel Dharma, così come lo comunica e
lo incarna un grande maestro di Yoga. Questa considerazione mi pare cruciale: mi
dice che l’ essenzialità la può comunicare davvero solo chi la vive, chi la ri?cerca
costantemente. E, forse, se riusciamo a percepirne il fascino e ad esserne
impressionati è perché una parte di noi la riconosce e la desidera, la cerca.
Certo nella versione piemontese i precetti etici assumono, almeno per me, un senso di
famigliarità sorridente, un po’ ironica; specie il secondo, quell’ “esageruma nen” (non
esageriamo, non prendiamoci troppo sul serio) che il priore di Bose ci dice serve a
mitigare il primo, “fa el tè duver”, che è cruciale e non va scordato o eluso ma neppure
deve scadere nell’eccesso di rigidità.
Nello Yoga il “dovere” di ciascuno (swadharma) deriva dal codice etico universale
(Sanatana Dharma) in funzione delle propria fase di vita e capacità umane e morali (il
livello evolutivo). Il proprio dovere è dunque qualcosa di personale – anche se in
varie circostanze può essere analogo per più persone – ed è essenziale “scoprirlo” per
dare (trovare) senso alla propria vita. Come molte cose richiede impegno e rigore e
può apparire tanto più faticoso quanto meno lo si riconosce come parte di sé, della
propria “essenzialità”.
Lo psicologo e divulgatore statunitense Scott Peck spiegò ai suoi lettori (in The road
less travelled), immersi in una società già allora essenzialmente consumistica, questa
sua (ri)scoperta scrivendo che occorre rendersi conto che la vita (una vita che vale la
pena vivere) è difficile, ma che quando si comincia a riconoscere che lo è – perché
richiede impegno e fatica, perché non tutto ci è semplicemente dovuto – allora essa
diventa assai meno difficile e molto più interessante.
Una parte importante del proprio dovere, quella su cui si è maggiormente discusso in
Occidente, è il lavoro e forse proprio questo ha contribuito a distorcere da noi il senso
di quel “dovere” rendendolo sinonimo di obbligo, fatica, impegno vincolante imposto
dall’esterno. Ma non deve necessariamente essere così, neppure da noi – come ben
argomenta Alberto Peretti ne “I giardini dell’Eden” attraverso un interessante
excursus lungo la filosofia occidentale – e certo non è così nello Yoga. Il lavoro
costituisce una parte cospicua della vita di ciascuno di noi ed è solo in parte (quanta
dipende dal tipo di lavoro e di società in cui si lavora) un vincolo imposto dall’esterno,
costituendo in realtà una attività in cui ciascuno di noi esprime parte di se stesso,
delle proprie abilità e dei propri valori, della propria relazionalità. Probabilmente
proprio la concezione del lavoro come obbligo imposto dall’esterno ha contribuito a
renderlo, nella nostra società, progressivamente sempre più così e dunque sempre
meno diffusamente una nostra scelta e forma di autorealizzazione. Non era così nella
“civiltà contadina” di cui ci racconta Bianchi e che io ho conosciuto attraverso gli zii,
forse perché lì ciascuno era direttamente responsabile di se stesso e del proprio
lavoro, poteva e insieme gli toccava assumersi le direttamente le proprie
responsabilità.
Il termine sanscrito che indica il principio etico dell’impegno personale è Yajna, che si
traduce come “compiere un atto sacro” (sacrum facere) – cioè “un’azione difficile e
dolorosa, tollerata e anche voluta per il beneficio degli altri” (Pannikar 2006, pag. 63)
e per amore loro. Infatti per lo Yoga “tutta la creazione è un sacrificio e il ruolo di
questo mondo temporale è rifare in senso inverso il sacrificio creatore e ritornare a
Dio” (Pannikar 2006, pag. 62) ed esso, come tutte le grandi visioni spirituali, ritiene
che il modo migliore di rendere grazie a Dio sia amare e servire gli altri, donarsi ad
essi senza divenirne succubi o perdersi. Ma questo impegno personale, che è il
proprio dono alla vita ed agli altri ed atto sacro, deve essere considerato nel quadro
delle grandi mete della vita di ciascuno: il comportamento etico, il benessere ed il
piacere intesi nel senso più ampio ed infine l’elevazione spirituale.
Il lavoro è la modalità (l’unica etica nella fase adulta, prima del pensionamento o della
rinuncia) con cui gli uomini sostengono se stessi, la propria famiglia e la comunità di
cui sono membri. Quando produce risultati positivi non solo per se stessi il lavoro
costituisce un dono di sé agli altri attraverso il proprio impegno, capacità ed anche
fatica. Il dono però ha valore in quanto scelta deliberata e personale, non se è una
condanna imposta, da cui non si può ma vorrebbe fuggire. Il suo valore poi è maggiore
quanto più esso impiega le proprie migliori abilità nel servizio degli altri: in genere
ciò implica una auto?direzione, non passivo adeguamento a ciò che altri richiedono o
impongono. Nella prospettiva dello Yoga, dunque, il sacrificio è anche realizzazione
personale attraverso il dono di sé, una concezione significativamente diversa da
quella a cui siamo abituati nell’ambito della cultura occidentale e della sua visione
economica tradizionale.
Se è vero che tornare indietro non si può conviene però anche riconoscere che molto
probabilmente da un bel pezzo la nostra organizzazione economica e del lavoro ha
smarrito il senso di essere uno strumento al servizio della realizzazione dell’uomo per
assumere dinamiche autonome, che spesso sembrano ormai aver ben poco di umano.
In queste circostanze guardare ad un passato più ricco di senso e di motivazioni non è
una operazione di retroguardia ma un passaggio necessario per cercare di ritrovare il
sentiero che si è perso e con esso il senso della vita stessa.

Bianchi E, 2008, Il pane di ieri, Torino, Einaudi
Burlando R, 2008, Modelli di sviluppo, etica ed economia Gandhiana, in P. Grasselli e
C. Montesi (a cura di), L’interpretazione dello spirito del dono, Milano, Angeli, pp.
108?149.
Dalai Lama, 1999, Ancient wisdom, modern world. Ethics for a new millennium,
London, Little, Brown & C
Jullien F, 2004, Deviazione in Cina di un greco, in La stella del mattino. Laboratorio
per il dialogo religioso, n. 4
Pannikar R, 2006, Il dharma dell’Induismo, Milano, Rizzoli
Peretti A, 2008, I giardini dell’Eden. Il lavoro riconciliato con l’esistenza, Napoli,
Liguori
Scott Peck M, 1978, The road less travelled, ed.it 1985 Voglia di bene, Frassinelli
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Roberto Burlando insegna Politica economica e Finanza etica e microcredito presso la Facoltà di Scienze Politiche di Torino. Per anni si è occupato, oltre che di teorie economiche, di psicologia economica, economia sperimentale e di fondazioni etiche e metodologiche dell’economia, e di filosofia morale e Yoga.

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