AFFARE DI DONNE? – Jake Lynch

I nostri due film di giornalismo di pace, News from the Holy Land e Peace Journalism in the Philippines, si aprono entrambi con due versioni della stessa storia. Nel primo, è un attentato suicida su un autobus a Gerusalemme, che ha ucciso 7 bambini e 16 adulti; il secondo riporta la morte di 11 pendolari per attacchi con bombe al distretto finanziario di Manila e a due città nell’isola meridionale di Mindanao.
Il primo resoconto in ciascun caso è redatto come esempio classico di giornalismo di guerra, e lo presento io. Nel secondo si aggiungono elementi di giornalismo di pace, essenzialmente contestualizzando i fatti nudi come riportati nell’altra versione, e la reporter è la mia partner, Annabel McGoldrick. Lo scopo è mostrare come apparirebbe – per immagini e, altrettanto importante, per sonoro – un’alternativa realistica.
Annabel ha mostrato in successione le due versioni sul fatto di Gerusalemme intervistando soggetti, in uno studio psicologico che svolge un’opera pionieristica nella misurazione delle reazioni differenziali del pubblico rispettivamente al giornalismo di guerra e di pace:

“La versione da giornalismo di guerra è stata generalmente trovata:

1.   Più difficile da ascoltare;
2.   Soggetta a indurre un senso di sconnessione o ‘stacco’;
3.  Generatrice di intensi sentimenti di tristezza e disperazione; e
4.   Carente di contesto ed equilibrio.

Mentre invece la versione da giornalismo di pace era:

1.  Più facile da ascoltare;
2.  Densa di opportunità di ‘connettersi’ con la storia, perfino di imparare qualcosa di nuovo;
3.  Rincuorante e più ricca di speranza; e
3.  “Equilibrata” – termine usato da 9 degli 11  intervistati (1).

Tali risultati confermano il feedback informale di molti studenti e partecipanti a laboratori che condividono la stessa esperienza di aver visto entrambe le versioni, il cui contenuto è in gran parte comune: scene che mostrano i danni causati dalle esplosioni; risposte dell’apparato ufficiale; immagini e – nel caso fiilippino – brani d’intervista ai sopravvissuti. Ciascuna versione da giornalismo di pace contiene una o due altre brevi sequenze originali, ma i filmati mettono a confronto e in contrasto tra loro quelle che si possono ancora riconoscere come riprese diverse della stessa storia. Sono ovviamente differenti le parole e il tono con cui vengono pronunciate.
Annabel viene considerata da quasi tutti gli spettatori più facile da seguire. Abbiamo tutti e due voci ben impostate per le necessità di trasmissione, frutto di lunga esperienza, ma quella di Annabel è stilisticamente ben diversa, pone in risalto empatia e comprensione, entrambe qualità atte a un giornalismo di pace. E’ una voce di donna: il giornalismo di pace può forse essere svolto meglio dalle donne che dagli uomini?
In un prossimo libro, Johan Galtung e io consideriamo questa possibilità:
Sotto il dominio del patriarcato i gusti maschili prevarrebbero e le donne si sentirebbero più alienate dai notiziari: ‘così tante notizie cattive’. Questo pare plausibile e s’accorda con l’evidenza aneddotica, ma richiede esplorazioni empiriche per uscire dal regno dell’essenzialismo…
E poi, che le donne siano più interessate a notizie di pace che di guerra concorda con l’esperienza rilevata da recenti ricerche secondo le quali le donne sono spesso più efficaci come operatrici e portatrici di pace. Se le donne credono e si basano di più degli uomini sul far rete orizzontalmente per la cura di altre persone anche questo  è più simile al moderno lavoro di pace  a livello di singoli, ONG, ecc. che non la tradizionale fiducia maschile nell’organizzazione verticale come gli stati per la gloria dei principi, dei loro successori e in nome di qualche principio
” (2).

In questo passo c’è un indizio per una domanda considerata da alcuni attiviste mediatiche come più interessante e importante di quella se le donne siano giornaliste di pace migliori. Il punto principale è: fino a che punto gli sforzi di estendere il giornalismo di pace e le campagne per i diritti femminili nei media si possono considerare la stessa lotta?

Strutturalismo e oltre

ll giornalismo di pace si basa in definitiva sul saggio spartiacque di Galtung (e Mari Holmboe Ruge) The Structure of Foreign News [La struttura delle notizie estere] (3), scritto ormai più di 40 anni fa (ha la mia stessa età!). Ci sono volute le note tesi della ‘teoria del gatekeeper” (il guardiano “simbolico” o “selezionatore” delle notizie, ndt), per esplicitare il fatto che il giornalismo implica la scelta di cosa includere e cosa tralasciare, e oltre a questo l’ulteriore cruciale consapevolezza che il processo di selezione non è casuale, ma modellato, strutturato. I pezzi che si lasciano filtrare – e quelli che no – sono di solito gli stessi, su ciascun versante.
Accettare queste regole è la chiave per una carriera di successo nella tipica forma organizzativa verticale dell’industria delle notizie. Si ha la sensazione che le donne, per sopravvivere e prosperare in tale ambiente, spesso si trovino (ancora) di fronte a pressioni per mostrare che sono in grado di riprodurre la serie di precetti e assunti inscritti nella nozione di ‘valori della notizia’ – le convenzioni individuate da Galtung e Ruge.
Alcuni anni fa svolgemmo un’indagine a livello mondiale sui giornalisti, chiedendo che cosa mai impedisse loro di svolgere il proprio ruolo di servizio pubblico di favorire i dibattiti in ambito democratico. Parecchi citarono una “cultura macho” come uno dei principali impedimenti. Uno – un autorevole presentatore televisivo BBC – disse che è altrettanto colpa delle donne se assecondano tale cultura che, in tempo di guerra, si espresse come fascinazione per le armi hi-tech: “Il problema è che una volta che le truppe cominciano a muoversi sul terreno, i media elettronici si fanno infettare dall’entusiasmo per il whizzbangery (la magia delle armi high tech, in particolare i proiettili da cannone a tiro rapido, ndt). Questo è di solito caratterizzato come una cosa da maschi dalle femministe più accese, mentre invece alcuni degli esempi più impressionanti sono femminili” (4).
Nel nostro libro Peace Journalism, Annabel e io cerchiamo di sbrogliare questo groviglio, riflettendo su come le persone istruite entrano nel giornalismo e di come, apparentemente, esse facciano una sorta di check in (registrazione, ndt) ‘all’ingresso’ lasciando tutto quello che hanno imparato sul pensiero critico. (Molti, dopo tutto, provengono da corsi di laurea in scienze umane o sociali di buone università.) Le versioni da giornalismo di guerra delle due storie sugli attentati rappresentano in modo tipico l’idea che la notizia ci dice ‘le cose come stanno’, a scapito di qualunque vera considerazione su come si è giunti a quella situazione. Il perdurante dominio di questa forma di rappresentazione mediatica dei conflitti può collegarsi, riteniamo, a temi più ampi, specificamente alle gerarchie discorsive che rafforzano una miriade di assunti culturali e politici nelle tradizioni di pensiero occidentali.
Se il saggio di Galtung-Ruge appartiene alla prima influentissima ondata di strutturalismo, queste osservazioni c’introducono nell’era del post-strutturalismo, e al concetto di ‘logocentrismo’. Jacques Derrida notava le opposizioni binarie che sembrano essere “già da sempre” presenti ogni volta che scriviamo, parliamo o perfino pensiamo nelle tradizioni in cui viviamo. Una era il privilegiare il discorso alla scrittura – ‘la presenza’, o la dinamica di come sono le cose e di come appaiono rispetto all’’assenza’: ciò che si suppone aver preceduto o potrebbe potenzialmente seguire. Un’altra era quella degli uomini rispetto alle donne.
Tali elementi binari vengono mantenuti, secondo Derrida, dalla consuetudine nei sistemi di pensiero occidentali di rimettere i giudizi a una ‘corte d’appello’ finale, un concetto organizzativo centrale o “significante trascendentale”, cui si attribuisce status ontologico. Perfino filoni di pensiero apparentemente antagonistici sono congiunti, a questo proposito, come parte della stessa tradizione. Per l’economia politica classica questo potrebbe essere ‘il mercato’; per l’economia politica marxista, ‘la classe’. E così via.
In seguito, altri autori, particolarmente le femministe francesi come Helene Cixous, hanno raccolto ed elaborato le idee di Derrida per sostenere che il patriarcato – la dominazione maschile del potere, incluso quello della rappresentazione e della definizione – anch’esso sostiene tale schema, e ne è sostenuto: da cui il suo neologismo ‘Fallogocentrismo’ per riferirsi al privilegiare il maschile (fallo) nella costruzione del significato. La struttura logica del nostro dissertare, dice Cixous, protegge coloro che occupano la posizione privilegiata nei termini dicotomici facendo sembrare naturali le posizioni gerarchiche.
In altre parole, l’atto stesso di spegnere le proprie facoltà di pensiero critiche, tanto più per interiorizzare un sistema di pensiero logo-centrico imperniato su un concetto sacrosanto come ‘i valori della notizia’, equivale a sostenere l’ineguaglianza e la sottomissione. Se ne coglie nitidamente il senso in due frammenti di testimonianza raccolti da ricercatori dell’associazione internazionale svedese per i diritti delle donne Kvinna till Kvinna (da donna a donna, ndt), come parte di uno studio che mostra il grado di marginalizzazione delle voci femminili nei reportage sui conflitti dei media svedesi. Le citazioni provengono da risposte raccolte dall’associazione, evidentemente strutturate mediante un’analisi particolareggiata dei contenuti. Un redattore maschio, Karl Viktor Olsson, responsabile degli affari esteri all’agenzia stampa centrale svedese Tidningarnas Telegrambyrå (TT), disse loro:

“Dobbiamo parlare alle persone che prendono le decisioni, che sono di solito uomini. Non è compito dei giornalisti cambiare la società, e il fatto che l’ineguaglianza del nostro mondo si rifletta nei nostri reportage non mi disturba”.
Una delle ricercatrici di Kvinna till Kvinna, Agneta Söderberg Jacobsen, replica (5) che, lungi dall’essere ‘neutrale’, questo rende i media complici nella perpetuazione di gradienti di potere che trattengono le donne dall’essere adeguatamente rappresentate e dall’esaudire il loro potenziale, senso colto in una seconda risposta da Inna Michaeli, della Women’s Coalition for Peace in Israele:
Si scelgono i versanti; si sceglie il versante del potere, che ci marginalizza. Si dice che non ci sono donne in posizioni chiave, ma se si parla con noi diventeremo importanti.

Pensare-doppio
Nulla di quanto sopra per dire che molti giornalisti, ivi comprese certamente parecchie giornaliste, siano inconsapevoli del ‘pensare-doppio’ inerente all’adozione della prima delle posizioni riportate, dopo che il lavoro di Galtung e Ruge, Derrida, Cixous e tanti altri l’hanno posto in evidenza. Un’altra esperta giornalista della BBC in onda dal vivo, la corrispondente ONU (ex-corrispondente politica) Laura Trevelyan, ha scritto alcuni anni fa un articolo per un sito web dedito alle carriere, intitolato Come essere un reporter politico TV di rete, in cui dava il seguente consiglio:
“Anzitutto, non fate un corso di laurea triennale di giorrnalismo!
La percezione nel settore di questi corsi, corretta o no che sia, è che si passa molto tempo su quelli che si definiscono vagamente ‘studi mediatici’ che trattano argomenti come la distorsione nei media e atteggiamenti in genere – nessuno dei quali è [sic] affatto utile per essere un reporter.
Si può anche uscire d’università con nozioni piuttosto preconcette su come è strutturata l’azienda mediatica, il che non vi aiuterà”.
Può darsi, sostiene la giornalista, diventata accademica, Barbie Zelizer, che queste siano nient’altro che le scariche elettriche prodotte da due “comunità interpretative” diversissime in attrito l’una con l’altra. La questione veramente interessante, implicita nel giornalismo di pace, è sino a che punto può aver luogo un’interpenetrazione fra di esse. La causa della pace è stata vista sovente come sovrapposta alla lotta contro il patriarcato, già in sé una forma di violenza strutturale e culturale e progenitore di violenza diretta in varie forme. Queste sono lotte che dovrebbero considerarsi sovrapposte pure nell’ambito dei media. Il loro successo si misurerà dall’ accendersi del pensiero critico sul giornalismo, come una moltitudine di punti di luce nel firmamento dei media.

Note

(1) McGoldrick, Annabel 2008: ‘Psychological effects of war journalism and peace journalism’, Peace and Policy edizione 13.

(2) In: Lynch, Jake and Galtung, Johan, 2009: Reporting Conflict: New Directions in Peace Journalism, Brisbane: Queensland University Press (imminente).

(3) Galtung, Johan and Ruge, Mari H., 1965/1980: ‘The Structure of Foreign News’, Essays in Peace Research, Ejlers: Copenhagen, Vol. IV, pp 118-51.

(4) Citato in: Galtung, Johan, Lynch, Jake and McGoldrick, Annabel, 2006: Reporteando Conflictos, Mexico City: Edizioni Fernando Montiel.

(5) In una presentazione alla Commissione per il Giornalismo di Pace della conferenza biennale della International Peace Research Association, Lovanio, Belgium, luglio 2008.

20.04.09
Traduzione italiana a cura di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: WOMEN’S BUSINESS
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1154

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