In Africa: il Camerun – Johan Galtung

Queste riflessioni riguardano una non-notizia da un paese che non si trova molto in alto nella scala dei paesi, con élite non famose per il mondo, senza particolari di rilievo da riferire, a parte una cosa quasi permanente: un paese che lavora, con gente gentile, garbata, sorridente, generosa – 18 milioni – nel bel mezzo dell’Africa; in pace con se stesso e con gli altri.
Sì, è vero, c’è corruzione, ci sono poveri ma poca miseria, 250 gruppi linguistici dei quali 24 principali, per lo più dialetti bantu; 40% cristiani, 20% musulmani, 40% di religioni africane; colonizzato nel 1884 dall’esercito tedesco chiamatovi da missionari americani, e con rivolte di africani reclutati in quell’esercito (ci sono monumenti!); dopo la prima Guerra Mondiale fu assegnato in mandato fiduciario a Francia e Inghilterra; indipendente dal 1960 come federazione di una parte francofona e di una anglofoba, quindi repubblica unitaria, ora in corso di decentramento nelle sue dieci regioni e suddivisioni territoriali. Con poca o nulla violenza nel paese e in buone relazioni con i vicini. Un conflitto con la Nigeria è stato aggiudicato alla Corte Internazionale di Giustizia il cui arbitrato è stato attuato dall’ONU nel modo dovuto. In altri termini: nessuna notizia degna di nota da parte di media patologicamente dipendenti dalla violenza, laddove l’Africa offre qualche leccornia ai non tanto garbati omini della stampa (de)pressiva (gioco di parole più evidente in inglese: (de)press, ndt).
Con inglese e francese come lingue ufficiali e un numero sorprendente di persone che le padroneggiano entrambe – e sovente il tedesco per giunta – nonché due o tre lingue africane, fluenti in due dei loro quattro dialetti locali bantu. Il paese più simile in Europa potrebbe essere la Svizzera, con il suo schwyzerdütsch (dialetto tedesco parlato in Svizzera, ndt). Ben pochi paesi possono eguagliare questo miracolo linguistico. Il Camerun ha anche integrato il diritto Comune inglese e quello Romano francese. Diversità e simbiosi.
Membro del Commonwealth britannico, della Communauté Française e dell’Organizzazuione della Conferenza Islamica, è un perno comunicativo.
La struttura amministrativa è francese, con re e capi locali talvolta integrati come funzionari pubblici, ambivalenza che evita parecchie beghe. Viaggiando in auto nel periodo natalizio del 1961 da Oslo a Marrakech e finito in un souk, mi chiesero cosa ci facessi e risposi alla Proust à la recherche du temps perdu, cioè alla ricerca di storia smarrita. In Camerun c’è poco dello stile e del protocollo perso in Occidente, mentre esiste una formazione alla gestione dei conflitti in complesse società-villaggio.
Quest’Africa in miniatura ricca in risorse ha tre ecosistemi: dal deserto del Sahel presso il lago Ciad a nord alla foresta pluviale verso il Gabon; una montagna sacra alta 4.000 metri; e una bellezza mite, robusta, come le sue donne. Pace, lavoro, patria è il loro motto, con nulla di aggressivo in quest’ultima parola. La loro esperienza è importante: la pace è possibile, una realtà su cui edificare, da approfondire, ampliare e trasmettere agli altri.
Sicché diventano leader nell’Africa francofona per gli studi sulla pace, come il SudAfrica in ambito anglofobo, sulla base dei loro notevoli processi di riconciliazione degli anni 1990. E il notevole pluralismo del Camerun trova un’altra espressione: non c’è probabilmente altro luogo al mondo dove la spiritualità teologica, l’analisi concettuale filosofica, l’empirismo sociologico e la pratica di mediazione vadano così a braccetto come all’Université Protestante d’Afrique Centrale di Yaoundé (la capitale politica, mentre quella economica è Douala). In occidente, le quattro discipline citate pensano di non aver nulla da imparare dalle altre, una perdita per tutte.
Hanno conservato stili, rituali e tradizioni, proprie e occidentali, assenti nel mondo “sviluppato” con il suo brutale atteggiamento fattuale verso questioni delicate  e dure, leggere e ostiche. C’è molto da imparare da quest’Africa che non ha avuto la sfortuna rwandese di due sole componenti, una maggioranza povera e una minoranza ricca, che rammenta al mondo il genocidio di 15 anni fa.
In un recente saggio di base, Seeds of New Hope: Pan-African Studies for the Twenty-First Century [Semi di nuova speranza: studi pan-africani per il ventunesimo secolo] (Africa World Press, 2009), Raïs Boneza nel suo “Compendio del conflitto dei Grandi Laghi” punta alle ricche risorse africane per gestire il conflitto. Come Yash Tandon nel suo capitolo su “Cause radicali della mancanza di pace” egli individua in connessioni esterne le radici del conflitto e della violenza.
L’Africa ha tribolato con il modello di sviluppo occidentale basato sull’ideologia di Ricardo dei “vantaggi comparati”: se si ha abbondanza di mano d’opera economica e risorse sostanziose, si usi la prima per estrarre le seconde e si adotti un’esperta “assistenza allo sviluppo” per promuovere l’esportazione. Per l’Africa sarebbe decisamente migliore il modello giapponese del più bravo economista dello sviluppo del XX secolo, Kaname Akamatsu: miglioramento della vita umana mediante la sanità e l’istruzione, buone infrastrutture, elaborazione delle risorse a livelli sempre più alti, investimento del profitto da valore aggiunto in scienza e tecnologia, sfuggendo così alla ben congegnata trappola di Ricardo.
Rattrista vedere legname in deposito per l’esportazione anziché per la sfida della sua valorizzazione o per lasciarlo a catturare carbonio nella foresta pluviale; ma il Camerun è in movimento con un alto livello d’istruzione, una densa rete di cliniche rurali e buone strade di grande comunicazione.
Il Camerun potrebbe imparare dalla Cina come sollevare il ceto più basso con una cooperazione pubblico-privato a livello di comunità e dall’America Latina su come un’economia dei bisogni fondamentali possa essere complementare al capitalismo occidentale. E gli 840 milioni di africani potrebbero imparare dall’America Latina ad accelerare l’integrazione: con sub-regioni a servizio dell’Unione Africana, una Banca Africana a complemento della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale; e un giorno un afro come l’euro, magari come valuta comune anziché singola; una TV Africa-Afrique come la multi-angolare AlJazeera e la Telesur latinoamericana. No a basi USA e alla presenza militare delle ex-potenze coloniali, particolarmente francese. E… un comando africano congiunto?
L’Africa renderebbe un gran servizio al mondo sviluppando forme di democrazia tendente alla costruzione del consenso e a una democrazia di condivisione del potere anziché il primitivo sistema elettorale uninominale secco, in cui il vincitore prende tutto, modello elettorale maggioritario spesso imposto, così simile alla cultura di guerra.
Ci vorrà un po’ di tempo per questo Rinascimento Africano. Il disaccoppiamento si accompagna al riaccoppiamento con l’Europa con sempre maggiore equità, uguaglianza, pari dignità, rispetto. E’ tutto nelle carte della storia: ci saranno molti Camerun in Africa.
E il Camerun diventerà sempre più Camerun, costruendo sull’equità, la diversità e la simbiosi; in altre parole, sulla pace.

Yaoundé, 13.04.09

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: INTO AFRICA: CAMEROON
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1111

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