Una democrazia liberale? – Jake Lynch

Quando vedo una BMW Mini penso sempre a casa. Il nostro ultimo indirizzo inglese prima di trasferirci in Australia, era a Cowley, un sobborgo di Oxford, da quasi un secolo centro manifatturiero automobilistico. In effetti, il salone in cima alla nostra strada era stato il vecchio circolo sociale Morris, dove i dipendenti andavano a rilassarsi fra un turno e l’altro in linea di produzione. Tutte le Mini che si vedono per strada oggi provengono dalla fabbrica di Cowley, che è stata un raro successo nella storia recente del settore.

Tuttavia, l’altro giorno gli attuali proprietari in Germania hanno fatto sapere a centinaia di operai del montaggio che erano licenziati. Proprio così. Molti – i cosiddetti interinali – hanno avuto solo un’ora di preavviso prima di sapere che la loro fonte di mantenimento era venuta meno. I sindacati hanno subito sollevato l’argomento ovvio, cioè che le regole del vantato mercato del lavoro flessibile britannico permettevano alla BMW di cavarsela buttando sprezzantemente in discarica quei posti di lavoro, mentre a casa propria in Germania non sarebbe stato loro permesso.

Io stesso ho subito un trattamento simile un paio d’anni fa, quando  lavoravo come reporter e presentatore alla BBC a Londra. L’azienda annunciò unilateralmente che stava “cambiando il modo di rapportarsi alla comunità dei freelance”, il che faceva parte di un attacco di logoramento ai termini e condizioni d’impiego per giornalisti e tecnici occasionali. Noi, come gli interinali di Cowley, non eravamo coperti da contratto nazionale di categoria, che offre almeno un minimo di protezione, pur se lontano dalle consultazioni obbligatorie per i datori di lavoro in Germania.

La diffusione di tali espedienti è equivalente a una violazione dei diritti fondamentali. La Convenzione 87 dell’International Labour Organisation (ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro OIL), che la Gran Bretagna ratificò nel 1950, impegna gli stati firmatari a “prendere tutte le misure necessarie e appropriate per assicurare che lavoratori e datori di lavoro possano liberamente esercitare il diritto a organizzarsi”. Dovrebbe esserci qualche modo d’ottenere una copertura sindacale se vogliono, anche per i collaboratori autonomi. La Carta Europea dei Diritti Fondamentali prevede che i lavoratori siano consultati su cambiamenti significativi nel loro posto di lavoro, nonché un limite alle ore di lavoro cui possono essere chiamati. Solennemente proclamata da tutte le istituzioni UE, essa è ora vincolante per tutti i paesi membri eccetto la Gran Bretagna e il Portogallo.

La situazione negli Stati Uniti, dove iniziò l’aggressione antisindacale neoliberista, mostra qual è la posta in gioco. Un collega, recentemente arrivato all’università di Sydney da un campus USA, ha voluto metterci in guardia contro qualunque tentativo contrario al nostro posto di lavoro sindacalizzato:

“Vi dico la mia personale esperienza di impiego nelle università USA non-sindacalizzate, da ultimo in quella di Pittsburgh. In primo luogo, la paga in un ambiente universitario non-sindacalizzato è molto più bassa, sia in termini assoluti sia e tanto più in termini relativi per tutti salvo i personaggi di primo piano strapagati. Le facoltà finanziarie forse fanno di più negli USA, ma quelle sociologiche molto meno.

Secondo, in quella situazione non ci sono aumenti annui. C’è un aumento modesto (5%-10%) alla promozione da assistente a professore associato, purché si ottenga la titolarità di una cattedra. In metà dei casi (altrimenti) dopo sei anni si è semplicemente licenziati. Ovviamente, ti possono negare la cattedra anche se le qualificazioni relative sono positive, a discrezione del rettore. E se si ottiene una cattedra, si può anche non avere più un aumento, perché i decani sanno bene che è difficile per il corpo docente con una certa anzianità di servizio spostarsi da una università a un’altra.

Terzo, in ambiente non-sindacalizzato l’offerta salariale dell’amministrazione è ultimativa. Punto e basta. Nelle università USA, per lo più, il magnifico rettore annuncia un aumento fisso generalizzato (valido per tutti salvo gli amministratori-capo, ovviamente) che è generalmente una frazione al di sotto del tasso d’inflazione. In anni magri il magnifico rettore annuncia un blocco salariale, mai più compensato in seguito. Gli accademici USA vedono per lo più calare i loro stipendi anno dopo anno nel corso delle loro carriere”.
Venezuela

Qui c’è ovviamente un paradosso. USA e UK generalmente si considerano campioni di liberal-democrazia, avvezzi ad accusare altri di violazioni di diritti. Il Dipartimento di Stato USA pubblica una verifica annua, paese per paese, tramite il suo Bureau of Democracy, Human Rights and Labor. Ecco che cos’ha da dire nell’ultima relazione sul Venezuela: “La politicizzazione dell’apparato giudiziario e le intimidazioni nei confronti dei media e dell’opposizione politica hanno continuato a caratterizzare la situazione dei diritti umani nel corso dell’anno”.

Il gran numero di nomine di giudici di destra nella Corte Suprema USA, dopo la sua decisione di aggiudicare a George W. Bush l’elezione presidenziale del 2000, presumibilmente non viene considerata un politicizzazione dell’apparato giudiziario, ma non soffermiamoci su questo per il momento. Il Venezuela ha recentemente fatto notizia perché il suo presidente Hugo Chavez ha vinto un referendum che gli permette di candidarsi illimitatamente alla rielezione, rovesciando una clausola costituzionale che permetteva solo due turni presidenziali. Il che ha provocato qualche attacco di panico anche fra suoi simpatizzanti all’estero – dopo tutto il limite di due turni per la Casa Bianca garantiva che dopo otto anni Bush se ne sarebbe presto andato.

Ma vale la pena guardare più da vicino la questione della libertà dei media in Venezuela. John Pilger, nel suo premiato documentario The War on Democracy [La guerra alla democrazia] fa presente che arrivare a Caracas e accendere il televisore vuol dire rendersi conto di quanto sia assurda l’idea di un Venezuela come paese in cui è negata la liberà d’espressione. I canali TV privati sono dichiaratamente contrari al governo. Infatti, quando Chavez fu rapito da rinnegati militari nel 2002 e brevemente rovesciato da un colpo di stato, il nuovo leader, un dirigente d’azienda di nome Pedro Carmona si vantò:

“Per fortuna, abbiamo un’arma grandiosa, cioè i media. Come avete visto oggi voi e la gente, né l’esercito né le forze armate hanno sparato un sol colpo: merito dei media”.

Il film di Pilger mostra come i canali privati avessero sobillato il sentimento anti-Chavez al parossismo, ricorrendo anche a un fotomontaggio che lo mostrava in divisa nazista. Il colpo di stato scattò dopo che una dimostrazione anti-governativa fu dirottata dal percorso programmato da provocatori-ombra fino a uno scontro con sostenitori di Chavez.

Al tempo stesso, cecchini con fucili ad alta velocità cominciarono ad abbattere qua e là i marciatori anti-governativi. Tuttavia, i canali tv mostrarono immagini di dimostratori pro-Chavez che, al riparo di un edificio all’estremità di un ponte cittadino, sparavano con pistole, apparentemente sui loro avversari.

I commentatori in onda non ebbero esitazioni a incolpare il presidente e i suoi difensori di sedici morti e centinaia di feriti – una versione degli avvenimenti fatta passare per ufficiale, faceva notare Pilger, sia dalla Casa Bianca sia dalle reti USA.

Il film mostra tre immagini-chiave, che in quei giorni non ebbero molta diffusione, che smentiscono tale versione dei fatti. Una è di un cecchino in controluce contro un tabellone pubblicitario molto al di sopra delle manifestazioni. Una seconda mostra i sostenitori di Chavez che si rannicchiano sul ponte cercando di tenersi fuori dalla linea di fuoco, e la terza è ripresa dall’alto della scena e rivela che la strada sotto il ponte, da dove venivano puntate le pistole, non era affollata di avversari ma visibilmente vuota. Pertanto quel giorno i sostenitori di Chavez non avrebbero potuto rendersi responsabili delle sparatorie, essendo davvero chiaro, dice Pilger, che “stavano cercando di difendere se stessi”.

Il documentario svela anche la complicità dei canali TV nella trama eversiva. Un gruppo di generali dell’esercito appare sullo schermo, con uno di loro che legge una dichiarazione che condanna la violenza e chiede a Chavez di dimettersi. Ma Pilger acclude anche un brano del corrispondente locale CNN, che rivela come la messa in scena fosse effettivamente stata registrata giorni prima. Lo scontro per strada era una macchinazione nonché il pezzo forte di una cospirazione per liberarsi del presidente.

Uno dei canali coinvolti, RCTV, non riuscì a farsi rinnovare la licenza di trasmissione nel 2007, una mossa che intensificò le critiche all’amministrazione Chavez da parte di osservatori dei diritti umani e dei media. Il viceredattore-capo della pagina editoriale del Washington Post, Jackson Diehl, definì l’azione un tentativo di zittire gli oppositori e una “prova” in più che Chavez è un “dittatore” e scrisse che “Chavez ha reso chiaro che il suo problema con Granier [Marcel Granier, proprietario di RCTV] e con RCTV è politico”.

Tuttavia, allorché il gruppo di pressione FAIR (Fairness and Accuracy In Reporting [Equità e precisione nel riferire]) fece notare sulla propria rivista Extra! che:“se una situazione simile dovesse verificarsi negli USA, e giornalisti e dirigenti TV venissero colti a cospirare con gli organizzatori del colpo di stato, è dubbio che rimarrebbero fuori dalla prigione, e ancor meno che venisse permesso loro di continuare a gestire stazioni televisive, come invece avviene in Venezuela”.

Quando Chavez tornò al potere, le stazioni commerciali rifiutarono di trattare la notizia, mandando invece programmi di intrattenimento – nel caso di RCTV, il film di Richard Gere/Julia Roberts, Pretty Woman. John Dinges, un ex-redattore della National Public Radio divenuto professore alla Columbia University, disse al programma radiofonico Marketplace:

“Quel che ha fatto RCTV semplicemente non può essere giustificato alla luce di qualsivoglia principio giornalistico… Quando un canale TV omette di riferire una notizia, smettendo di trasmettere in periodo di crisi nazionale, non perché costretto, ma semplicemente perché in disaccordo con quel che succede, viene meno la facoltà di difendere quel che si fa secondo principi giornalistici”.

Quando Patrick McElwee del gruppo di esperti Just Foreign Policy intervistò rappresentanti di Human Rights Watch, Reporters Without Borders e del Committee to Protect Journalists, che condannarono tutti l’azione del Venezuela, trovò che nessuno dei portavoce pensava che le emittenti avessero automaticamente diritto a rinnovi di licenza, sebbene nessuno di loro fosse del parere che le azioni di RCTV a sostegno del colpo di stato dovessero comportare un mancato rinnovo. Il che portò McElwee a chiedersi –come osservò FAIR – “Potrebbe essere che i governi come quello del Venezuela abbiano il diritto teorico di non rinnovare una licenza di trasmissione, ma che nessun governo responsabile lo farebbe mai?”

La questione centrale è che i canali TV fanno uso di beni comuni -– le onde hertziane o un’orbita geo-stazionaria – per il cui privilegio vengono regolamentate un po’ ovunque, solitamente mediante la concessione di licenze da parte dello stato, come in Venezuela, a fronte di certi adempimenti – specialmente l’aderenza a quelli che il professor Dinges chiamava “principi giornalistici”.

Realizzare i diritti umani
Il punto principale è che tali distorsioni servono a oscurare tematiche reali nel realizzare i diritti umani e nell’esercizio della democrazia da parte della gente comune nella vita quotidiana. Con quel referendum era la decima volta che Chavez si presentava a un voto popolare in dieci anni da quando era al potere, vincendone nove, ma il suo paese è spesso descritto come una “democrazia illiberale”. Il redattore di Newsweek International, Fareed Zakaria, lo descrive come una “democrazia grezza”e non si fa scrupolo, da giornalista, di etichettare il suo presidente come un “poco di buono”.

Eppure Chavez guida uno dei rari governi che tentano di estendere i diritti e le protezioni disponibili alla gente che lavora, anziché taglieggiarli per compiacere le lobby d’affari. Ispettori statali tengono seminari per operai nelle fabbrica in orario di lavoro istruendoli sui regolamenti di sanità e sicurezza. L’iscrizione ai sindacati sta aumentando, non calando come negli USA e UK, e per quanto ci riguarda anche in Germania. Altre scene di War on Democracy mostrano clienti di supermercati gestiti dal governo che comprano pacchi di riso in confezioni che riportano, stampati sul retro, brani della costituzione del paese, che garantisce il diritto ad alimentari a prezzi accessibili, garantendo quindi il potere d’acquisto reale dei salari,.

Le misure per controllare i prezzi al minuto dei generi di base rappresentano uno dei molti tentativi dell’amministrazione Chavez sia all’interno che all’estero di offrire e sostenere alternative al modello neo-liberista dell’organizzazione socioeconomica, che ha travolto la democrazia sociale nel mondo ricco negli anni 1980, e da allora è stata esportata in tutto il mondo in via di sviluppo da istituzioni finanziarie internazionali e dal potere delle lobby d’affari.

Il World Millennium Summit (Vertice Mondiale del Millennio), tenuto all’ONU nel settembre 2000, viene spesso considerato come il luogo in cui i diritti umani sono stati posti al centro dell’agenda di questo ente mondiale. L’allora Segretario Generale Kofi Annan scrisse nella sua Relazione del Millennio: “Nessun cambiamento nel modo in cui pensiamo o agiamo può essere più critico di questo: dobbiamo porre le persone al centro di tutto quel che facciamo… Sta evolvendo un nuovo concetto di sicurezza… un approccio più umano-centrico di sicurezza al contrario del concetto tradizionale stato-centrico”.

Noam Chomsky ha individuato un forte contrasto, tuttavia, fra questa sagra di chiacchiere ampiamente farcite di luoghi comuni e il South Summit (Vertice del Sud) a Cuba, che ebbe luogo alcuni mesi prima. La differenza è che i capi del mondo in via di sviluppo, i paesi del G77 che si presentarono per la prima volta alla Conferenza ONU sul Commercio e lo Sviluppo negli anni 1970, avevano una visione nitida delle forze che inibiscono il raggiungimento di una reale democrazia e dei diritti umani per milioni di loro concittadini.

La Dichiarazione del South Summit richiedeva la “riformulazione delle politiche e delle opzioni sulla globalizzazione da una prospettiva di sviluppo”, ed era, dice Chomsky, “aspramente critica delle forme specifiche d’integrazione internazionale che sono state imposte da parte del potere concentrato politico ed economico – quel che si chiama globalizzazione nella retorica Occidentale”.

Del suo appello a “promuovere rispetto per tutte le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti fra i quali il diritto allo sviluppo” sottolinea Chomsky, “la prima parte è incantamento rituale: il diritto allo sviluppo [è uno dei diritti che] gli USA hanno respinto con forza”. Il Vertice Sud chiedeva che le relazioni economiche internazionali fossero “basate sulla giustizia e l’equità”. Per questo, meglio guardare al modello venezuelano, sotto molti aspetti, piuttosto che ai paesi ricchi del mondo.

Il politico veterano del laburismo australiano Kim Beazley, in pensione dal 2007, in un discorso parlamentare correlava esplicitamente “la democrazia sul posto di lavoro” con la salute della democrazia politica stessa. E il “vecchio” commentatore Alan Ramsey del Sydney Morning Herald, ha riprodotto nel suo editoriale vari brani del discorso di Beazley, dicendo “Rendiamoci conto di questo: quando si vuole assalire la democrazia, si attaccano per prima cosa i sindacati. Quando si vuole ristabilire la democrazia, si ricomincia coi sindacati. Sono il nerbo e l’anima di quel che dà forza e potere al movimento democratico”. E’ un nesso stabilito troppo di rado nei media e nel discorso politico ufficiale, qui e altrove. E dove sovente iniziano le vere problematiche dei diritti umani.

Traduzione italiana a cura di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale:  A LIBERAL DEMOCRACY?
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=853

I commenti sono chiusi.