Disertare la guerra – Nanni Salio

Non esistono lavori sufficientemente  ampi che raccontino la storia di coloro che si sono opposti alla guerra come obiettori di coscienza o come disertori sia individualmente sia organizzando movimenti di resistenza alla guerra.
Bisogna attendere, di volta in volta, che qualcuno racconti dal vivo la propria esperienza. Ha provato a farlo Joshua Key con Il racconto del disertore (Neri Pozza, Vicenza 2007) nel quale descrive, con toni essenziali, scarni e sinceri la sua vita in clandestinità dopo aver rifiutato di tornare in Iraq. Per quattordici mesi, insieme alla moglie e tre figli, si sposta di città in città attento a sfuggire alla polizia, sino a varcare la frontiera e trovare rifugio in Canada, meta sin dai tempi del Vietnam dei disertori e obiettori statunitensi.
Il potere militare fa di tutto per non dare notorietà a questi casi, che spesso passano sotto silenzio o suscitano scarsa attenzione. Solo la scrittura lascia un ricordo e può impedire che scenda l’oblio su coloro che con grande coraggio sono disposti a sfidare il militarismo imperante.
La vicenda raccontata da Key richiama quella di altri autori e di altri personaggi, raccontati talvolta in chiave quasi onirica, come ha saputo fare magistralmente Tim O’Brien nel descrivere il sogno del soldato Cacciato che in fuga rocambolesca dal Vietnam intende raggiungere Parigi (Inseguendo Cacciato, Feltrinelli 2007).
Oppure ci obbligano a prestare attenzione a quello sparuto ma determinato gruppo di refusnik israeliani che si sono rifiutati di andare a massacrare i palestinesi a Gaza (si veda il video che riprende le loro dichiarazioni fatte durante una manifestazione pubblica a Tel Aviv, http://www.webmov.org/wpress/2009/01/14/). E aiutano a non dimenticare altri come il tenente Ehren Watada (“Lieutenant Watada’s War Against the War”, The Nation, 26 giugno 2006, http://www.thenation.com/doc/20060626/brecherwebvideo ) che nel giugno 2006 si rifiutò di partire per l’Iraq considerando tale guerra illegale secondo il diritto internazionale. Vicenda quasi da manuale, sostenuta con tenacia dal movimento Courage to Resist (www.couragetoresist.org ), ma purtroppo poco conosciuta e seguita anche dai movimenti per la pace su scala internazionale.
Eppure è questa una, sebbene non la sola, delle più importanti strade da seguire se vogliamo porre definitivamente la guerra “fuori dalla storia” e dalle vicende umane: disobbedire, obiettare prima che sia troppo tardi, non essere complici con la nostra obbedienza. Gli ostacoli sono molti, ma non insuperabili, a cominciare da quelli della cattiva informazione, della propaganda militarista, dell’ ignoranza e dello stato di degrado in cui vive gran parte di coloro che vengono reclutati come “carne da cannone”.
Di questo ci parla efficacemente Joshua Key quando descrive la sua infanzia, l’incredibile iniziazione all’uso delle armi avvenuta sin dalla più tenera età, la totale disinformazione di massa (la vera “arma di distruzione/distrazione di massa”) in cui versa gran parte della popolazione più povera e diseredata degli Stati Uniti, e infine le cose dette e ripetute mille volte, tra bugie e reticenze, anche dai media dominanti: terrorismo dell’esercito USA, uccisione di civili, violazione dei diritti umani, violenze su donne e bambini. Lo spettro di sempre, di ogni guerra, alla faccia del diritto internazionale, dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e così via per ogni accordo internazionale ridotto a carta straccia.
Troppo, anche per chi, come Key, non ha certo avuto la possibilità di conoscere la cultura della nonviolenza, ha a mala pena finito la scuola superiore, ma possiede alcuni principi fondamentale di onestà che lo aiutano a ribellarsi quando, tornatoa casa per una licenza, comincia a sperimentare la sindrome di stress post traumatico che gli crea dei veri e propri blackout cerebrali e decide di non fare più ritorno in Iraq.
Con una punta di pessimismo si potrebbe dire che sono cose note, documentate in tutti i particolari, ma che tuttavia hanno permesso sinora solo di scalfire il complesso militare-industriale-corporativo-scientifico che continua a dominare la politica internazionale.
Sino a quando?
Sino a quando continueremo a obbedire ciecamente e passivamente!
Ma qualcosa si muove non solo nei movimenti di base, non solo nelle richieste come quella fatta da Johan Galtung, di affrontare questa problematica non imponendo l’onere della prova a chi rifiuta il servizio militare e/o disobbedisce ai comandi militari: “Perché devono argomentare coloro che rifiutano di uccidere ed essere uccisi, invocando ordini divini, legali o razionali, e non piuttosto quelli disposti a uccidere ed essere uccisi? C’è da sperare che l’onere della prova venga presto posto su chi obbedisce agli ordini, non su chi disobbedisce.” (si veda l’articolo integrale nella Newsletter n. 2009/04).
C’è anche chi, come il veterano della guerra in Iraq, Evan Knappenberger, chiede che venga riconosciuto esplicitamente il diritto di obiettare ai soldati in servizio (“Acknowledge soldier’s right to object”, http://seattlepi.nwsource.com/opinion/399345_evanonline10.html ).
Piccoli segni di speranza per un futuro senza guerre, anche grazie a chi come Joshua Key ha saputo disobbedire e disertare.

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