NONVIOLENZA IN IRAQ – appunti da un incontro con Martina Pignatti – a cura di Enrico Peyretti

I media conformisti non fanno conoscere il lavoro e le realtà di nonviolenza, specialmente in regioni del mondo fissate sotto un’immagine unica di violenza. In Iraq c’è una società civile attiva, costituitasi già nel 2003, dopo Saddam. “La-onf”, parola che significa in arabo nonviolenza, è un gruppo informale nazionale. Il suo lavoro, partito dalla denuncia delle violazioni dei diritti sotto Saddam è proceduto alla denuncia delle violazioni nuove, sotto l’occupazione. Ma, al di là della denuncia, c’è la riflessione sulle metodologie di lotta nonviolenta, per la promozione dei diritti.
Nell’ottobre 2008, dall’11 al 17,  si è tenuta ad Amman, in Giordania, una settimana della nonviolenza, che voleva svolgersi attorno al 2 ottobre, giornata gandhiana mondiale indetta dall’Onu, nell’anniversario della nascita del Mahatma. Si sono coinvolte associazioni da tutti i 18 distretti dell’Iraq: 116 organizzazioni, più 63 che non erano parte di La-onf. In totale si sono sensibilizzate 20.000 persone.

Di questa realtà ha riferito a Torino, il 14 gennaio, nel Centro Studi Sereno Regis, Martina Pignatti, dell’Università di Siena, dottoranda a Oxford in economia politica, dell’associazione “Un ponte per…”.
Gli iracheni sono stanchissimi della violenza, vogliono ridurre la violenza e difendere i diritti.
La-onf è un gruppo di persone con idee diverse, unite sulla base della nonviolenza, per un Iraq libero e pacifico. Il loro interesse e attenzione alle lotte nonviolente in varie parti del mondo è “umanitario”. Rifiutano l’occupazione e la guerra, sono per lo stato di diritto, per una cultura di pace e di dialogo. Vi aderiscono molti curdi, che pure videro l’arrivo dei soldati Usa come liberatori.
La-onf celebra la cultura storica nonviolenta, specialmente nel mondo islamico, ed è collegata con la rete nonviolenta nei vicini paesi islamici (libanesi, palestinesi, giordani). Il gruppo La-onf è stato fondato nell’aprile 2006 dall’associazione Al-Mesalla (il nome si rifà al codice di Hammurabi), che è partner dell’italiana “Un ponte per…”. Il gruppo ha per scopo il rafforzamento delle risorse umane. È laico, ma aperto anche a gruppi religiosi e politici. Al-Mesalla partecipò al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel 2005.
I partecipanti alla settimana di formazione di Amman erano metà di Al-Mesalla, metà di un gruppo religioso proveniente da Falluja. Non si conoscevano ancora tra loro. C’era anche un giornalista di Al-Sadr, che è il braccio armato dei partiti iracheni. Tenne la formazione Jean-Marie Muller, il filosofo francese della nonviolenza (molti suoi libri sono tradotti in italiano), alcuni formatori palestinesi, operatori del Teatro dell’oppresso. I partecipanti stessi hanno diffuso in Iraq questi spettacoli teatrali come mezzo per spiegare e proporre l’azione nonviolenta. Sono rimasti in contatto tra loro nel gruppo La-onf.
La prima settimana della nonviolenza si era tenuta nel maggio 2006, in occasione del  1° maggio festa del lavoro, per i diritti del lavoro, per lo sciopero come tipico mezzo nonviolento. Quindi, non solo riduzione della violenza, ma difesa nonviolenta dei diritti.
Il gruppo La-onf è strutturato per ogni provincia, poi in gruppi di 7 province, collegati in una mailing-list, e in una commissione nazionale di uomini e donne: ci sono quote riservate alle donne, la cui partecipazione è difficile, perché la loro sicurezza negli ultimi anni è diminuita.
In grande maggioranza sono volontari, due persone lavorano part-time retribuite.
Provengono da sensibilità politica – alcuni di loro manifestarono nel 1973 contro il golpe in Cile – ma non militano nei partiti. Durante gli anni dell’embargo (1991-2003) sono rimasti isolati.
Parteciperanno al prossimo Forum Sociale Mondiale a Belèm, in Brasile. Parleranno dell’opposizione nonviolenta contro le basi Usa. C’è stata una manifestazione nonviolenta a Falluja contro la permanenza statunitense nella città oggetto della strage con bombe al fosforo del novembre 2004.  I nonviolenti iracheni sono in collegamento con le Donne in nero internazionali e con l’IFOR (International Fellowship of Reconciliation, in Italia Movimento Internazionale della Riconciliazione, MIR). Il referente nazionale è Ibrahim Diarbil, curdo. Intendono preparare un Forum iracheno della nonviolenza a Erbil, nel Kurdistan iracheno.
Sono molto coraggiosi: anche soltanto per attaccare un manifesto sono minacciati da gruppi armati. Sarebbe importante costituire in Italia un gruppo di appoggio a La-onf.
Sono disponibili foto e resoconti delle prime attività in Iraq, che procedono senza incidenti nonostante la scelta degli attivisti di organizzare alcuni dibattiti pubblici in aree a rischio come
Sadr City (Baghdad), dove la popolazione civile si sente dimenticata e in balia delle fazioni armate che combattono per il controllo dell’area.
I gruppi locali di Hawija, Kerbala e Salah ad-Din hanno tenuto importanti conferenze sulla prevenzione della violenza elettorale con il coinvolgimento in ogni evento di decine di associazioni,
funzionari pubblici e intellettuali, mentre a Kut il gruppo La-Onf ha incontrato direttamente referenti dei partiti politici per presentare le proprie proposte e rivendicazioni. Numerose le iniziative dei gruppi giovanili.
A Najaf gli studenti universitari hanno organizzato l’evento di lancio della settimana nel campus della Facoltà d’Arte, illustrando gli obiettivi del movimento nonviolento a più di 200 studenti.
A Salah ad-Din alcuni attivisti hanno organizzato una partita di calcio nello stadio di Aalam tra squadre di giocatori affiliati a diversi partiti politici, mentre a Babil si è svolto un Festival della Pace per bambini e ragazzi. Sappiamo che si stanno svolgendo con successo altre attività a Bassora, Baghdad, Samawa e Falluja.

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Martina Pignatti è stata l’estate scorsa a Erbil, al primo incontro nazionale di La-onf. Risponde a molte domande poste dal pubblico numeroso e partecipe.
Le azioni di La-onf sono varie: educazione dei bambini, riconciliazione, diritti dei prigionieri, dialogo coi gruppi della resistenza armata (come faceva Gandhi nella situazione indiana). Le donne lavorano specialmente coi bambini e fanno attività politica nelle Università.
A fine mese ci saranno elezioni amministrative, importanti perché il governo centrale può ben poco sul territorio. Nella settimana dell’ottobre 2008 si è trattato in particolare della violenza elettorale, che produce violenza strutturale.
Non ci sono leaders rilevanti. L’attitudine è pragmatica: pensano che si può sempre fare qualcosa, secondo le circostanze, anche le più difficili.
Hanno fatto incontri coi rappresentanti dei partiti, hanno parlato e cercato spiegazioni con i gruppi armati. I più, per ora, non hanno corso troppi rischi, ma alcuni  impegnati per i diritti umani, sono stati uccisi.
C’è corruzione, i partiti hanno bracci armati. Ma La-onf è riuscita a portare nel Media Center trasmissioni sulla nonviolenza. Sono buoni i rapporti con tutte le comunità religiose, cristiani, sanniti, sciiti (uno di questi parla di nonviolenza ogni venerdì in moschea). La motivazione religiosa islamica per la nonviolenza – che fu schiettamente la motivazione di Badshah Khan, il “Gandhi musulmano”, in India-Pakistan – è solo di una minoranza, ma credono nell’islam come religione della pace e dell’amore.
A Mosul nell’ottobre del 2008 ci sono state persecuzioni di cristiani e solidarietà con loro da parte di musulmani. A Samara si è ottenuta una legge che vieta le armi-giocattolo.
Fanno un buon lavoro coi media. Tra i membri di La-onf ci sono dei giornalisti. Nella settimana della nonviolenza un giornale locale ha dedicato due paginate all’evento. Sono ascoltati nei media perché fanno mobilitazione, non solo teoria. C’è una buona attività coi gruppi tribali, per fermare i meccanismi tradizionali di vendetta, aiutando a sostituirla con le compensazioni monetarie (a Falluja) e anche arrivando ad ottenere richieste di perdono (azioni simili furono realizzate in Kosovo nel periodo della resistenza nonviolenta guidata da Ibrahim Rugova, prima della degenerazione armata dell’UCK). Tutto ciò rafforza la coesione sociale, che è elemento necessario alla difesa nonviolenta.
È importante far venire in Italia alcuni di questi nonviolenti iracheni. Verranno a Torino nella prima settimana di aprile Ibrahim, curdo, e Selam, di Falluja. Bisognerà finanziare i loro trasferimenti. Verso fine gennaio dovrà istituirsi un sito di scambio (analogo a Facebook) sulla resistenza nonviolenta in Medio Oriente, che dovrebbe chiamarsi Daitun, cioè olivo, nel senso di pace, e anche di resistenza, tipica di quella forte pianta.

Testo in attesa di revisione da parte della relatrice

Foto-racconto delle attività:  http://www.peacelink.it/conflitti/a/27439.html
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