I sogni di mio padre – Recensioni di Laura Operti

I sogni di mio padre. Un racconto sulla razza e l’eredità è un bellissimo libro di 460 pagine che si legge tutto di un fiato. E non soltanto perché chi l’ha scritto è attualmente presidente degli Stati Uniti d’America,  ma perché racconta insieme alla sua vita, che per vicende familiari è cosmopolita, a tratti difficile, piena di svolte e di entusiasmi , la fisionomia dei luoghi in cui questa si dipana: le Hawai, Giacarta, Nairobi,  Chicago, Los Angeles, New York, Harward, e altre città europee e americane. E’ un percorso affascinante, denso di conoscenze, d’informazioni, di suggestioni  che si trasmettono  al lettore. E’ un libro in cui l’intensità dei sentimenti che si esprimono va di pari passo con l’acutezza della descrizione delle realtà antropologiche e  sociali che Barack  Hussein Obama attraversa nella fase  della sua vita che va dalle origini  fino al matrimonio con Michelle. Più interessante di molti saggi accademici sull’argomento
Il libro fu scritto nel 1995 quando Obama fu il primo afroamericano a essere eletto presidente della Harward Law Review, mentre frequentava la Facoltà di Giurisprudenza, e questo fece gola a un editore . “Mi misi al lavoro  convinto che la storia della mia famiglia, e i miei sforzi per ricostruirla, potessero in qualche modo aiutare a comprendere la disgregazione razziale che ha caratterizzato l’esperienza americana, così come lo stato mutevole dell’identità ( i cambiamenti nel tempo, il conflitto tra culture eccetera) che contraddistingue la nostra vita moderna.”p.9. Il libro fu ristampato nel 2004, anno in cui fu candidato al senato come rappresentante dell’Illinois, e da allora sono ancora passati anni decisivi per Obama, per fargli crescere dentro l’idea che possa esserci un  candidato afroamericano come lui alla presidenza degli Stati Uniti. Dalle pagine del libro si capisce  forse da dove gli siano venute, insieme a mille altre sorgenti, la forza, la sicurezza di sé che lo hanno portato a vincere la competizione e affrontare l’enorme impegno che ciò comporta: l’aver osservato  molto da vicino realtà e culture differenti, con un elemento comune “la povertà”, la difficoltà del vivere, la disperazione. Questa conoscenza ,”vera”, profonda,  è  un valore aggiunto per un presidente che  ha tra le idee- guida del suo programma la lotta all’emarginazione, alla diseguaglianza sociale, al pregiudizio razziale, che ancora esiste, anche se in forme attenuate rispetto al passato.
Il libro dunque si legge ora come autobiografia di un presidente, invece è stato scritto molto prima , quando Obama tra le  chances che la vita riserva ai “volonterosi”,  includeva per sé anche quella di scrittore;  per questo il libro è così ampio, con i dialoghi fittissimi  “ricostruiti”, come apprendiamo dall’Introduzione, nonostante il libro “ si basi sui diari o sui racconti orali della famiglia “p. 19
Tutte le tre parti, in cui è suddiviso il libro  Le origini, Chicago, Kenya, più un Epilogo, coinvolgono emotivamente, ma quella da cui mi sembra  poter trarre maggiori chiavi interpretative è  Kenia, il viaggio di scoperta delle radici paterne .
C’è il Kenia, la gente, il paesaggio “antico e selvaggio”, i  parchi con i magnifici  animali  che Obama  coglie in tutta la loro quieta bellezza: “il mondo simile a un libro animato, a una favola, a un quadro di Rousseau”p.377. E c’è la sua caparbia volontà di incontrare il più possibile tutta la sua famiglia, i fratelli,  le sorelle, (tra tutte la più cara e amica è Auma  che gli fa da guida), ma anche i cugini, gli zii,  i nipoti,  la nonna, e attraverso i racconti della nonna,  la storia della sua etnia i Luo, che quando arrivarono ad Alego dall’Uganda , in cerca di acqua e di pascoli per le loro grandi mandrie di bestiame , trovarono “già altre tribù , di lingua bantu, e furono combattute grandi guerre” pg.418. Tutta la fantastica narrazione della nonna ha nel testo caratteri corsivi, perché è come se di fronte al passato, per fare arrivare fino a noi la voce degli antenati e di suo padre, di tutto quello che fu la sua vita prima e dopo che lasciò Honolulu,  quando il figlio aveva appena due anni,  si dovesse ascoltare e trascrivere in altro modo, per una forma di rispetto.
Il padre era arrivato negli Stati Uniti, all’Università delle Hawaii a 23 anni, nel 1959 con una borsa di studio  e fu il primo studente africano ; successivamente ebbe ancora l’opportunità di studiare economia a Harward. Poi tornò in Africa. Obama conobbe il  padre quando aveva 10 anni e il padre rimase in visita per un mese a Honolulu con lui, sua madre, bianca originaria del Kansas e i nonni materni . Non molti i ricordi, una figura severa che lo rimprovera perché vedeva troppa televisione , poi una  conferenza che lui fece nella scuola che il piccolo Obama frequentava da bambino, invitato dalla maestra,  sulla lotta del Kenia per l’ indipendenza dagli Inglesi. E poco altro .
Ma come finisce questo capitolo?
“Il giorno della partenza mio padre ritrovò due dischi, due quarantacinque giri ..‘Barry mi ero dimenticato di questi. I suoni del tuo continente.…Dài, Barry. E’ ora che impari dal maestro.’ Improvvisamente quel corpo magro cominciò a ondeggiare  avanti e indietro con le braccia alzate in aria come a tessere una rete invisibile….la testa reclinata all’indietro e  le anche che descrivevano cerchi stretti. Il ritmo accelerò, i fiati aumentarono di volume,  lui seguiva a occhi chiusi la musica, lasciandosi trasportare da quel piacere, poi aprì un occhio e mi diede una sbirciata. Sorrise e sorrise anche mia madre ….Feci qualche passo tentennante a occhi chiusi con le braccia che ondeggiavano. Il canto cresceva d’intensità. Lo sento ancora oggi:  nel momento in cui seguii mio padre  in quella danza, lui lanciò un grido alto e cristallino, un grido che si lasciava  tutto alle spalle,  per raggiungere qualcosa di più alto, un urlo che finiva in una risata piena di lacrime.” p.91
Sono questi i ricordi, magistralmente reinterpretati  nella memoria, che fanno della presidenza di -Barack Hussein Obama  il momento del  grande riscatto per gli afroamericani e anche, vorrei aggiunagere,  delle popolazioni ancora diseredate dell’Africa e altrove che, come è stato evocato nel discorso d’investitura, l’umanità  non può più tollerare che esistano.

Barack Obama, I sogni di mio padre. Un racconto sulla razza e l’eredità, Nutrimenti, Roma 2007

Sulla razza è  un libretto di sole 75 pagine, ma molto importanti, con testo inglese a fronte, che riporta il discorso tenuto da Obama  il 18 marzo 2008 a Filadelfia in piena campagna elettorale. L’occasione del discorso é la risposta che il candidato Obama dà alle “esternazioni” dell’amico  reverendo nero Jeremiah Wright della Trinity United Church of Christ  che invoca la “dannazione sull’America “ per le discriminazioni inflitte agli afroamericani. Obama non solo è seguace del verbo di Martin Luther King, anche Malcolm X  negli anni della giovinezza lo aveva affascinato, con tutta la sua veemenza e il suo rigore. Ma ora nel discorso il tema della problematica razziale  é affrontato nella sua complessità interetnica e interreligiosa, e soprattutto rappresenta un momento di “partenza”, nella prospettiva di ”unione” della  società americana, del trovare soluzioni “insieme”. La visione del reverendo Wright per Obama è “statica”, non tiene conto della possibilità di cambiamento e di perfezionamento insite in ogni realtà. Ma soprattutto la necessità di migliorare le condizioni di vita dei cittadini è assolutamente trasversale.“Tutti gli americani devono rendersi conto che i sogni di qualcuno non devono realizzarsi a discapito di quelli di qualcun altro; che investire nella sanità, nel welfare, e nell’istruzione dei bambini, siano essi neri, meticci o bianchi, alla fine si riveleranno vantaggiosi per tutti” p.51. E quanto l’”education”è valsa per dare una svolta non solo alla vita di Obama, ma anche a quella di suo padre e di sua moglie Michelle, è un dato inconfutabile  L’altezza di pensiero, il quadro dei valori in queste parole  si accompagnano a un’eccezionale capacità persuasiva, a un equilibrio… a un garbo, su cui anche noi non possiamo non confidare  per un futuro diverso e migliore.

Barack Obama, Sulla razza, Rizzoli, Milano 2008

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