Obama, una fede meticcia – Enrico Peyretti

Barack Hussein Obama, La mia fede, Introduzione di Giancarlo Bosetti, Marsilio 2008, pp. 83, € 8,50

Sono subito comparsi molti libri di Barack Hussein Obama. Il più smilzo di pagine è questo, il cui vero titolo è sotto il titolo: “Come conciliare i credenti con una politica democratica”. Obama ha riscosso fiducia anche (o soprattutto) perché dimostra di credere in valori, di avere una fede, dunque di sapere sperare e dare fiducia in cose migliori. Naturalmente, lo vedremo alla prova dei fatti. La destra “religiosa” statunitense, regnante con Bush, aveva più religione che fede. La sua “fede” era nella libertà individuale egoista, e nel premio divino a chi è forte, cioè la divinizzazione della forza, confessata da Bush in tutta la sua rozzezza, copiata dai suoi ammiratori nostrani. Ma anche le sinistre nel mondo erano e sono ridotte a poco credere, per paura di credere troppo. La sinistra (per gli Usa) di Obama, è una “sinistra con fede”, dice Bosetti (pp. 9 e 14). Obama è stato capace, per ora, di interpretare il bisogno diffuso di valori spirituali svincolandolo dalla non-speranza nella storia e unendolo al bisogno di maggiore giustizia sociale, di incontro e non scontro di civiltà.
Egli è più che nero e più che bianco: la sua pelle, come il suo nome, è un simbolo dell’umanità futura, mescolanza meticcia di popoli, che rappresenta il bisogno di diritti e di giustizia globalizzati. Così, la sua educazione familiare multiculturale e multireligiosa gli dà una opportunità che speriamo sappia mettere a profitto generale.
Nelle sue pagine si riconosce il linguaggio di Martin Luther King, e l’influenza della sua visione, anche se non vengono in primo piano pace e nonviolenza, ma in due passaggi parla contro l’industria delle armi private (pp. 34, 61). C’è una guerra (si direbbe quella dell’Iraq) che “non avrebbe mai dovuto essere autorizzata né intrapresa” (p. 51 e 54). M. L. King “ci è stato da guida prendendo posizione contro la guerra, pur sapendo perfettamente che avrebbe perso popolarità” (p. 55). Speriamo.
Obama non nasconde il suo personale incontro con Cristo, come “alleato nel difficile viaggio della vita umana”. Dichiara: “Ho capito che la fede è fonte di speranza”. Nelle sofferenze della chiesa nera ha visto “quanto sia importante la fede nella lotta” (p. 32). Dice necessario un cambiamento nelle menti come nei cuori. La vita politica può giovarsi di un apporto dei credenti, di ogni fede teologica o umana. “I laici hanno torto quando chiedono ai credenti di appendere le loro religioni all’uscio prima di presentarsi sulla pubblica piazza” (p. 36). Il carattere pluralista della società statunitense (e sempre più anche della nostra) relativizza le fedi senza per forza svalutarle (non abbia paura Ratzinger), cioè le mette “in relazione” tra loro, sollevandole da tendenze assolutiste incompatibili con la giusta convivenza. Forse questa condizione gioverà ai valori che in modi vari le fedi serie intendono testimoniare, perché spingerà ciascuna a purificare la propria visione e a viverla più puramente. La separazione chiesa-stato irrobustisce la pratica religiosa (p. 39). I valori umanistici permetteranno ai cristiani di orientarsi tra il Levitico con la schiavitù, il Deuteronomio con la lapidazione, e il Discorso della Montagna (p. 40).
Si vedano le pagine sull’aborto (problema contestato subito dai vescovi al presidente): la politica è l’arte del possibile, dipende dalla capacità di accordare pensieri diversi, la religione guarda a valori assoluti, e deve riconoscere che nelle oneste scelte del possibile “vi è della saggezza”. “La gente non vuole che la fede sia usata per sminuire o per dividere” (pp. 40 e ss).
Nel paese di cui Obama è ora presidente le religioni stanno nella società in modo non fortemente istituzionale (che è il modo romano, italo-europeo, ma anche dei paesi del cristianesimo ortodosso) bensì in modo più ispiratore-interiore-ecumenico-pluralista. Certo, non senza la presenza di durissime tendenze integraliste. Ma il rapporto tipico statunitense della religione con la politica, quando la religione non è, come nel bushismo dei teo-con, fatta strumento per sacralizzare il potere, può essere più liberante, ispiratore, che vincolante. Questo modo ha molto da dire alla politica italiana, cattolica e non, al cattolicesimo che confida troppo nel potere politico, per poca fede nello spirito, alla politica affarista che piazza il suo mercato nel luogo di preghiera, perché non si possa udire la pericolosa profezia della giustizia e dell’amore.
Nei tre discorsi raccolti in questo libretto, delle campagne del 2006 e del 2008, Obama si difende con intelligenza, dignità, efficacia, dagli attacchi “religiosi” strumentali, ottenendo una pulizia sia della politica sia della religione. Critica francamente la politica del suo paese, che “erige muri tra di noi” (p.52), le enormi disuguaglianze economiche, “la violenza profondamente sedimentata nelle nostre comunità” (p. 55).  Nel discorso per la festa del papà dimostra conoscenza concreta dei problemi morali e materiali delle famiglie. Raccomanda l’empatia, che è più della simpatia, è “mettersi nei panni degli altri” (p. 65). In appendice due testi di Jefferson e di Lincoln, riferimenti del costituzionalismo essenziale.
Seguiremo il lavoro del presidente meticcio, confrontandolo con questi propositi incoraggianti.

Enrico Peyretti, 25 gennaio 2009

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