Rabbi Lerner su Israele a Gaza

In questo articolo, Rabbi Michael Lerner approfondisce precedenti contributi sull’attuale situazione a Gaza
Ai primi di gennaio 2009 Israele sta ancora usando una strategia di dominazione nella sua lotta con Hamas, cercando di impiegare la forza per guadagnare in sicurezza. Ma questa è una ricetta per la guerra infinita.

Gaza, 31 dicembre 2008: il tentativo di Israele di eliminare Hamas è comprensibile, ma non può funzionare.
Nessun paese al mondo può ignorare la provocazione dei razzi lanciati giorno dopo giorno dai territori circostanti. Se il Messico avesse un gruppo di sudamericani antimperialisti che bombardassero il Texas, immaginiamo quanto ci vorrebbe perché gli USA effettuassero un contrattacco. Israele ha tutto il diritto di reagire.
Ma è importante il tipo di risposta..
Bombardamenti massicci come quelli che hanno causato finora la morte di 400 palestinesi e  ferito altri 1000 civili sono un classico esempio di reazione sproporzionata.
Prima dei massicci bombardamenti di Israele, quelli effettuati da Hamas, iniziati  allo scadere dell’ultima tregua, non avevano (grazie a Dio) ucciso nessuno. La ragione è ovvia: Hamas non ha né aerei né carri armati, ma nient’altro che le armi degli impotenti – mortai a gittata limitata di scarsa precisione. Hamas può perseguitare Israele, ma non può minacciarne l’esistenza. E proprio come il bombardamento indiscriminato di centri abitati da parte di Hamas è un crimine contro l’umanità, altrettanto lo è il massiccio attacco d’Israele contro civili (oltre a quelli uccisi finora a Gaza, ci sono le migliaia uccisi da Israele negli anni dell’Occupazione della Cisgiordania e di Gaza). Le violazioni di diritti umani da parte di Israele durante la tregua comprendevano un massiccio taglio di viveri e altri generi di prima necessità – un crimine contro il diritto internazionale.
D’altro canto, qualsiasi tentativo di comprendere la situazione deve necessariamente tener conto del disordine post-traumatico da stress (PTSD Post Traumatic Stress Disorder) vissuto dagli israeliani sotto costante minaccia terroristica, al quale contribuiscono alquanto i lanci dei katyushka, seppure inefficaci militarmente. Vivere sotto costante minaccia di attacchi e in più sentire il presidente iraniano affermare di voler cancellare Israele dalla carta geografica, è un condizionamento di fondo che contribuisce a rendere gli israeliani insensibili ai danni da loro stessi causati mediante l’Occupazione. Viceversa, il continuo trauma dell’espulsione e dell’Occupazione, contribuisce alla insensibilità etica di molti palestinesi per le sofferenze che essi causano agli israeliani con i loro attacchi terroristici contro civili. In breve, c’è un disperato bisogno di reciproca compassione.
Hamas aveva rispettato la tregua negoziata in precedenza salvo quando Israele usò la tregua come copertura per condurre incursioni per assassinare esponenti di spicco di Hamas e altri leader palestinesi.
Sostenendo che tali incursione non potevano proprio dirsi espressioni di un cessate-il-fuoco, Hamas consentì, a mo’ di protesta simbolica, il lancio di alcuni razzi (di solito senza colpire nessun  bersaglio). Ma quando si trattò di rinnovare la tregua, Hamas pretese garanzie che tali incursioni assassine sarebbero cessate. E richiese altro: con centinaia di migliaia  di palestinesi in grave denutrizione, a rischio di morte per fame, insistette sull’apertura dei confini per contrastare i tentativi israeliani di sottomettere gli abitanti di Gaza affamandoli. E, in cambio del soldato israeliano catturato Gilad Shalit, chiese il rilascio di un migliaio di palestinesi reclusi in Israele.
Hamas aveva dichiarato di essere disponibile ad accettare l‘ accordo di pace proposto dall’Arabia Saudita, sebbene non intendesse riconoscere formalmente Israele. Avrebbe vissuto pacificamente in un assetto bi-statuale, ma non avrebbe riconosciuto il “diritto a esistere” di Israele. Questa posizione è inutilmente provocatoria e costituisce una grave forma di autolesionismo per quei palestinesi convinti che il mancato riconoscimento dei diritti di Israele sia l’unica arma simbolica rimastagli. Per molti israeliani, intrappolati nella propria storia di sopravvissuti al genocidio e all’oppressione, il rifiuto di Hamas di un riconoscimento ufficiale è un modo di dire: “Aspetteremo d’avere forza militare adeguata per poi rompere qualunque tregua de facto e usare quella forza per eliminare Israele, quindi dateci solo tempo”. Qualche funzionario di Hamas lo ha effettivamente detto in pubblico. Analogamente, ci sono membri del Knesset [parlamento israeliano, ndt] i quali affermano che non accetteranno mai nulla meno di una totale espulsione (“trasferimento”) di tutti i palestinesi negli stati arabi confinanti.
Israele cerca di eliminare Hamas. Ma se anche uccidesse ognuno dei suoi ventimila membri a Gaza, non spegnerebbe l’impulso verso il fondamentalismo islamico che Hamas rappresenta. Sicuramente gli israeliani sanno ormai che uccidere crea solo generazioni di arrabbiati che saranno la prossima ondata di terroristi. Quindi che cosa cerca effettivamente Israele? Probabilmente spera di rendere così impotente Hamas da fargli perdere le elezioni contro Fatah, e quindi l’Autorità Palestinese, anch’essa profondamente debilitata dalla perdurante occupazione israeliana, negozierà un trattato di pace che crei uno “stato palestinese” in effetti costituito da una serie di cantoni o piccole città-stato separate l’una dall’altra da strade e installazioni militari israeliane – cioè uno stato palestinese impossibilitato a sussistere economicamente e politicamente. Allora Israele potrà dire di aver “dato” ai palestinesi “ciò che vogliono”, pur mantenendo le proprie colonie in tutta la Cisgiordania e il proprio controllo de facto. Ma questo non genererà una pace duratura bensì solo una pausa temporanea nei combattimenti. Solo una sistemazione del tutto giusta che permetta ai palestinesi un vero stato inclusivo di tutta la Cisgiordania e Gaza (con adattamenti confinari minori secondo quanto stabilito in dettaglio nell’Accordo di Ginevra del 2003) e che fornisca effettiva compensazione ai profughi palestinesi, e uno stato creato in uno spirito di generosità e autentica attenzione da parte israeliana, porrà fine alla violenza e darà a Israele sicurezza durevole.
Voglio essere ben chiaro: odio Hamas e tutto ciò che rappresenta e voglio vederla sconfitta. Ma questo può succedere solo politicamente con l’isolamento, non militarmente con il massacro. Il modo per sconfiggere Hamas passa per la soddisfazione dei bisogni legittimi del popolo palestinese e facendolo in spirito di autentica cura, con il quale gli ebrei di tutto il mondo e il popolo israeliano mostrino di riconoscere i palestinesi come nostri fratelli e sorelle, fatti a immagine di Dio e altrettanto preziosi per Dio del popolo ebraico. In breve, da parte di ebrei che prendano sul serio il nostro affidarci a Dio e al suo messaggio che il mondo debba basarsi sull’amore, la generosità, il prendersi cura, la gentilezza e la compassione. Cioè, il contrario rispetto all’affidarsi al potere, che non ha recato a Israele salvezza o sicurezza, e una fiducia nella fondamentale affidabilità della maggioranza dei palestinesi. Questo è quel che vorrebbe dire per gli ebrei prendere sul serio il proprio ebraismo manifestandolo in uno stato ebraico.
Come uscire da questa dinamica che conduce alla presente situazione di uccisione o menomazione di un piccolo numero di israeliani e un enorme numero di palestinesi?
Il primo passo è che il mondo esiga un’immediata tregua, che dovrebbe essere imposta dall’ONU e sostenuta inequivocabilmente dagli USA e comprendere quanto segue:
A) Hamas smette ogni lancio di missili, bombe, o qualunque azione violenta originata in Cisgiordania o Gaza, e coopera nell’attiva carcerazione di chiunque, e di qualunque fazione, che tenti di rompere tale tregua dal territorio sotto il controllo di Hamas;
B) Israele smette ogni bombardamento, assassinio mirato, o qualunque altra azione violenta diretta contro attivisti, militanti o sospetti terroristi in Cisgiordania o Gaza, e usa appieno la forza del proprio esercito onde evitare ulteriori attacchi a palestinesi abitanti in Cisgiordania o Gaza, ivi inclusa Hebron, da parte di qualunque cittadino israeliano o chicchessia con base nel territorio sotto l’effettivo controllo di lsraele;
C) Israele apre il confine con Gaza e permette libero accesso a e da Israele da parte di abitanti di Gaza e palestinesi in genere, soggetti solo a perquisizione e cattura di armi. Israele consente il libero trasporto di alimenti, gas, elettricità, acqua e merci di consumo e materiali, via terra, aria e mare, soggetti solo a perquisizione e cattura di armi o materiali tipicamente usati per le armi;
D) Israele accetta di rilasciare tutti i palestinesi detenuti con o senza processo o reclusi e rinviarli in Cisgiordania o Gaza secondo la scelta dei detenuti/reclusi. Hamas accetta di rilasciare Gilad Shalit e chiunque altro trattenuto contro la sua volontà dalle forze palestinesi;
E) entrambe le parti accettano di invitare una forza internazionale per attuare tali accordi;
F) entrambe le parti accettano di terminare l’insegnamento e/o l’apologia della violenza contro l’altra parte dentro e fuori le moschee, le istituzioni educative, mediante la stampa, i media, ecc;
G) tale tregua è concordata per i prossimi vent’anni. La NATO, l’ONU, e gli USA concordano di attuare questo accordo e imporre severe sanzioni su qualunque delle parti violi, in modo accertato, i termini dell’accordo.
Queste misure contribuirebbero notevolmente nell’isolare i membri più radicali di entrambe le parti dalla maggioranza delle popolazioni, rendendo possibile l’inizio di negoziati fra Israele e il popolo palestinese su una serie di tematiche ben più ampie e profonde.
La condizione basilare per creare la pace è aiutare ciascuna parte a sentirsi abbastanza “sicura” da ignorare coloro che nelle rispettive comunità asseriscono che la pace è impossibile poiché nessuno si preoccupa della sicurezza degli “ebrei” o dei “palestinesi”. Un primo e importante passo sta nel parlare con linguaggio empatico nei confronti della sofferenza di ciascun popolo. Piuttosto che cercare di dimostrare che i palestinesi “non sono altro che” terroristi o che il sionismo non è altro che una trama elaborata per continuare e intensificare colonialismo e imperialismo occidentali, dobbiamo creare un clima di disposizione al dialogo in cui si ascoltano e si capiscono davvero le storie di ciascuna parte. Ho lavorato su quest’ultimo aspetto nel mio libro Healing Israel/Palestine [Guarire Israele/Palestina](North Atlantic Books, 2003).
Tuttavia Israele, in quanto potenza militarmente superiore, dovrebbe intraprendere i primi passi per risolvere questo conflitto una volta per tutte. Potrebbe farlo in qualsiasi momento con le seguenti mosse:
1) attuare un massiccio Piano Marshall a Gaza e in Cisgiordania per porre fine alla povertà e alla disoccupazione, ricostruire tutto quanto è stato distrutto delle infrastrutture palestinesi, e incoraggiare gli investimenti in una nuova economia palestinese;
2) smantellare le colonie o stabilire inequivocabilmente che i coloni diventino cittadini di uno stato palestinese, osservando quelle leggi e affrontando azioni legali ove tali colonie siano state costruite su terre rubate ai palestinesi, senza contare su Israele per la loro protezione;
3) accettare 30.000 palestinesi all’anno in Israele per i prossimi 30 anni, un numero che non pregiudicherebbe seriamente l’equilibrio demografico, scusarsi per il proprio ruolo nelle espulsioni di palestinesi nel 1948 (note come Naqba), e offrirsi di coordinare uno sforzo mondiale di raccolta fondi d’indennizzo ai palestinesi per quanto hanno perso durante l’Occupazione (almeno per quelli che vivono nell’indigenza – e del pari ci dovrebbero essere compensazioni per gli ebrei fuggiti da terre arabe, almeno quelli che attualmente vivano nell’indigenza);
4) riconoscere uno stato palestinese entro i confini già definiti nell’Accordo di Ginevra del 2003.
Questo è l’unico modo in cui Israele potrà mai conseguir la sicurezza. E’ l’unico modo per sconfiggere definitivamente Hamas e tutti gli estremisti che desiderano una guerra infinita contro Israele. Ma non succederà finché non ci sarà un significativo cambiamento nella comprensione di ciò che promuove la “sicurezza”.
Gli israeliani hanno accettato il punto di vista predominante a livello mondiale sulla sicurezza e costituisce il principio fondamentale della politica estera americana: “la sicurezza della patria può essere solo conseguita con il dominio, o militare o economico o diplomatico di tutti coloro che potrebbero essere potenziali avversari”. E’ stata questa strategia di dominio che ha condotto gli USA alla guerra in Iraq e ancora guida alcuni consiglieri di Obama a credere saggio spostare il centro focale di quella stessa guerra all’Afghanistan e/o al Pakistan. Eppure la strategia del dominio non funziona né può funzionare nel XXI secolo.
Il massimo contributo che il governo Obama potrebbe dare alla pace in Medio Oriente consisterebbe nell’abbracciare una strategia alternativa: secondo la quale la sicurezza della patria si consegue al meglio con la generosità e il prendersi cura degli altri. Se gli USA dovessero annunciare l’avvio di un Piano Marshall Globale, che cominci dal Medio Oriente e sia effettivamente sostenuto con il denaro necessario e con una consapevole articolazione di una Strategia della Generosità, farebbero molto di più per aiutare Israele di quanto non facciano con tutti gli armamenti che possono promettere e con tutta l’azione diplomatica che possono favorire. Se questo nuovo modo di pensare potesse diventare una parte sostanziale della politica USA, esso avrebbe un immenso impatto sullo sgretolamento della paurosa percezione degli israeliani che vedono ancora il mondo più con lo schema dell’Olocausto che con quello della loro effettiva potenza attuale.
Frattanto, m’infrange il cuore vedere la terribile sofferenza a Gaza e in Israele, come peraltro quella recata all’Iraq, all’Afghanistan, al Pakistan al Darfur, e la lista potrebbe continuare. Per me come ebreo religioso è ancor peggio, perché sotto il pretesto di servire Dio sia ebrei che arabi stanno effettivamente sfogando il dolore accumulato in modi che genereranno sofferenza futura. Contemporaneamente gli ebrei degli USA che desiderano giustificare le azioni di Israele non fanno che ribadire a tanti giovani ebrei che non c’è posto per loro nel mondo ebraico se mantengono una normale sensibilità etica, e mi conferma ulteriormente quanto sia facile pervertire il messaggio d’amore del giudaismo in un messaggio di odio e dominio. Rimango quindi a compiangere il popolo ebraico, Israele, e il mondo.

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: Rabbi Lerner on Israel in Gaza
http://files.tikkun.org/current/article.php/20090102124321774

Rabbi Michael Lerner è redattore capo di Tikkun, una eminente rivista progressista ebraica e interreligiosa (www.tikkun.org ), e presidente di Interfaith Network of Spiritual Progressives [Rete Interreligiosa di Progressisti Spirituali] .
Lerner è stato definito “una voce profetica” dal New York Times, da Cornel West di Princeton, da Jim Wallis di Sojourners, e il più recente dei suoi libri, il bestseller del New York Times  The Left Hand of God [La mano sinistra di Dio], è stato ampiamente lodato dal Los Angeles Times, dal Washington Post, e da Karen Armstrong, George Lakoff, dallo studioso buddhista Robert Thurman e da Howard Zinn. Lerner è da tempo una delle voci ebraiche più eminenti in opposizione alla guerra in Iraq e nel criticare la politica israeliana verso i palestinesi. E’ rabbi della sinagoga di Beyt Tikkun a San Francisco.

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