Dibattiti nella formazione al giornalismo – Jake Lynch

Amman, Giordania, 1999: la mia prima esperienza di formazione al giornalismo di pace. Reporter, e due/tre capi-redattori d’Israele, Palestina ed Egitto arrivarono per unirsi alle loro controparti giordane nella seconda puntata di un programma intitolato “Raccontare degli altri”, finanziato dall’ente ufficiale cooperativo danese, DANIDA, e gestito da una ONG, danese pure essa, chiamata Severin.
C’era un’aria pressoché costante di caos incombente – sebbene generalmente benevola – riguardo a tale attività. Il nostro anfitrione era il figlio di un locale proprietario di giornale che si era cacciato nei guai invitando gli israeliani a partecipare senza chiedere i necessari permessi. Rimanemmo in bilico presso l’albergo per un giorno e mezzo prima che ci permettessero l’accesso e con i tipi della polizia segreta che ci tenevano d’occhio qualora ci fossimo messi a trattare surrettiziamente di etica giornalistica o argomenti sovversivi del genere.
Cooperare con israeliani era equivalente alla normalizzazione, apparentemente. Ma c’era un’aria di cauto ottimismo almeno rispetto ai possibili sviluppi politici in Israele. Il leader laburista, Ehud Barak, aveva appena sconfitto alle urne il falco della destra, Binyamin Netanyahu, e stava formando il governo. Non c’era il minimo barlume di quanto proprio il ministero Barak sarebbe risultato abissalmente disastroso per le prospettive di pace con i palestinesi.
Quando finalmente cominciammo, c’era una tendenza a dividersi in blocchi nazionali, ciascuno dei quali accusava gli altri di non fare abbastanza per stimolare i rispettivi governi nelle carenze riscontrabili nel progresso politico verso la pace. Questo fu mitigato dalla formazione di qualche utile relazione, specialmente quando i partecipanti furono sospinti da Johan Galtung, che dirigeva la sessione, a immaginare il futuro Medio Oriente che avrebbero voluto, cominciando a pensare ad alta voce, in gruppi trasversali, a che cosa avrebbero potuto fare per realizzarlo.
Mesi più tardi, gli stessi giornalisti si radunarono nuovamente in luoghi più rilassati, nei dintorni di Cipro, dove tali relazioni fiorirono in progetti per formare una rete continuativa. Le serate furono conviviali tanto quanto le sessioni vere e proprie furono costruttive. Il buon umore sopravvisse perfino alla colazione in un caffé locale dove tentarono di servire pancetta sia agli arabi che agli ebrei. Nella giornata conclusiva, mentre mi assentai per recuperare un po’ di sonno dopo aver facilitato i miei ultimi laboratori, i partecipanti si dedicarono all’ultimo punto in agenda, rimasto fino ad allora avvolto nel mistero.
Con loro sconcerto saltò fuori di doversi nuovamente dividere per gruppi nazionali e appartarsi con facilitatori di un centro terapeutico israeliano che, a quanto mi dissero, volevano che si sgravassero dai loro profondi sentimenti di odio verso gli altri. Avendo passato tante ore insieme trascendendo tali confini sia entro se stessi sia fra di loro, i giornalisti erano desolati; volevano che io intervenissi, cosa che feci presentando le rimostranze all’organizzatore, ma era troppo tardi – il danno era stato fatto buttando alle ortiche un’opportunità di rimandarli a casa “belli carichi”. Quindi, una lezione specifica su come non organizzare un programma formativo (benché si fossero formate alcune relazioni piacevoli e preziose nonché durature).
Come bisognerebbe invece procedere? Per inciso, quelli erano anche i primi giorni del nostro notiziario TV di 24 ore giornaliere. Alla CNN, impostasi all’attenzione globale nella Guerra del Golfo del 1991, andavano aggiungendosi via via vari canali di formazione nazionale in paesi disparati e lontani come India, Indonesia, Brasile, Cina e, ovviamente, la Gran Bretagna. Sky News, avviatasi alla metà degli anni ’90, affiancò BBC World nel rappresentare il giornalismo televisivo britannico – il mio campo – al pubblico di altri paesi, compresi in particolare i giornalisti. Io arrivai ad Amman dopo aver avuto la mia quota di riflettori al quartier generale NATO a Bruxelles per l’Operation Allied Force, il bombardamento della Jugoslavia, e alcuni fra i partecipanti ricordavano d’avermi visto nelle conferenze stampa quotidiane, in diretta su tutti i canali di notizie.
In qualunque laboratorio, c’è l’inevitabile teorema che i facilitatori, spesso presentati come esperti in trasferta o formatori, sappiano come fare qualcosa che devono impartire ai corsisti. I quali potrebbero a quel punto constatare direttamente metodi, assunti e reali carenze del lavoro del formatore. Era giunta un’era in cui nessun centro redazionale che si rispettasse e relativamente ben attrezzato era completo senza un televisore permanentemente sintonizzato su CNN, un altro su BBC e talvolta – in parti del mondo coperte da satellite – un terzo su Sky. Ultimamente si è ovviamente aggiunta Al Jazeera, che offre un confronto che spesso serve ad acuire la consapevolezza di ciò che manca agli altri.
Questo aggiunge un che di fastidioso ai sintomi della sindrome liberal rampante – la ricerca benintenzionata di diffondere i nostri valori a paesi al buio e bisognosi, in questo caso, di  una sana forte dose di giornalismo obiettivo in stile occidentale. Un autorevole esponente del settore sviluppo dei media una volta mi suggerì con apparente serietà che si sarebbe dovuta fondare una squadra volante internazionale comprensiva di stagionati scribacchini occidentali da tenere in standby. Al momento opportuno, essi avrebbero dovuto essere inviati nei posti caldi, per allestire, a bordo dell’apposito aereo, un servizio radio obiettivo, trasmettere reportage nella zona di conflitto e convincere i locali.
Quando Annabel McGoldrick e io cominciammo a essere invitati a tenere corsi pratici di formazione per giornalisti in paesi disparati come l’Armenia, il Nepal e l’Indonesia, avevamo bisogno di una proposta più inclusiva e basato sull’accettazione che anche noi avevamo problemi di rappresentazione da affrontare e superare, specialmente riguardo il riferire sui conflitti che ci espone a  un’evidente ricettività della propaganda di guerra – in Iraq, Kosovo e molti altri casi. La nostra posizione favorevole a un giornalismo di-pace ci metteva nella condizione di essere sia esponenti dei nostri media sia loro critici, cosa utile a fugare il messaggio “l’occidente è meglio” esteso ad absurdum nello schema di reportage sul campo, ma diffusissimo nella prassi effettiva del settore formativo giornalistico – come sostengo nel capitolo 3.
Il giornalismo di pace si presta, mi pare di poter affermare, a un approccio tipico della pedagogia critica, secondo la definizione di Ira Shor particolarmente azzeccata in tale contesto:
“Stili di pensiero, lettura, scrittura, discorso, che vanno al di sotto della superficie intesa come prime impressioni, miti dominanti, pronunciamenti ufficiali, cliché tradizionali, saggezza tramandata e pure opinioni, per capire i significati profondi, le cause sottostanti, il contesto sociale, l’ideologia e le conseguenze personali di qualunque azione, evento, oggetto, processo, organizzazione, esperienza, testo, soggetto, faccenda, politica, mass media, o discorso”.
Di critiche delle pratiche giornalistiche in atto traboccano gli scaffali delle biblioteche universitarie di tutto il mondo. Per la formazione dei giornalisti era importante immaginare, insieme, come avrebbe potuto essere una prassi giornalistica migliorata – che non esponesse solo l’artificiosità di narrative superficiali, come la propaganda e i pronunciamenti ufficiali, ma fosse anche capace di escogitare modalità pratiche per trasmettere significati profondi, cause originarie e contesti sociali. Da qui l’idea delle due versioni trattata con tanto di esempio nel capitolo 2 e suggerita in origine dalle affascinanti War Stories (1995) di Mark Pedelty, uno studio etnografico dei corrispondenti sul campo in El Salvador.
Egli divide i suoi soggetti in due gruppi – la squadra A, inviati che descrivono la storia come inviati di media USA mainstream; e la squadra B, brancolante alla ricerca di filoni e incarichi freelance.  Uno di essi riferisce la stessa storia per un giornale nordamericano e uno europeo non specificato, con entrambe le versioni riprodotte nel testo di Pedelty. Il secondo ha un taglio  molto più da  giornalismo di pace, con una descrizione ben sviluppata dello sfondo e del contesto, mentre il primo si limita a una narrativa piatta di un accaduto violento sostenuta da pronunciamenti ufficiali.
Al tempo della nostra prima lezione universitaria sul giornalismo di pace nell’ambito del nuovo programma di Master in Studi sui conflitti e sulla Pace all’Università di Sydney nel 2000, il cincischiare di Barak e l’approccio unilaterale dell’amministrazione Clinton (insieme a un’espansione senza precedenti degli insediamenti illegali israeliani in terra palestinese) avevano fatto naufragare il processo di pace di Oslo e l’Intifada di Al-Aqsa era appena cominciata.
Io ero stato incaricato dal Museo per la Pace di Caen, in Francia, di scrivere due versioni di un reportage per un quotidiano, l’una secondo un giornalismo di guerra e l’altra secondo un giornalismo di pace, su un incidente a Ramallah dove erano stati uccisi due poliziotti israeliani. Questo esercizio si rivelò un utile strumento didattico e un suggerimento agli studenti e ai partecipanti al laboratorio per prendere esempi di giornalismo di guerra e ripensarli, ricostruirli con dati adeguati e riscriverli come un’altra versione della stessa storia; un test essenziale per mettere alla prova l’abilità specifica del giornalismo di pace come strategia alternativa fattibile per riferire notizie.
Subito dopo la sessione d’insegnamento a Sydney partimmo per l’Indonesia, attrezzati con il nostro primo manuale di giornalismo di pace, mai pubblicato in inglese ma entusiasticamente tradotto, rilegato e distribuito da una ONG delle comunicazioni di massa, LSPP (Istituto per lo studio della stampa e dello sviluppo) con finanziamenti del British Council di Jakarta. Come descrivo nei capitoli 4 e 5, l’Indonesia si dimostrò un terreno di prova stimolante e fertile per il giornalismo di pace, della cui opportunità rimaniamo profondamente riconoscenti e onorati. Dobbiamo speciali ringraziamenti a Nick Mawdsley del British Council, che ci diede l’incarico, e all’analista indipendente di conflitti Judith Large, che ci ha presentati.

Traduzione italiana a cura di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: DEBATES IN JOURNALISM TRAINING
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=524

L’intervento di Jake Lynch di questa settimana è tratto (come preambolo alla parte sui dibattiti pedagogici) dal suo libro Debates in Peace Journalism, pubblicato da Sydney University Press e TRANSCEND University Press, che può essere acquistato al seguente link:
http://fmx01.ucc.usyd.edu.au/jspcart/jsp/cart/Product.jsp?nID=337&nCategoryID=1

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