Come alimentiamo la guerra più sanguinosa d’Africa – Johann Hari

Ciò che di rado si dice è il grande assalto predatorio globale alle risorse del Congo.

La guerra più letale da quando Adolf Hitler marciava per l’Europa sta ricominciando – e voi quasi certamente ne portate in tasca un qualche pezzo intriso di sangue del massacro. Dando uno sguardo all’olocausto in Congo, con 5.4 milioni di morti, saltano fuori i clichés sull’Africa: questo è un “conflitto tribale” nel “Cuore di tenebra”. Non lo è. L’indagine ONU ha rilevato trattarsi di una guerra condotta da “eserciti degli affari” per impossessarsi dei metalli che fanno saettare e schioccare la nostra società del 21° secolo. La guerra in Congo è una guerra per voi.
Ogni giorno penso alle persone incontrate in zone di guerra del Congo orientale quando ero inviato-stampa lì. Le corsie erano piene di donne stuprate in serie dalle milizie e sparate nella vagina. I battaglioni di soldati-bambini – tredicenni drogati e abbrutiti che erano stati costretti a uccidere propri familiari in modo che non tentassero di fuggire per tornarsene a casa. Ma stranamente, guardando la guerra che ricomincia alla CNN, mi sorprendo a pensare a una donna incontrata che non aveva sofferto in extremis, per gli standard congolesi.
Stavo tornando in auto a Goma da una miniera di diamanti quando forai. Aspettando che venisse riparata, me ne stavo al ciglio della strada a guardare le lunghe file di donne che arrancano per tutte le strade del Congo orientale portando tutti i loro averi in fagottoni impossibili sulla schiena. Fermai una 27enne, di nome Marie-Jean Bisimwa, che aveva quattro bimbetti che le trotterellavano al fianco. Mi disse di essere fortunata. Sì, il suo villaggio era stato bruciato; sì aveva perso il marito da qualche parte nel caos, sì sua sorella era stata violentata e ne era impazzita. Ma lei e i figli erano vivi.
Le diedi un passaggio, e fu solo dopo qualche ora di chiacchiere lungo strade irte di voragini che notai qualcosa di strano nei bambini di Marie: insaccati in avanti, gli sguardi fissi di fronte a loro, niente sguardi intorno, una parola, un sorriso. “Non sono mai riuscita a dargli da mangiare, per via della guerra” disse.
I loro cervelli non si erano sviluppati, né sarebbe successo ormai. “Miglioreranno?” chiese. La lasciai in un villaggio alla periferia di Goma, e i suoi bimbi le incespicarono appresso, senza espressione.
Ci sono due storie su come è cominciata questa guerra: la storia ufficiale, e quella vera. Quella ufficiale è che dopo il genocidio rwandese i massacratori hutu erano fuggiti oltre confine in Congo, braccati dal governo rwandese. Ma è una menzogna. Come facciamo a saperlo? Il governo rwandese non andò dov’erano i genocidi hutu, non subito almeno; andarono dove c’erano le risorse naturali del Congo – cominciando a saccheggiarle. Dissero perfino alle proprie truppe di lavorare con qualunque hutu in cui s’imbattessero. Il Congo è il paese più ricco al mondo in oro, diamanti, coltan, cassiterite e altro ancora. Ognuno ne voleva; sicché ben altri sei paesi l’invasero.
Queste risorse non venivano rubate per essere usate in Africa, bensì per essere rivendute a noi. Più ne compravamo, più gli invasori ne rubavano, massacrando. L’avvento dei telefoni cellulari ha causato un’impennata nelle morti, perché il coltan che contengono si trova più che altro in Congo. L’ONU ha nominato le aziende internazionali che riteneva coinvolte: Anglo-America, Standard Chartered Bank, De Beers e più di altre 100 (che negano tutte le accuse). Ma invece di fermare queste multinazionali, i nostri governi pretesero che l’ONU smettesse di criticarle.
Ci furono momenti in cui i combattimenti languirono. Nel 2003 l’ONU mediò finalmente un accordo di pace e gli eserciti internazionali si ritirarono. Molti continuarono a operare per interposta milizia, ma la carneficina calò un po’. Fino ad ora. Come per la prima guerra, c’è una storia di copertina, e la verità. Un capo di milizie congolese, di nome Laurent Nkunda, appoggiato dal Rwanda, afferma di dover proteggere la popolazione tutsi locale da quegli stessi genocidi hutu nascosti nelle giungle del Congo orientale fin dal 1994: ecco perché starebbe occupando basi militari congolesi e per marciare su Goma.
E’ una menzogna. François Grignon, direttore per l’Africa dell’International Crisis Group, mi dice la verità: “ Nkunda viene foraggiato da affaristi rwandesi così quelli possono mantenere il controllo delle miniere nel Nord-Kivu. Questo è il nocciolo essenziale del conflitto. Quello cui assistiamo è il combattimento dei beneficiari dell’economia illegale di guerra per mantenere i propri diritti di sfruttamento”.
Attualmente gli interessi affaristici rwandesi fanno fortuna con le miniere carpite illegalmente durante la guerra. Il prezzo globale del coltan è sprofondato, quindi si stanno concentrando avidamente sulla cassiterite, usata per fabbricare lattine e altri articoli usa-e-getta. Quando la guerra accennò ad affievolirsi, per costoro  si trattava di affrontare la perdita di controllo a favore del governo eletto congolese; sicché le hanno dato un sanguinoso riavvio.
Tuttavia in Occidente il dibattito sul Congo, quando poi esista, verte sulla nostra incapacità di fornire una medicazione decente, ignorando che stiamo causando la ferita. E’ vero che le 17.000 truppe ONU presenti in loco falliscono miseramente nella protezione della popolazione civile e hanno urgente bisogno di una potente ricarica. Ma è ancor più importante smettere di alimentare la guerra in primo luogo comprando risorse naturali intrise di sangue. Nkunda ha abbastanza mitragliatrici e bombe a mano per dare addosso all’esercito congolese e all’ONU solo perché gli compriamo il bottino. Dobbiamo perseguire legalmente le multinazionali che comprano le materie prime in quanto complici di crimini contro l’umanità, e introdurre una tassa globale sul coltan per finanziare una forza di pace sostanziosa. Per arrivare a tanto, ci serve costruire un sistema internazionale che valuti le vite dei neri più del profitto.
Da qualche parte laggiù, sperduti nel grande assalto predatorio alle risorse del Congo, ci sono Marie-Jean e i suoi bambini, ancor sempre ad arrancare per strada portandosi addosso tutto ciò che hanno; probabilmente non useranno mai un telefono cellulare pieno di coltan, una scatola di fagioli forgiata dalla cassiterite o una collana d’oro, ma può darsi che debbano morire per qualcuna di queste cose.
Per salvare la vita alle vittime della violenza sessuale del Congo potete fare donazioni a:

http://www.panzihospitalbukavu.org

[email protected]
Titolo originale: Johann Hari: How we fuel Africa’s bloodiest war.What is rarely mentioned is the great global heist of Congo’s resources
Thursday, 30 October 2008

http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/johann-hari/johann-hari-how-we-fuel-africas-bloodiest-war-978461.html
anche in:
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=377

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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