Lettera aperta al prossimo presidente USA Barack Obama

Caro Senatore Obama,
ci congratuliamo con Lei e con tutti i cittadini statunitensi per la sua elezione a Presidente. Le auguriamo di poter dimostrare, concretamente, ciò che Lei stesso ha dichiarato nel suo primo discorso dopo le elezioni: “la vera forza della nostra nazione non nasce dalle armi o dalle ricchezze, bensì dalla vitalità dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e tenace speranza”.
Il 34esimo Presidente degli USA, il generale Dwight Eisenhower, che di guerra se ne intendeva essendo stato il comandante in capo delle forze alleate in Europa durante il secondo conflitto mondiale, disse: “Io odio la guerra come solo un soldato che l’ha vissuta può odiarla, così come uno che ha visto la sua brutalità, futilità, stupidità”, ed anche “Ogni cannone costruito, ogni nave da guerra varata, ogni missile sparato, significa, alla fine, un furto verso coloro che hanno fame e devono essere sfamati, verso coloro che hanno freddo e non hanno di che coprirsi. Questo mondo non spende per le armi solo denaro, ma spende il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi figli. Questo non è un modo di vivere nel vero senso della parola. Sotto le nubi della guerra c’è l’umanità appesa ad una croce di ferro” (16 Aprile 1953). E nel suo discorso di commiato alla nazione dopo due mandati, il 17 gennaio 1961, ammonì la popolazione del suo paese a fare attenzione al complesso militare-industriale che non era affatto interessato alla pace ma che avrebbe tentato, per mantenersi in vita e potenziarsi, di portare il paese nuovamente in guerra.
In questo momento di profonda recessione, ci auguriamo che Lei sia convinto, come lo siamo noi, del fatto che l’attuale situazione del mondo richiede un cambiamento totale di politica estera con una riduzione fortissima delle attuali spese militari, e l’incremento invece di quelle a scopi civili. Come ha scritto il Pastore evangelico tedesco Bonhoeffer (fucilato dai nazisti per la sua tenace opposizione al regime) “le armi uccidono anche se non vengono usate”. Infatti i soldi impiegati nella costruzione di armi, oltre a servire per uccidere esseri umani e distruggere beni fondamentali, sono tolti allo sviluppo sociale ed economico, accrescono il divario tra ricchi e poveri, e portano ad una occupazione molto inferiore a quella che si avrebbe se gli stessi fondi fossero impiegati a scopi civili. Anche il programma da lei meritoriamente annunciato di riconvertire l’intera economia statunitense dall’attuale dipendenza dalle fonti fossili, rovinose per l’ambiente, alla fonte solare sarà difficilmente realizzabile a causa delle elevatissime spese militari.

Spese che, d’altro canto, non consentiranno di cogliere l’obbiettivo che viene invocato a loro giustificazione, quello cioè di combattere il terrorismo perché, anzi, non faranno che incrementarlo. Il suo paese, pur avendo solo il 5% della popolazione mondiale, utilizza per le armi e per la guerra quasi la metà di tutte le spese mondiali in questo campo. Ed i paesi ricchi del G8, tra cui il nostro, insieme ai due paesi dell’Asia che stanno seguendo il modello di sviluppo occidentale (India e Cina), pur non raggiungendo tutti insieme nemmeno la metà della popolazione mondiale, utilizzano oltre l’80% delle spese mondiali di questo settore. Questo squilibrio di spese militari nei rapporti internazionali, soprattutto quando sono aperti conflitti annosi, come quello tra Israele e Palestina, se i paesi che spendono meno per gli eserciti e le armi non vogliono accettare il dominio di quello che è stato definito il “nuovo impero”, e non scoprono l’efficacia di portare avanti una lotta di tipo nonviolento, fa si che essi siano stimolati ad inventare nuove armi, efficaci, ma poco costose, capaci di colpire al cuore l’avversario. E queste nuove armi sono i cosiddetti kamikaze, che fanatizzati, si immolano uccidendo molte persone facenti parte del campo avverso, oppure il collocamento di bombe e di altri strumenti mortali in treni o in altri gangli vitali della società occidentale, come è successo, oltre che in Usa, in Spagna ed in Inghilterra, e come si teme spesso succeda anche in altri paesi, compreso l’Italia. Questo ha portato il livello di insicurezza della vita del singolo cittadino di tutti i paesi del mondo ricco, che pure, per difendersi, hanno la maggior parte e le più potenti armi del mondo, ad un livello mai raggiunto finora. Il mondo ricco risponde aumentando e potenziando le sue armi, ed incrementando perciò lo squilibrio di potenza armata tra sé e gli altri, che, a loro volta, rispondono intensificando le proprie attività di tipo terroristico. È un circolo vizioso che va superato.

In particolare la presenza dei militari e delle basi statunitensi in Italia è ingombrante e sempre meno accetta. L’esistenza nel nostro territorio di basi americane (Aviano) ed italiane (Ghedi) che contengono testate nucleari, che sono armi di attacco e non certo di difesa, è in totale contrasto con l’art. 11 della nostra Costituzione che recita testualmente “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. I nostri movimenti hanno raccolto migliaia di firme di cittadini italiani per due progetti legge di iniziativa popolare, presentati al Parlamento italiano, per l’eliminazione dal nostro territorio delle testate nucleari e per la chiusura di queste ed altre basi militari. Inoltre la decisione dell’amministrazione Bush (che ha sostenuto una politica militare aggressiva, con la teorizzazione addirittura della “guerra permanente e preventiva”), di raddoppiare la base americana di Vicenza, sta portando la popolazione di quella città, che in stragrande maggioranza non vuole quella nuova base, a continue agitazioni e proteste che sono state accolte anche dal tribunale amministrativo della Regione di quella città. Il governo italiano attuale, che ha dimostrato ripetutamente il suo appoggio alla politica aggressiva dell’amministrazione americana uscente, ha ignorato questa sentenza e la volontà espressa dai cittadini di quella città, dando il via all’inizio dei lavori di questa seconda base.

Noi siamo amici del popolo americano, e gioiamo per il fatto che tra poco sarà Lei a rappresentarlo. Per questo speriamo che Lei decida di cambiare completamente la politica estera del suo paese. In un convegno da noi organizzato per la prevenzione dei conflitti armati e per la creazione di corpi appositamente preparati a questo scopo (Corpi Civili di Pace) è emerso che attualmente per la prevenzione dei conflitti armati si spende 1 euro contro i 10.000 euro utilizzati per realizzare le guerre. Se questo squilibrio continua il mondo futuro sarà davvero una guerra permanente. Bisogna rovesciare questo andamento. Le facciamo presente una nostra proposta per superare la controversia di Vicenza e per una nuova collaborazione di pace trai nostri due paesi: Creare una struttura dove Usa, Canada ed Europa possano lavorare insieme, alla pari e sul lungo periodo, nel campo della prevenzione e soluzione con mezzi civili dei conflitti che mettono in pericolo la vita di milioni di persone Facendo questo tipo di intervento nel Peace Keeping Civile riconosciuto dall’Agenda per la Pace dell’Onu, in modo da sperimentarlo come strumento efficace nelle prossime crisi internazionali. L’Europa, anche grazie ai paesi non allineati e non facenti parte della Nato, come la Svezia, la Finlandia e l’Austria, ha molto da offrire: il concetto di “potenza civile” su cui basa la sua azione nel sistema internazionale, le singole esperienze di diplomazia popolare e di quella su più livelli, le nuove politiche di prevenzione dei conflitti nell’Est Europa e nel Caucaso. Anche gli Usa possiedono però un enorme patrimonio storico e di competenze scientifiche sul tema della prevenzione dei conflitti e dell’intervento civile, di mediazione per la soluzione delle crisi: dallo storico accordo di Camp David, a istituzioni come l’Usip (United States Institute of Peace), ai centri di Document/Azione Martin Luther King e Carter di Atlanta, fino a singoli progetti di ricerca e intervento per una soluzione pacifica ai conflitti (come Preventing Deadly Conflict). A partire da tutto ciò, il movimento di Vicenza potrebbe invitare un tipo diverso di presenza statunitense ed internazionale: non migliaia di paracadutisti pronti a intervenire militarmente ai quattro angoli del mondo, ma un Centro per la prevenzione e l’intervento civile nei conflitti, dove i Paesi europei, Usa e Canada (paese quest’ultimo molto impegnato in politica estera sul concetto di “sicurezza umana”), e tutti gli altri interessati a sviluppare il Peace Keeping Civile dell’ONU, possano discutere e preparare insieme modalità civili di soluzione delle crisi e di prevenzione di escalation violente, e addestrare corpi civili di pace per interventi non armati. Una struttura civile, a basso impatto ambientale e urbanistico. Vicenza diverrebbe così un nuovo luogo di dialogo e produzione di politiche per la pace e per lavorare in maniera diversa alla sicurezza umana e sociale.

Sappiamo che anche Lei, come noi, nutre rispetto e ammirazione per il mahatma Gandhi e per il dottor Martin Luther King. Nella loro memoria, ci auguriamo che Lei mediti su questa proposta e che si possa collaborare insieme per realizzarla.

Accetti la nostra stima e i nostri migliori saluti.

Note:
Firme (in ordine di adesione):
L’Associazione Onlus “Berretti Bianchi”, La Fucina per la Nonviolenza (sezione fiorentina del Movimento Nonviolento), La Comunità per lo Sviluppo Umano ed il Movimento Umanista di Firenze, l’Associazione Locale Obiezione e Nonviolenza-gruppo azione nonviolenta Forlì-Cesena (alon-gan fc), l’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace, il Movimento Internazionale della Riconciliazione, il Movimento Nonviolento, la Tavola della Pace del Friuli Venezia Giulia, il Centro Gandhi Edizioni ed i Quaderni Satyagraha di Pisa, il Centro Studi Sereno Regis di Torino, Agenzia per la pace Valtellina, Valchiavenna e Alto Lario, Ecoistituto del Piemonte, Commissione Comunale per la Pace del Comune di Bagno a Ripoli (Fi.), U.S. Citizens Against War in Florence, Italy, Associazione PeaceLink

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