Dio ha diritto di fare politica – Barack Obama

I termini di una corretta “laicità” non escludono – anzi richiedono – un’ispirazione anche religiosa della politica. Lo ha spiegato Nicolas Sarkozy, l’attuale presidente di una nazione – la Francia – che si è in passato contraddistinta per un laicismo esasperato.
Lo spiega anche il neopresidente americano Barack Obama, nel discorso che – allora senatore democratico dell’Illinois – tenne il 28 giugno 2006 alla conferenza “Call to renewal” a Washington. Non è una posizione nuova in una nazione – gli USA – che hanno sempre assegnato alla religione un ruolo fondante dell’etica civile, come ebbe già a osservare Tocqueville. Ma i termini con cui Obama affronta il tema sono senz’altro innovativi per la cultura liberal americana degli ultimi decenni.
Pubblichiamo il testo del discorso, già apparso su Il Foglio quotidiano del 4 luglio 2006 con il titolo che riprendiamo. Le evidenziazioni in grassetto sono nostre.

Oggi vorrei discutere con voi il nesso tra religione e politica, e magari offrire qualche spunto su come districarci tra alcune delle tante diatribe, spesso molto aspre, apertesi in questi ultimi anni. Lo faccio perché, come tutti voi sapete, possiamo asserire l’importanza della povertà nella Bibbia e discutere la vocazione religiosa alla missione nel mondo quanto vogliamo, ma tutto questo non avrà effetto alcuno se non affrontiamo di petto il sospetto reciproco che talvolta esiste tra l’America religiosa e l’America laica.
Nella mia storia personale, questa necessità è emersa durante la campagna per l’elezione al Senato, nel 2004. L’altro candidato, Alan Keyes, era portato per quello stile retorico alla Jerry Falwell o Pat Robertson, che bolla i progressisti come immorali e senza Dio. Verso la fine della campagna Keyes disse: “Gesù Cristo non voterebbe per Barack Obama. Cristo non voterebbe per Barack Obama perché Barack Obama ha tenuto un comportamento impensabile per Cristo”.
Alcuni dei miei sostenitori liberal mi hanno spinto a non prenderlo sul serio. Ma sono stato costretto a farlo. Poiché sosteneva di parlare a nome della mia religione, si arrogava la conoscenza di determinate verità. Obama sostiene di essere cristiano, diceva, eppure appoggia uno stile di vita che per la Bibbia è abominio. Obama sostiene di essere cristiano, ma sostiene la distruzione della vita sacra e innocente. Che cosa avrei dovuto dire secondo i miei sostenitori? Che una interpretazione letterale della Bibbia era follia? Che Keyes, cattolico, avrebbe dovuto ignorare gli insegnamenti del Papa?
Non ero disposto a spingermi così in là, e replicai con la risposta tipicamente liberal, ovvero che viviamo in una società pluralistica, che non posso imporre le mie considerazioni religiose agli altri, che mi ero candidato a senatore dell’Illinois e non a Pastore dell’Illinois.
Ma l’accusa di Keyes mi tormentava, ed ero conscio del fatto che la risposta data non rispecchiava il ruolo che la fede ha nel guidare i miei valori e le mie convinzioni.
Il mio dilemma non era un caso unico. Rifletteva un più ampio dibattito in corso da trent’anni sul ruolo della religione nella politica. Oggi, il fattore che, preso singolarmente, incide maggiormente sull’iscrizione ai partiti da parte degli americani bianchi non è il fatto di essere uomini o donne, o di risiedere in uno dei cosiddetti stati rossi o blu, ma l’andare regolarmente in chiesa o no. I leader conservatori, da Falwell e Robertson a Karl Rove e Ralph Reed, hanno avuto gioco facile nello sfruttare questa divisione, ricordando ai cristiani evangelici che i democratici non rispettano i loro valori e rinnegano la Chiesa, dando l’impressione al resto del paese che gli americani religiosi si interessano soltanto di aborto e matrimoni gay, preghiere a scuola e disegno intelligente.
I democratici, o almeno la maggior parte di loro, ci sono cascati.
Nel migliore dei casi possiamo tentare di evitare del tutto i dibattiti sui valori religiosi, timorosi come siamo di offendere qualcuno e pronti ad affermare che, indipendentemente dalle nostre convinzioni personali, i princìpi costituzionali ci legano le mani.
Nel peggiore dei casi alcuni liberal hanno ricusato la religione sulla pubblica piazza, definendola irrazionale o intollerante, insistendo su una caricatura degli americani religiosi che ne fa dei fanatici, o pensando che la stessa parola “cristiano” indichi gli avversari politici, e non persone di fede.
Penso che sia un errore non riconoscere la forza della fede nella vita degli americani e non addentrarsi in un dibattito su come conciliare la fede e la nostra democrazia moderna e pluralistica. Il 90 per cento di noi crede in Dio, il 70 si inserisce in una religione organizzata, il 38 per cento si definisce “cristiano impegnato” e in sostanza ci sono più persone che credono negli angeli che non persone che credono nell’evoluzione.
Questa tendenza non è il risultato di una campagna pubblicitaria riuscita ad opera di predicatori capaci, né il traino di popolari megachiese. In realtà, si rivolge a una fame più profonda, una fame che va oltre ogni questione o causa specifica. Ogni giorno migliaia di americani affrontano la routine quotidiana e si rendono conto che manca qualcosa. Decidono che il lavoro, quanto possiedono, gli svaghi, gli affari non bastano. Desiderano trovare uno scopo, un arco narrativo della propria vita. Tentano di lenire una solitudine cronica. Perciò hanno bisogno di essere certi che qualcuno, là fuori, si preoccupa di loro, li ascolta; hanno bisogno di essere certi che non stanno discendendo una lunga autostrada verso il nulla.
Parlo per esperienza. Non sono stato cresciuto in una famiglia religiosa (…). Fu solo dopo il college, quando mi trasferii a Chicago per lavorare come organizzatore di comunità per un gruppo di chiese cristiane, che dovetti affrontare il mio dilemma spirituale. I cristiani con cui lavoravo si riconoscevano in me; vedevano che conoscevo il loro Libro e che condividevo i loro valori e cantavo le stesse canzoni. Ma percepivano una parte di me che rimaneva distaccata, lontana, come un osservatore in mezzo a loro. Col tempo, anch’io capii che mancava qualcosa, che senza un contenitore per le mie convinzioni, senza un impegno in una precisa comunità di fede, in qualche modo sarei sempre rimasto solo e distante.
Se non fosse stato per le caratteristiche peculiari della chiesa nera e della sua storia, avrei potuto accettare questo destino. Ma col passare dei mesi a Chicago, mi scoprii attratto dalla chiesa (…). La chiesa mi ha offerto una seconda rivelazione: avere fede non significa non avere dubbi. Bisogna andare in chiesa proprio perché apparteniamo a questo mondo, non ne siamo esclusi; bisogna abbracciare Cristo proprio perché abbiamo peccati da cui mondarci. Perché siamo umani e abbiamo bisogno di un alleato nel nostro difficile viaggio.
Fu grazie a questa nuova comprensione delle cose che potei infine scendere lungo la navata della Trinity United Church of Christ e professare la mia fede. Fu una scelta, e non un’epifania (…).
Quando ignoriamo il dibattito su che cosa significhi essere un buon cristiano, musulmano o ebreo; quando discutiamo di religione solo in senso negativo, per definire dove e come non deve essere praticata, invece che in senso positivo, concentrandoci su quanto ci insegna sui nostri doveri nei confronti degli altri; quando rifuggiamo dagli incontri e dalle trasmissioni religiose perché pensiamo che sarebbero poco graditi, allora altri riempiranno quel vuoto, quelli che hanno una visione più ristretta della fede, o quelli che usano la religione per giustificare scopi partigiani. In altre parole, se non ci rivolgiamo ai cristiani evangelici e agli altri americani religiosi, dicendo loro quali sono i nostri princìpi, i Jerry Falwell e i Pat Robertson continueranno a spadroneggiare.
Punto ancora più importante, la ritrosia di alcuni progressisti nei confronti di qualsivoglia accenno alla religione spesso ci ha impedito di affrontare efficacemente i problemi da un punto di vista morale.
Alcuni di questi problemi sono retorici: se ripuliamo il linguaggio di ogni contenuto religioso, perdiamo automaticamente quel carico di immagini e termini che milioni di americani usano per figurarsi la propria moralità personale e la giustizia sociale. Provate a immaginare il secondo discorso inaugurale di Lincoln senza riferimenti ai “giudizi del Signore”, o il discorso di Martin Luther King “I have a dream” senza riferimento a “tutti i figli di Dio”. Queste evocazioni di verità più elevate hanno aiutato a ispirare quanto sembrava impossibile e hanno portato la nazione ad abbracciare un’identità comune.
L’incapacità di noi progressisti di attingere alle fondamenta morali della nazione non è solo retorica. Il nostro timore di scadere nelle “prediche” ci potrebbe anche portare a ignorare, erroneamente, il ruolo che valori e cultura rivestono in alcuni dei problemi sociali più urgenti. Dopo tutto, i problemi della povertà e del razzismo, di chi è senza assicurazione sanitaria o lavoro, non sono problemi tecnici da risolvere con un programma perfetto in dieci punti. Sono radicati nella nostra indifferenza sociale e nella noncuranza individuale. Nelle imperfezioni dell’uomo. Risolvere questi problemi richiederà un cambiamento delle politiche di governo. Richiederà anche un cambiamento nei nostri cuori e nelle nostre teste.
Credo sia fondamentale lasciare le pistole al di fuori dei centri cittadini, e credo che i politici debbano dirlo in faccia alla lobby dei produttori di armi. Ma credo anche che quando un giovane dedito al sesso di gruppo si mette a sparare indiscriminatamente nella folla perché pensa che qualcuno gli abbia mancato di rispetto, allora ci sia un problema di morale. C’è un buco nel cuore di quel giovane, un buco che i programmi di governo da soli non possono richiudere.
La mia Bibbia mi dice che se istruiamo un giovane nel modo corretto, quando crescerà egli non si allontanerà da quella via. Penso che la fede e una buona guida possano contribuire a fortificare l’autocoscienza di una ragazza, il senso di responsabilità di un ragazzo e il senso di riverenza di tutti i giovani per l’atto di intimità sessuale.
Non voglio dire che tutti i progressisti si debbano convertire alla terminologia religiosa. Non c’è nulla di più trasparente di un’espressione di fede insincera, come un politico che si fa vedere alla chiesa nera sotto elezioni e che batte le mani – fuori tempo – con il coro gospel. Quello che vorrei dire invece è questo: i laicisti si sbagliano quando chiedono ai credenti di lasciare la religione fuori dalla porta prima di fare il proprio ingresso in pubblico. Frederick Douglas, Abraham Lincoln, Williams Jennings Bryant, Dorothy Day, Martin Luther King, e, in sostanza, la maggioranza dei grandi riformisti della storia americana non solo erano motivati dalla fede, ma hanno più volte usato un linguaggio religioso per sostenere la propria causa.
Dire che uomini e donne non dovrebbero far confluire la loro “morale personale” nei dibattiti pubblici è un assurdo pratico. Il nostro diritto è per definizione una codifica della morale, basato in larga misura sulla tradizione giudaico-cristiana. Se noi progressisti riuscissimo a disfarci dei pregiudizi, potremmo riconoscere l’esistenza di valori convergenti, condivisi da credenti e laici quando si tratta della direzione morale e materiale del nostro paese (…).
Ho spiegato parte di quanto i progressisti devono fare su questo tema; vorrei dire qualche parola anche su quanto devono fare i leader conservatori della destra religiosa, esplicitare un paio di punti che dovranno riconoscere.
Innanzitutto devono comprendere quanto sia stata cruciale la separazione tra stato e chiesa nel mantenere non solo la nostra democrazia, ma anche il vigore delle nostre pratiche religiose. Devono capire che alla fondazione del nostro stato i campioni di questa separazione non furono gli atei o i libertari civili, ma le minoranze religiose perseguitate, i battisti come John Leland, preoccupati del fatto che una qualsiasi religione appoggiata dallo stato potesse ostacolarli nella professione della loro fede.
Inoltre, data la crescente diversità della popolazione americana, i pericoli del settarismo sono più grandi che mai. Indipendentemente da quanto siamo stati in passato, non siamo più una nazione cristiana. Siamo anche una nazione ebraica, musulmana, buddista, hindu e una nazione di non-credenti. E se anche all’interno dei nostri confini non vi fossero che cristiani, che tipo di cristianità dovremmo insegnare a scuola? (…).
La democrazia impone a chi è mosso da considerazioni religiose di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali, e non specifici della sua religione. Impone che le sue proposte siano improntate alla ragionevolezza. Posso essere contrario all’aborto per motivi religiosi, ma se voglio ottenere l’approvazione di un disegno di legge che ne renda illegale la pratica non posso limitarmi a fare riferimento agli insegnamenti della mia chiesa o a evocare la volontà di Dio. Devo spiegare perché l’aborto viola un principio condivisibile da tutti, fedeli di qualsiasi religione o di nessuna. Potrebbe essere difficile per chi crede nell’infallibilità della Bibbia, come molti evangelici. Ma in una democrazia pluralista non abbiamo scelta.
La politica dipende dalla nostra capacità di persuaderci vicendevolmente della validità di obiettivi comuni sulla base di una realtà comune. La politica implica il compromesso, l’arte del possibile. A un certo livello, quando si fa fondamentale, la religione non permette il compromesso. Insiste sull’impossibile. Se Dio ha parlato, i suoi seguaci dovranno vivere secondo i suoi precetti, indipendentemente dalle conseguenze. Fondare la propria vita su tali irremovibili impegni può essere sublime; fondare la nostra attività politica su tali impegni sarebbe cosa pericolosa. Conosciamo tutti la storia di Abramo e Isacco (…). Ma è giusto dire che chiunque tra noi vedesse un Abramo del XXI secolo sollevare il coltello sul tetto del suo condominio, chiamerebbe la polizia e si aspetterebbe che il dipartimento per i Servizi ai bambini e alla famiglia allontanasse Isacco da Abramo. Lo faremmo perché non sentiamo quello che sente Abramo, non vediamo quello che lui vede, per quanto quelle esperienze possano essere vere. Perciò la cosa migliore che possiamo fare è agire secondo quello che tutti noi possiamo sapere, che si tratti di diritto comune o semplice ragione.
Infine una riconciliazione tra fede e pluralismo democratico impone un certo senso della misura. Questo vale per entrambe le parti. Ci deve essere anche un senso della misura a guida di chi pattuglia i confini tra stato e chiesa. Non è vero che ogni volta che si fa menzione di Dio in pubblico si apre una breccia nel muro di separazione; il contesto è importante (…).
Insomma, tutti noi abbiamo parecchio lavoro da fare. Ma sono fiducioso: sapremo superare il divario esistente e i pregiudizi che ciascuno di noi ha portato con sé in questa discussione. E sono fiducioso nel fatto che milioni di americani credenti vogliono che questo accada. Non importa quanto siano o non siano religiosi: la gente è stanca di vedere che la fede viene sfruttata, usata come strumento per attaccare, sminuire e dividere, stanca di sentire più sproloqui che sermoni. Perché in fondo, non è così che vede la fede nella propria vita.
Vorrei concludere con un altro episodio che ho vissuto durante la campagna elettorale. Qualche giorno dopo aver vinto la nomina dei democratici per il Senato, ho ricevuto un’e-mail da un dottore della Medical School dell’Università di Chicago, che diceva: “Congratulazioni per la sua vittoria, schiacciante e ispiratrice. Sono felice di aver votato per lei, e le dirò che sto pensando seriamente di votarla anche alle elezioni politiche. Le scrivo per illustrarle le preoccupazioni che, in ultima analisi, potrebbero impedirmi di darle il mio sostegno”. Il dottore si descriveva come un cristiano che riteneva che il suo impegno dovesse essere “totalizzante”. La fede lo portava a opporsi con decisione all’aborto e al matrimonio gay, anche se, diceva, la fede lo portava anche a dubitare dell’idolatria del libero mercato e del facile ricorso al militarismo che sembrava caratterizzare gran parte della politica estera del presidente Bush.
Ma la ragione per cui il dottore stava pensando di non votarmi non era la mia posizione sull’aborto. Piuttosto, aveva letto una dichiarazione inserita sul sito web dal mio staff, che indicava che avrei lottato contro “gli ideologi di destra che vogliono cancellare il diritto di scelta delle donne”. La missiva continuava così: “Mi sembra che lei abbia un marcato senso della giustizia e mi sembra anche che lei sia una persona ragionevole, che tiene in grande rispetto il raziocinio. Quali che siano le sue convinzioni, se crede veramente che coloro che sono contrari all’aborto siano tutti ideologi spinti dal desiderio perverso di infliggere sofferenze alle donne, allora, a mio modo di vedere, lei non è una persona ragionevole. A questo punto, non le chiedo di schierarsi contro l’aborto, ma semplicemente di affrontare il tema in termini ragionevoli”.
Ho controllato il mio sito web e ho trovato quelle parole offensive. Il mio staff le aveva inserite per riassumere la mia posizione a favore della libertà di scelta durante le primarie dei Democratici, in un momento in cui alcuni dei miei oppositori mettevano in dubbio il mio impegno a difesa della sentenza Roe vs Wade. Rileggendo la lettera del dottore, però, ho provato un sussulto di vergogna. Sono le persone come lui che cercano un confronto più approfondito e pieno sulla religione nel nostro paese. Forse non cambieranno la propria posizione, ma sono disponibili ad ascoltare e imparare da chi è disposto a discutere in termini ragionevoli, da chi sa quanto sia splendido e centrale il posto occupato da Dio nella vita di tanti, e da chi si rifiuta di trattare la fede alla stregua di un altro tema politico con cui segnare qualche punto in più. Ho risposto al dottore ringraziandolo. Il giorno dopo, ho inoltrato la mail al mio staff e ho cambiato il linguaggio del sito. E quella sera, prima di andare a letto, ho detto una preghiera, per estendere agli altri quella presunzione di buona fede che il dottore mi aveva concesso.
E’ una preghiera che ripeto per l’America oggi. La speranza che possiamo vivere gli uni con gli altri così da conciliare le convinzioni di fede di ciascuno con il bene di tutti. E’ una preghiera che vale la pena dire, e un dibattito che vale la pena aprire in questo paese, nei mesi e negli anni a venire.
Grazie.

Discorso di Barack Obama riportato da “Il Foglio” quotidiano (cui si deve il titolo) nel 2006

I commenti sono chiusi.