L’eccezione di Aldo Capitini – Angelo d’Orsi

1937, annus horribilis della storia europea (e non soltanto): il 26 aprile, sulla città sacra dei Baschi, il primo esempio di bombardamento distruttivo, “a tappeto”, che preludeva alla “guerra totale” sperimentata nel secondo conflitto mondiale. Protagonista la ricostituita aviazione militare germanica, con l’aiuto di aerei italiani. La Guerra di Spagna era il grande scontro tra fascismo e antifascismo. L’Italia mussoliniana è in piena fascistizzazione: la nascita del MinCulPop era il punto d’arrivo di un processo nato all’indomani della conquista del potere, con un ufficio Stampa presso la Presidenza del Consiglio (ossia Mussolini), poi diventato Sottosegretariato, quindi Ministero Stampa e Propaganda, e, infine, appunto, Ministero della Cultura Popolare. La «fabbrica del consenso» è rodata, e il nuovo organo ha il compito di estendere la sua portata all’intera società italiana. Il fascismo si è pienamente dispiegato, anche se non compiutamente, per le inefficienze del sistema, come regime totalitario, con la pretesa di creare l’«uomo nuovo». Un uomo, che nella mente di Mussolini, ha essere un individuo militarizzato, armato, pronto a obbedire e combattere, in quanto credente. Il fascismo è la nuova fede, il Duce il suo sacerdote massimo, le camicie nere i fedeli osservanti, secondo rituali che il capo del partito, officiante supremo del cultro, Starace, va perfezionando giorno dopo giorno con maniacale zelo. In quell’anno in cui Mussolini va ripetendo di voler trasformare l’Italia in una caserma pronta alla mobilitazione totale, mettendo tra le mani di ogni italiano una baionetta, in quell’anno in cui si respirano guerra, impero, armi…, appare un libro che definire controcorrente sarebbe poco. Un libro che già il titolo denuncia nella sua “diversità”, ma che proprio il titolo, nella sua cripticità – almeno agli occhi di un funzionario di regime – proteggerà dalla censura.
Elementi di un’esperienza religiosa, si intitola quell’opera, il cui autore è un semi sconosciuto, tale Capitini Aldo, licenziato qualche anno prima dalla Scuola Normale di Pisa, dove era segretario, per volere di Giovanni Gentile che ne era a capo: il rifiuto dell’iscrizione al Fascio, la causa, aggravata dalla stranezza di un personaggio appartato, ma amato dagli studenti, un vegetariano filosofo, che parla di religiosità prescindendo dal cristianesimo e dalle altre confessioni rivelate.
Eppure la sua voce, per quanto in controtendenza, non soltanto non è, a ben vedere, così isolata: essa appartiene a un turbamento della coscienza collettiva i cui sintomi pur largamente minoritari trovano qualche manifestazione in autori quali Piero Martinetti, Adriano Tilgher, Ugo Spirito, Carlo Michelstaedter; e trova anche un appiglio, fondamentale, nel pensiero rimasto allo stadio di abbozzo, di un amico e compagno di Capitini, Claudio Baglietto, giovane filosofo uscito dalla Normale, destinato a una brillante carriera accademica, se non fosse che si rifiutò di rientrare in Italia dalla Germania dove era andato a seguire i corsi di Heidegger, dichiarandosi obiettore di coscienza, e rifugiandosi poi in Svizzera, dove morrà, prematuramente.
Tale il contesto filosofico, quasi un contraltare non dichiarato al contesto politico, al quale si può iscrivere quel piccolo libro capitiniano, capitolo della via italiana alla filosofia della crisi, ma percorsa con modi e stile peculiari. Colpisce, infatti, la positività dell’atteggiamento di Capitini. Lontanissimo da ogni nichilismo, dallo stesso esistenzialismo nel senso classico, da qualsivoglia apologetica postkierkegardiana del «singolo», e soprattutto estraneo alla pulsione di morte, Capitini affronta il tema della presenza concreta dell’uomo nel mondo, un essere non isolato: non a caso il paragrafo si intitola “La crisi dell’individualismo”. E ancor più significativamente, fa seguito a quello intitolato “I problemi economici”. Come dire: anche il filosofo religioso è pensatore politico; e il pensatore politico è filosofo religioso. Il grande tema della politica è indissolubilmente legato alla riflessione metafisico-religiosa, peraltro mai condotta in termini di pura trascendenza.
Nel libro c’è la riaffermazione continua dell’ispirazione religiosa dell’agire politico, l’insistere sulla coerenza mezzi/fini e sulla critica della violenza. Necessariamente, essa si fa critica della ipostatizzazione dello Stato nelle ideologie contemporaneee (implicita, ma chiarissima, la polemica contro l’assolutismo statalista del fascismo); ad essa procede parallela la critica del tradizionalismo religioso che si è fatto nei secoli sostegno del potere (con una fortissima la polemica anticattolica). Tanto più aspra è la critica all’istituzionalismo delle religioni – in primo luogo quella cattolico-romana – quanto più viva è l’ispirazione religiosa; è la religione il punto focale che anima il libro.
L’eco esistenzialista presente nel libro non deve fuorviare: il tema di fondo è l’unità: l’unità con l’altro, che non è mai così altro da me perché io non mi senta intimamente legato a lui, prima di conoscerne i pensieri, le azioni, la fisionomia concreta di uomo. Di qui il proponimento della nonuccisione, della nonmenzogna, della nonviolenza (da allora, Capitini scrisse sempre in una sola parola queste pratiche di rifiuto, proprio a evidenziarne la strutturale positività). Quasi a voler respingere anticipatamente le accuse di utopismo, Capitini definisce la propria concezione come di «persuasione».
Perciò forse ha ragione un amico e compagno Calogero quando scrive che le pagine di quel piccolo libro «potevano celare soltanto all’ottusità o alla disattenzione dei censori governativi il continuo intento di critica eticopolitica del fascismo». E aggiunge: «Chi rilegga oggi questi brevi capitoli, queste espressioni attentamente sorvegliate e insieme attive e potenti, si sente commosso ripensando all’animo con cui si leggevano allora, quando suonavano come segnale di raccolta di un piccolo drappello che voleva riconoscersi e contarsi, e, soprattutto, moltiplicarsi. L’appello all’opposizione era addirittura esplicito: “Vi sono forze potenti da fronteggiare, e solo un’opposizione dal profondo e appassionata può vincerle: un’opposizione che matura come un capolavoro di poesia”».
E ancora, a giudicare dal tessuto di amicizie, rapporti, iniziative di cui Capitini è orditore nel ‘33-43, ha ragione Calogero a scrivere: «Non era, certo, la maniera migliore di organizzare i partigiani; ma niente era più lontano allora, entro i confini d’Italia, che la possibilità della guerra partigiana. E a paragone di tanti che sognavano attentati a Mussolini e non facevano nulla, l’azione di Capitini che rifuggiva da ogni violenza, ma intanto vaccinava le coscienze contro l’esaltazione fascista della violenza e della guerra, si rivelava, in fin dei conti, più concludente. E molti giovani, avviati da lui al senso morale della politica, sarebbero stati più tardi degli eccellenti partigiani».
I tempi della politica di Capitini, oppositore prima, costruttore dopo, furono tempi lunghi, dunque, ma senza alcuna tentazione di ripiegamento, di rinuncia, di quietismo. I più avvertiti tra i lettori colsero in quell’opera “strana” e controcorrente del 1937, del tutto estranea al clima dell’imperialismo fascista, a cui altre, analoghe, seguirono, una proposta di rifondazione della comunità umana, sconvolta dalla barbarie della guerra: Capitini, altri profeti disarmati, allora, non ebbe successo. La barbarie fu consumata, sino in fondo. Ma un seme di speranza, quanto meno, era stato gettato.

Relazione che Angelo d’Orsi ha tenuto il 7 novembre 2008 a Marsciano (Perugia), in occasione del terzo convegno internazionale di studi (5-8 novembre), in memoria di Franco Salvatorelli, dal titolo “Religione e politica in Italia dal Risorgimento al Concilio Vaticano II”.
Fonte: Liberazione, 7 novembre 2008

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