Capitini e Dolci: voci da un’amicizia – Massimiliano Fortuna

È in corso un’importante iniziativa editoriale che riguarda Aldo Capitini. La Fondazione Centro Studi “Aldo Capitini” ha avviato, in collaborazione con le edizioni Carocci, un progetto che prevede la pubblicazione di una parte cospicua dell’Epistolario capitiniano. Alla fine del 2007 è uscito il primo volume, dedicato al carteggio tra Capitini e Walter Binni (1), il secondo, edito nel settembre del 2008, presenta lo scambio di lettere tra Capitini e Danilo Dolci. È prevista la pubblicazione del carteggio con Guido Calogero e con una selezione di filosofi, tra i quali Norberto Bobbio, anche se l’uscita di questo volume farà seguito al completo ordinamento dell’Archivio Bobbio. Altri carteggi, ad esempio una scelta di lettere ai familiari, sono in fase di studio, ma la loro pubblicazione è condizionata dalla ricerca e dal reperimento di nuovi fondi.
Per quanti si occupano di nonviolenza l’edizione integrale di un carteggio tra due figure chiave della nonviolenza italiana, come Dolci e Capitini, non può che rappresentare una lettura di particolare stimolo. Una parte di questa corrispondenza aveva già visto la luce sulla rivista «Il Ponte», in occasione del primo anniversario della scomparsa di Capitini. (2)
L’avvio di questo scambio epistolare è Capitini stesso a raccontarcelo in Attraverso due terzi del secolo. Nell’ottobre del 1952 Dolci ha cominciato da pochi mesi la sua opera di assistenza in Sicilia, nel borgo di Trappeto. La morte per fame di un bambino lo spinge a un digiuno di protesta. Venutone a conoscenza Capitini gli scrive, e fu tra i pochi a farlo, per comunicargli il proprio sostegno: «gli dissi che non aveva il diritto di morire, prima che egli avesse informato sufficientemente noi tutti della situazione, e lo pregai perciò di sospendere il digiuno».(3) Dolci, che di questo professore di Perugia non aveva mai sentito parlare, sembra avvertire immediatamente l’importanza di questo contatto e l’aiuto che può derivargliene per la sua battaglia civile. S’inaugura così un legame assiduo, profondo, intessuto di scambio intellettuale e vicinanza esistenziale; un legame che si protrarrà sino a un altro mese di ottobre, quello che sedici anni dopo porterà la notizia della morte di Capitini.
È comprensibile che spetti a Dolci, più giovane di venticinque anni, il ruolo del discepolo in cerca di consigli e pronto a riconoscere il proprio debito formativo nei confronti dell’interlocutore più anziano; in lui trova infatti un sicuro punto di riferimento, un maestro a cui sottoporre dubbi, a cui domandare valutazioni in merito alle azioni da intraprendere, alle scelte da adottare, alle letture da compiere. Anche se fa tutto questo sulla base di convinzioni di fondo e di una direzione ideale già maturate da qualche tempo Dolci rende a Capitini omaggi inequivocabili: «come il solito, dopo averti scritto con qualche opinione diversa, pur dopo averla lungamente verificata, rimango un po’ in pena finché non arriva la tua» (lettera n. 33 di fine ottobre 1955), «gran parte di queste cose le ho imparate da te e so che se fossi al mio posto, con tutti i fili in mano, faresti come sto facendo io» (lettera n. 97 del 3 ottobre 1957).
Certamente Capitini aiuta Dolci a entrare in contatto con una porzione influente del mondo culturale italiano, che lo gratificherà di ascolto e sostegno: «ho fatto conoscere a Danilo tutti i miei amici laici da Calamandrei a Bobbio, e tanti altri».(4) Individua nel giovane triestino uno straordinario talento pratico, un travolgente promotore di impegno civile del quale forse cerca, in qualche misura, di disciplinare l’energia, per rendere maggiormente efficace quella lotta “dal basso” che lui teorizza e Dolci incarna nel modo più limpido. E da Capitini Dolci viene gratificato non soltanto con la stesura di due libri dedicati alla sua figura e alla sua opera – Rivoluzione aperta (1956) e Danilo Dolci (1958) – ma anche con eloquenti attestati di stima, anzi di ammirazione: «leggo nell’Espresso il tuo programma per l’America del Sud; è un altro mio sogno che tu realizzi» (lettera n. 281 del 30 aprile 1967).(5)
L’influenza di Capitini va soprattutto riconosciuta sul piano dell’acquisizione di una consapevole visione nonviolenta, nel raggio più ampio possibile del suo significato. Anche in questo caso è Dolci stesso a darne esplicita conferma: «l’incontro con te e con Gandhi attraverso di te (53-54) mi è stato fondamentale» (lettera n. 51 del 16 dicembre 1955). Non va però omesso che Dolci, orientato dal suo «istinto spirituale», come lui lo definisce, si trovava già su questa strada: «quando mi volevano insegnare duelli “umani” con la baionetta, non li ho mai fatti e nessuno ha mai insistito. Non ho mai nascosto, vestito in grigioverde, le mie idee, che si facevano sempre più chiare» (lettera n. 51). Dolci, peraltro, non aveva soltanto introiettato una scelta di rifiuto individuale della violenza e dell’uccidere, ma stava anche cominciando a prendere coscienza dell’efficacia di una forma di pressione nonviolenta. Era stato proprio quel primo digiuno proclamato nel 1952 ad avviarlo verso questa consapevolezza: «avevo iniziato a digiunare perché avrei avuto schifo di me a continuare a mangiare tranquillo intanto che gli altri morivano. E invece in quell’occasione mi sono accorto della forza di questo mezzo, che poi ho valorizzato con una coscienza diversa. Imparai che, a certe condizioni, il digiuno poteva diventare una forza».(6) Proprio sulle modalità dei digiuni di Dolci si registra qualche discordanza fra i due, Capitini invita ripetutamente l’amico a non spingersi oltre certi limiti, questo gli risponde sottolineando la necessità di agire con decisione considerato lo stato di emergenza che si trova a fronteggiare.
Quando nel dicembre del 1957 Dolci invia alla «Pravda» una dichiarazione in seguito all’assegnazione del Premio Lenin per la Pace si premura di evidenziare «la validità delle vie rivoluzionarie nonviolente» e «la continua necessità di un’azione, scientifica ed aperta; maieutica direi, dal basso» (lettera n. 108). Il magistero capitiniano è quindi pienamente accolto, così come Dolci accoglierà in seguito, soprattutto a partire dagli anni Settanta, l’invito a dedicarsi con maggior impegno alla dimensione educativa.
Il fascino degli epistolari è spesso quello di metterci di fronte a un affascinante “dietro le quinte”, in cui entriamo nella dimensione quotidiana di uomini che conosciamo nella loro veste ufficiale o per le loro opere di pensiero e di scrittura. Il carteggio fra Capitini e Dolci non sfugge a questa regola, attraverso le loro lettere assistiamo al prendere forma di idee e di iniziative fondamentali per il rispettivo impegno intellettuale e civile; mentre avanziamo nella lettura e nel passare degli anni vediamo scorrere sullo sfondo la campagna di Dolci per la piena occupazione, la Marcia per la Pace da Perugia a Assisi promossa da Capitini, la lotta nonviolenta per la costruzione della diga sul fiume Jato, la consapevolezza, all’inizio degli anni Sessanta, che è ormai maturo il tempo per una pressione in favore dell’obiezione di coscienza (risultati concreti arriveranno nel decennio successivo). Parallelamente vediamo sfilare davanti a noi una parte cospicua del mondo culturale italiano, e in qualche misura anche internazionale, dell’epoca. In ottica specificamente nonviolenta, merita d’essere notato come in questo epistolario s’incontrino i nomi di giovani studiosi e attivisti divenuti oggi decani dell’impegno per la pace, il riferimento è a Gene Sharp, Giuliano Pontara, Alberto L’Abate, Johan Galtung, Thich Nhat Hanh. Segni di continuità e fermenti che si rinnovano.
Anima queste lettere una dedizione assoluta agli altri: ai più deboli, ai miseri, agli oppressi. Dolci appare maggiormente impulsivo, pare gettarsi a capofitto nell’azione, Capitini è più riflessivo, più puntiglioso nel mettere a punto le proprie iniziative. Entrambi sono uomini che coniugano con costanza lo sforzo teorico e quello pratico, eredi in questo fra i più degni che Gandhi abbia avuto. Dolci infatti, che si direbbe più uomo di prassi, scrive e pubblica moltissimo, Capitini, nonostante gli impegni accademici e il continuo dare alla luce articoli e libri, è sempre proteso all’agire concreto, animato dall’impulso di fronteggiare sofferenze reali. Cifra di fondo di tutto il carteggio è forse proprio questa ininterrotta energia con la quale sia Dolci che Capitini portano avanti le loro attività, disposti a battagliare anche con la propria salute, animati dalla volontà di non fermarsi. Ecco, non fermarsi, provare a spingersi un po’ più in là, probabilmente è questo ciò che più profondamente li accomunava.

(1)  A. Capitini, W. Binni, Lettere 1931-1968, a cura di L. Binni e L. Giuliani, Carocci, Roma 2007.
(2)  A. Capitini, Lettere a Danilo Dolci, a cura di F. Alasia, in «Il Ponte», XXV, n. 10, ottobre 1969, pp. 1241-78. Questo testo contiene 49 lettere scritte dal solo Capitini.
(3)  A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo (1968), in Scritti sulla nonviolenza, a cura di Luisa Schippa, Protagon, Perugia 1992, p. 11. Anche Dolci ricorda questo incontro in alcuni versi di Poema umano (1974).
(4)  A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo, cit., p. 11.
(5)  Nella Lettera di religione n. 37 Capitini non esita a riconoscersi uno «scolaro» di Dolci (cfr. A. Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 340).
(6) Intervista di M. Tarozzi a Dolci, Come l’ape che si posa su un fiore, «DuemilaUno», X, n. 49, marzo-aprile 1995, cit. da G. Barone, S. Mazzi, Introduzione a A. Capitini, D. Dolci, Lettere 1952-1968, Carocci, Roma 2008, p. 9.

A. Capitini, D. Dolci, Lettere 1952-1968, a cura di G. Barone e S. Mazzi, Carocci, Roma 2008, pp. 279

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