Da Harlem, una pagina di storia – Francesco Candelari

Anne Dixon Cooper è una degli oltre 100 milioni di americani che oggi sono andati a votare per eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Si è recata al suo seggio di Atlanta sfidando due ore di coda e adempiendo al suo dovere di cittadina. Il suo voto non ha nulla di eccezionale rispetto a quello degli altri, eccetto per una ragione: ha 106 anni. Anzi due: è donna. Anzi tre: è nera. Quando è nata, le ultime due ragioni l’avrebbero esclusa dal diritto di voto. I suoi nonni erano schiavi, per buona parte della sua vita non solo non ha potuto votare, ma non ha neppure potuto sedersi accanto ai bianchi sui mezzi pubblici. Oggi, Anne può dire di aver vissuto la parabola afro-americana. Allora tutti i neri erano ultimi per definizione: oggi almeno uno di loro è diventato primo.
Barack Obama, nel suo primo discorso da vincitore, è partito dalla storia di Anne Dixon Cooper.
Quando sono arrivato negli Stati Uniti a gennaio, all’inizio delle primarie, non mi rendevo conto della portata storica dell’evento che si sarebbe verificato di lì a 10 mesi. Ricordo di aver partecipato a una discussione con diversi membri della famiglia che mi ospitava e aver condiviso, almeno in parte, l’obiezione più comune fatta al senatore dell’Illinois da parte dei democratici: al di là del simbolo che potrebbe rappresentare la sua elezione, il buon Barack ha veramente qualcosa da dire?
Allora non avevo ancora colto appieno il legame tra quel simbolo e una delle riflessioni introspettive che ha spesso occupato i miei pensieri sulla società americana, da gennaio a marzo e da luglio in poi. L’autobus che da West Chester, nella campagna attorno a Philadelphia, mi portava in città, così come l’autobus urbano che attraversa Brooklyn sono dei luoghi culturali. Gli autobus, soprattutto in periferia, sono i mezzi di trasporto dei poveri, degli emarginati e, quindi, molto spesso, dei neri. Durante i tragitti di andata e ritorno ho osservato giovani aspiranti rapper, mama anziane o uomini in carne dalla barba bianca su un viso scuro. E mi sono chiesto che cosa avrebbero risposto alla domanda “Da dove vieni?”
L’identità è quell’appiglio fondamentale al quale si rifà il nostro io ogni qualvolta cerchi ragione del suo esistere come unicum in un mondo di simili. Le nostre storie individuali, familiari o collettive sono il fondamento dell’identità. E, allora, mi chiedevo (e mi chiedo), che posto ha, nella formazione dell’identità degli afro-americani, quello stupro originario che è stata la tratta degli schiavi? Che senso ha vivere in una terra che non ha radici nella storia collettiva dei neri, ma che anzi è il luogo di una deportazione?
Pur senza nessun argomento scientifico, ho sempre avuto l’impressione di scorgere, sui visi dei miei compagni di autobus, il ricordo di questa ferita subita dai nonni dei nonni dei nonni.
Barack Obama è stato un’onda di marea. E’ partito con un dollaro bucato o poco più e pian piano è riuscito a coinvolgere fette sempre più consistenti della società americana. Ha subito gli attacchi sempre più pesanti e spesso razzisti con grande signorilità. Ma soprattutto è riuscito a farsi carico di questa cicatrice, l’ha ascoltata, l’ha capita, ha deciso di fare i conti con l’identità. Che non è la sua, perché lui è un meticcio, suo padre negli Usa c’è arrivato da solo quando la schiavitù era già stata abolita da un pezzo. Ma è l’identità di sua moglie, delle sue figlie, di tanti suoi amici.
Obama è stato un’onda tale che già stamattina non avevo alcun dubbio sul fatto che avrebbe vinto. E non erano solo i sondaggi che lo davano avanti. E’ stato un’onda di marea, che forse, chi non ha vissuto negli Stati Uniti negli ultimi mesi, non ha percepito appieno. Il caro ex colonnello russo che prima di lasciare l’ufficio mi ha detto: “io per capire la politica seguo i bookmakers, ecco perché sono convinto che vincerà Obama” è stato la prova del 9.
A New York i mega schermi di Times Square sono equamente divisi fra CNN e MNSBC. McCain resiste due minuti, quando è in vantaggio in Pennsylvania, con poche centinaia di voti scrutinati. Poi si alza la marea e risulta via via più chiaro che anche il vecchio veterano sarà sommerso. Ma a Times Square l’atmosfera è fake, un po’ come sempre per la verità, le grida arrivano solo quando la CNN inquadra la piazza, sennò è il solito vocio-gridare americano.
Il vero giubileo è 80 blocks uptown, dopo Central Park, dopo la Columbia, laddove i colori, le luci, le voci, gli odori si trasformano. Manhattan cambia pelle.
La 125esima strada è il simbolo di Harlem: una volta ghetto nel ghetto, oggi è l’oggetto di una dura lotta tra il sindaco Bloomberg, che promuove la gentrification (l’innesto di bianchi e negozi di lusso per rivalutare la zona), e gli afro-americani poveri che non vorrebbero emigrare ancora. Il palco allestito all’incrocio con il boulevard Malcom X è attorniato da una folla in attesa, piena di speranza. Ci siamo, ci siamo quasi, ma non è ancora detta l’ultima parola. Alle 11 la CNN cambia il suo banner: “Obama elected president”. E parte la festa.
Grida, abbracci, foto di gruppo, danze, canti, slogan. E sorrisi, sorrisi intensi, lacrime profonde, sguardi increduli. Sebbene siano la maggior parte, qui non ci sono solo afro-americani. Ma, difficile da descrivere, lo sguardo dice tutto: i bianchi sono contenti per la vittoria elettorale, importante, fondamentale, ma per i neri è di più, molto di più, è un conto che viene da lontano, un conto che è stato aperto dai nonni dei nonni dei nonni e che oggi, in parte, con un simbolo, può essere saldato. Gli occhi delle donne sono illuminati, guardano la nuova First Lady come estasiate. Sul palco salgono i predicatori del luogo, l’unico sindaco nero che ha avuto New York, David Dinkins, l’unico (e attuale) governatore nero che ha avuto lo stato di New York, David Paterson, e, infine, sullo schermo, Obama.
Se sarà un grande presidente ancora non si può dirlo, la situazione che eredita dal tragicomico W. è terribile, se riuscisse a mantenere anche solo un terzo delle sue promesse potrebbe entrare nella hall of fame. Ma di sicuro è un simbolo dell’America che cambia.
Iniziano le danze, i caroselli, la notte avanza.
E arriva la pioggia.
Percorro di corsa il Boulevard Malcom X, svolto a destra in Martin L. King Avenue. Sparisco nella metro.
I numeri della vittoria saranno cronaca dei giornali mattutini.
Là sopra continuano a cantare Yes we can.
Una ragazza mi dice: No, adesso dobbiamo dire Yes we did.

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