A colpi di cuore. Storie del sessantotto – Recensione di Enrico Peyretti

Anna Bravo, A colpi di cuore. Storie del sessantotto, Laterza 2008, pp. 322
Appunti dalla presentazione nella Libreria Torre di Abele,
Torino, 3 ottobre 2008

Oggi siamo nell’anti-sessantotto: l’autoritarismo è crescente, il potere di governo non ascolta altre parole, e dichiara che fare così è il suo programma. Si accusa di sfascio il Sessantotto. Il 25 settembre (mi pare a Zapping, su Radiouno), Marcello Veneziani parla di don Milani come «soviet dell’ignoranza». Molto più seriamente, Armido Rizzi ha criticato quel lato edonistico del Sessantotto che ha dato luogo al «liberismo etico», parallelo a quello economico (Oltre l’erba voglio, Cittadella 2003). Moderatamente, Pietro Scoppola scriveva: «Col Sessantotto si è spezzato un equilibrio, ma non se ne è formato uno nuovo» (Un cattolico a modo suo, Morcelliana 2008, p. 101).
Anna Bravo scrive in questo libro storie partecipate, con libertà critica, non avversa, non disconoscente: racconta e ripensa da partecipe e libera. Segnalo subito il suo netto giudizio sul collegamento volgarmente fatto tra Sessantotto e terrorismo: questa, dice l’Autrice, è «una tesi storiograficamente debole, ideologicamente fortissima» (p. 231).
Il Sessantotto fu la presa di parola dal basso, un atto di quel “potere di tutti”, teorizzato come la politica nonviolenta da Aldo Capitini (morto proprio in quell’anno, il 19 ottobre), un atto certamente positivo. Poi, si deve valutare di quale contenuto, specialmente nei suoi sviluppi, si è riempita la presa di parola. Di un prevalente individualismo, io temo. Ci fu un comunitarismo piuttosto apparente, un assemblearismo leaderizzato, una libertà scivolante nella massificazione del privato: tutti insieme ciascuno per sé. Il privato, negli effetti del Sessantotto, prevale sul comunitario. Fu un momento di «felicità pubblica» (p. 25), ma poi la diaspora andò alla «ricerca della felicità privata» (p. 106). La libertà individuale prevalse sulla giustizia da rendere, da restituire, a chi ne é privato. Dell’art. 3 della Costituzione, stella polare della nostra democrazia repubblicana, il  primo comma oscurò il secondo.
Con ciò, si può dire che il Sessantotto fu di destra? No. Ma resta il fatto che, alla lunga, al Sessantotto è seguita la epocale “rivoluzione dei ricchi”. Questo fatto mi tormenta. Ne ha colpa il Sessantotto? Bisogna porsela questa domanda. Ho provato a scriverne su «il foglio», n. 355, ottobre 2008 (www.ilfoglio.info).
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Anna Bravo accenna in più punti alla componente cattolica del Sessantotto. Meriterebbe svolgere una apposita ricerca su Sessantotto e cattolicesimo in Italia e non solo. Il Concilio, di poco precedente (1962-65), non era ancora archiviato; c’erano grandi attese di rinnovamento, poi vennero frenate e delusioni, sorsero i “cattolici del dissenso” (preferisco dire “cattolici critici”). Si può ipotizzare una influenza reciproca tra Sessantotto e cattolicesimo conciliare. Oggi, l’ultimo effetto è due livelli di chiesa: una chiesa minore, della uguaglianza, vicinanza, fraternità non clericale, aperta e comunicante (ove più, ove meno) con tutti (i non credenti, sulla base della serietà di vita, le altre religioni, gli impegnati per la giustizia, i non collaboratori con le violenze istituzionali, …); una chiesa, questa, impegnata a “pregare e operare per la giustizia” (Bonhoeffer). Questa prima chiesa reale non esce necessariamente dal cattolicesimo, è “né senza né contro né sotto” l’altra chiesa, quella “tele-visiva” (= che si vede da lontano), gerarchica, diseguale, con una teologia clericale, che agisce come un partito informale nella società, con suoi interessi e la sua potenza, che crede (o dice) di salvare con questi mezzi il messaggio di Cristo, mentre lo compromette. Questa chiesa “grossa” fa ostacolo a Cristo, ma anche coinvolge masse semplici, povere di senso critico, con una fede devozionale e privata, incapaci di fermento storico nella società, disponibili al “capo” religioso o politico. Questa chiesa è sedotta dagli “atei devoti”, quei ben interessati e cinici “difensori della fede”, che la usano per mantenere le gerarchie sociali.
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Il Sessantotto ha fatto gioire e ha fatto soffrire. Anna Bravo è attenta a questo lato delle cose. Chi ha fatto soffrire? Propongo una considerazione sulla spaccatura-distanza con la generazione precedente. Non i baroni, ma i genitori, quelli che avevano fatto la ricostruzione, nel ventennio 1945-68, col culto del lavoro, con molti sacrifici, ed erano consapevoli di offrire qualcosa ai loro figli. Offrivano anche una iniziale ideologia del benessere, che i figli del movimento in parte (soltanto in parte) criticavano. Ma soffrivano, questi genitori. Nel libro non ci sono molto. Norberto Bobbio (citato a p. 43) scriveva a me il 15 ottobre 1995 (allora compivo 60 anni): «I miei sessant’anni coincisero con gli eventi sconvolgenti, sia per il rapporto con gli studenti, sia per il rapporto coi miei figli, del Sessantotto. Li ricordo come la seconda spaccatura della mia vita; la prima fu la caduta del fascismo e la Resistenza». Non che avesse sofferto per la caduta del fascismo, certo, ma quella fu un cambiamento della realtà. Così come il Sessantotto. Più di altri docenti, Bobbio capì gli studenti e i figli, ma nello stesso tempo ne fu “sconvolto”.
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Del libro, guarderò soprattutto il capitolo sulla violenza e nonviolenza, ma tanti altri sono i tempi importanti.
La memoria: il Sessantotto è ormai storia, anche per chi lo fece come un’esperienza che quasi voleva bruciare la memoria, ri-fondare il modo di vivere (p. 26). «Abbiamo vinto male e perso bene» (pp. 21, 24), dice l’Autrice. Cerco di capire cosa vuol dire. Il Sessantotto «si è tradito da solo» (p. 23). Quando degenera in violenza, è il «funerale del Sessantotto» (p. 252). Le esperienze passano, la memoria pensante rimane. È giusto ricordare valutando, senza gratificarsi né indulgere alla nostalgia.
I cambiamenti profondi nel costume: il libro li registra ampiamente.
Il ruolo delle donne: Bravo dimostra che nel Sessantotto è ancora subordinato. Gli uomini sono piuttosto conformisti. Si tratta di una «emancipazione ferita» (p. 68).
Quella generazione: è la generazione di quelli che sentono il ticchettio nucleare (Hannah Arendt citata a p. 74), la prima che non sa se avrà un futuro. Ecco un rovesciamento di coscienza rispetto alla generazione precedente, che non aveva preso atto di Hiroshima. Viene forse da ciò l’edonismo, il “tutto e subito”, perché non c’è più tempo?
La “libertà con”: non si fa niente da soli, «l’individuo era sparito» (p. 86). Non è questa una massificazione, nella rivendicazione individuale? C’era conformismo, ma il proprio conformismo «lo si chiama coesione» (p. 88). L’antiautoritarismo costitutivo poteva diventare autoritarismo del collettivo. «Ci si voleva bene», si era sempre fra amici, ma sorgeva una specie di tirannia del “gruppo non strutturato” (p. 94, cfr anche 285, 142). Mi pare di vedere un  misto di “liberi tutti” e “libero io”, un accento oscillante, senza composizione armonica, tra la felicità pubblica e la felicità privata. Anche il pacifismo del Sessantotto mi sembra sia inteso così: non è l’impegno etico costoso di Gandhi, di Capitini, di Martin Luther King.
Vittorio Foa diede un giudizio (citato a p. 107): «Il Sessantotto, dopo aver fatto la critica più acuta del vecchio mondo, vi è restato dentro». Condividere sostanzialmente questo giudizio non è affatto associarsi a chi disconosce le istanze sane che crearono quel movimento.
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Anna Bravo riassume (pp. 8-9) l’intento del suo lavoro, in questo libro come nei precedenti sulla resistenza nonviolenta: riconoscere il dolore, la violenza, la resistenza e opposizione alla distruttività senza farsi contagiare e assimilare. Il suo è un libro sofferto, che le è costato caro, come ci dice lei stessa.  Trovavo strano il titolo, ma forse lo spiegano queste sue parole, e quelle per cui nel comunismo c’era  «l’energia del cuore» (p. 110). Anche sull’immagine di copertina mi sono interrogato: è una grande onda che sale, ma anche ricade? Oppure è una montagna gelata e erta, troppo erta, inaccessibile, come l’utopismo?
In una presentazione del 20 maggio 2008, Anna Bravo (a proposito del dolore del feto nell’aborto, per cui è stata giudicata “traditrice” del femminismo) ha detto: «Io cerco i deboli che soffrono. Invece, nel Sessantotto c’era un amore selettivo, per gli oppressi, ma quelli che lottano. Il modello era il ribelle. Questo era politicismo. Il povero pensionato del film “Umberto D” noi non lo capivamo».
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L’esordio fu pacifico: gioco, resistenza passiva, afroamericani per i diritti civili, beat, hippies, antimilitarismo, femminismo, antiautoritarismo, umanesimo cattolico francese, Balducci e “Testimonianze”,  don Milani, l’obiezione di coscienza, la Perugia-Assisi di Capitini. Ma non si scoprirono e non divennero cultura le opere di Gandhi, Thoreau, King, Capitini, salvo per noi pochi para-sessantottini (io mi pongo tra questi; ero allora insegnante e avevo 33 anni).
Ma presto la violenza guadagna legittimazione; nei primi anno 60 era eccezione la violenza, ora la nonviolenza diventa l’eccezione. La chiusura da parte di accademici e governi fa scivolare verso lo scontro.  Nel biennio 68-69 si ha l’impressione di essere alla vigilia di un rivolgimento radicale, con la violenza sintomo e strumento. Però anche nel primo Sessantotto si vedono simboli di guerra, attacchi verbali giocosi ma feroci. Il sarcasmo è violenza del linguaggio. Ma le forme di lotta sono tante. La tesi che afferma la continuità tra Sessantotto e terrorismo è (ripeto la citazione) «storiograficamente debole e ideologicamente fortissima»  (cfr p. 228-231).
C’era anche ironia sulla violenza (al greve motto «Coi fascisti non si parla, si spara», qualcuno aggiunge: Firmato: Buffalo Bill). Bisogna tenere conto che c’era  violenza di polizia. Il 16 marzo ’68 Almirante e Caradonna (fascisti) guidano l’attacco all’università.
Il fascismo è visto come «categoria dello spirito» (anch’io lo dicevo e credo che sia giusto), è come un «virus». Anna Bravo osserva che questo è linguaggio tipico della destra. Ma io le ricordo Peter Bichsel: Il virus della ricchezza, ed. Marcos y Mracos.
È grave lo svilimento della differenza tra fascismo e democrazia. Giusto, ma io richiamo i giudizi di Gandhi sulle democrazie occidentali (raccolti nel mio Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Ed. Pazzini, pp. 72-73). C’era diversità di giudizio su Occidente e Est comunista, frutto dell’antiamericanismo a oltranza.
C’era amore per la Resistenza, ma non si ricordava – neppure si conosceva – la Resistenza civile, che non era amata (proprio Anna Bravo contribuirà alla sua scoperta e valorizzazione). Si faceva una divisione dei ruoli nella Resistenza tra i comunisti (la violenza) e i cattolici (la pietas). C’era una rimozione del femminile, del religioso, dell’inerme (pp. 232-239).
Qui osservo che senza la critica della violenza, senza alternative nonviolente, non si esce dalla imitazione del sistema che si combatte. La lotta è contagio se non è anzitutto alternativa costruttiva. Infatti, la migliore evoluzione del Sessantotto euro-occidentale è l’Ottantanove euro-orientale (le lotte tipicamente nonviolente che abbatterono le dittature comuniste), per cui si va “Dalla critica del sistema alla critica della violenza” (in http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti) e alla invenzione dell’alternativa. Altro problema è l’involuzione successiva dell’89 est-europeo, che ne dimostra limiti e debolezza (Havel approvò la guerra all’Iraq!), come la rassegnazione (se non complicità) alla “vittoria dei ricchi” dimostra la debolezza del Sessantotto occidentale.
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Viene Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969,  Valpreda e Pinelli, la strategia della tensione. È la fine dell’innocenza, della “bella politica”. Si fa differenza (che pure c’era) tra la violenza stragista della destra e la violenza selettiva della sinistra.
Adriano Sofri dice: eravamo convinti di essere innocenti, già prima avevamo diritto di scagliare la prima pietra (cfr l’episodio dell’adultera nel vangelo di Giovanni, cap. 8, dove i giovani sono giustizieri più feroci degli anziani) e «forse l’avevamo già lanciata». Quella innocenza «non ci ha evitato la tragedia di trasformarsi in lanciatori di pietre».
Si può osservare qui l’enorme debolezza dell’entusiasmo fiammeggiante senza autocritica. D’altra parte, la chiusura politica fa apparire impraticabile una alternativa attraverso le istituzioni e dunque spinge alla violenza.
«Guerra no, guerriglia sì», si gridava nei cortei, con qualche dissenso isolato. Se posso dirlo: io tacevo, mostrando la bocca chiusa, durante gli slogan violenti. Tutti parlano di “lotta armata”. I discorsi sulla violenza fanno poche distinzioni. Vige il topos della Resistenza tradita.
A Torino, Viale diceva: «il movimento studentesco la violenza non la inventa, la riceve». Chiedo ora: cioè? Ne è vittima, oppure ne è contagiato?  Anna Bravo osserva che il Sessantotto ha ricevuto (contagio? vittima?) dalla Rivoluzione Francese, più che da Marx, la figura del cittadino in armi, quindi anche l’associazione tra maschile e violenza (pp. 240-245).
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L’Autrice si sofferma sul ruolo della fede religiosa. La teologia della Liberazione in America Latina era a fianco delle lotte di liberazione. Io ricordo che il vescovo Helder Camara distingueva per gravità, pur senza giustificarne alcuna, la violenza dell’oppressione, della ribellione, della repressione. C’era molta attenzione a M. L. King. In Italia – continua Bravo – Giulio Girardi e Juan Arias scrivono che la violenza del sistema «esige un atteggiamento di violenza da parte del cristiano».  Dove? Quando? A mia memoria non sembra  che l’affermazione fosse così netta, ma Anna conferma.
Ricordo che si comprendeva e si giustificava la ribellione violenta alla oppressione violenta (Camilo Torres, prete morto in combattimento; teoria della guerra giusta), ma non ci si acquietava affatto su questo punto. Del resto, le conoscenze delle tecniche e dei casi storici di lotte nonviolente sono successive, degli anni ’70: Capitini già nel 1967, ma Sharp in Usa solo nel 1973, tradotto nel 1985; Pontara su Gandhi nel 1973; Bruzzone e Farina nel 1976; Semelin nel 1989; Bravo e Bruzzone nel 1995. Di Gandhi c’era solo l’antologia ufficiale indiana Antiche come le montagne, 1963. Però  Mazzolari cercava le alternative nonviolente già nel 1952 in Tu non uccidere!
Tra movimento e terrorismo – scrive Anna Bravo – esiste un legame e un salto: 1) Lotta Continua contro Calabresi non è causa ma contesto del suo omicidio; 2) la nuova sinistra è anche argine e alternativa al terrorismo.
«Anni di piombo», specialmente il 1977, è una definizione che dà conto del sangue versato, ma non del sangue risparmiato: infatti, c’è anche un «lavoro per la vita»: radio, creatività, gioco, indiani metropolitani. Questo è importante da ricordare! (pp. 245-48)
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Gli operai di Mirafiori nel 1969: prima vivono la “bella politica”, poi la tragedia. Il terrorismo realizza alla lettera gli slogan. Solo 62 operai Fiat passano alla lotta armata, ma l’ombra è su tutti.
Sul danno delle armi alle cause giuste il libro cita Simone Weil sulla guerra di Spagna: «Un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, simile a quello che separa i poveri dai ricchi». Ah, dunque le armi riproducono iniquità e oppressione, come i ricchi! C’è quel proverbio americano: «Chi ha un martello in mano vede il mondo come un chiodo». L’arma, nella mano o nella mente, deforma la vista, e con la vista deformata non si vede più la persona da liberare, né la giustizia che si crede ancora di servire. L’avversario, deliberatamente violento, attende il ribelle violento per assoldarlo. Ecco la vittoria della “rivoluzione dei ricchi”!
Ancora Bravo: il militante violento è un soldato: cioè taglia i nodi, non considera il rapporto mezzi/fini. Questo è «il funerale del Sessantotto, con la sua indifferenza per i risultati e la sua voglia di essere eterno». La nonviolenza iniziale è abbandonata, ma non era fatale che andasse così. Negli anni 70 vari soggetti pensano fuori dal modello violento. Ricordiamo che è del ’72 la conquista della legge sull’obiezione di coscienza, dopo lunghe lotte e sofferenze degli obiettori che andavano in prigione e del movimento che li sosteneva. Ricordiamo Capitini, don Milani, Balducci. Bravo ricorda Mondo Beat contro tutte le violenze, anche di Urss e Cina; ricorda Carla Lonzi contro la «cultura del potere» sia borghese che socialista. Ma non c’è attenzione alle lotte nonviolente: dell’India contro l’impero inglese, della Danimarca contro il nazismo. Si esaltano le lotte anticolonialiste, si dimentica Gandhi (che proprio in quegli anni noi para-sessantottini cominciavamo a leggere avidamente). Si sottovaluta il dissenso all’Est (pp. 249-53).
Però, devo annotare, a Torino Domenico Sereno Regis, partigiano nonviolento, iniziatore del Centro Studi per la nonviolenza a cui abbiamo dato il suo nome, fece frequenti viaggi all’est e teneva contatti col dissenso nella Berliner Konferenz. (Si vedano nell’opuscolo in sua memoria, AA. VV. Domenico Sereno Regis, ediz. Satyagraha, Torino 1994, i contributi di Salio a p. 8, di Polito p. 23, di Carlevaris p. 35).  E in Europa i coniugi Jean e Hildegard Goss dagli anni ’50 ai ’60 lavorano nell’Europa dell’est per la nonviolenza (v. il primo capitolo di Hildegard Goss-Mayr, Come i nemici diventano amici, Emi 1997).
Il 1989 nonviolento non è capito in Occidente. Bobbio mi scriveva il 1 settembre 1994: «la caduta non violenta dei regimi dell’Est europeo, spesso citata, (…), è un argomento debole in favore della non-violenza. La ragione principale per cui sono caduti quei regimi, a cominciare da quelli della Germania Orientale, e della Russia stessa, è la sconfitta in una guerra (la guerra fredda), non combattuta, ma vinta, se non con l’esercizio diretto della violenza, con la minaccia d’una violenza, che si è manifestata alla fine di per se stessa efficace. La pratica della nonviolenza (1)  non c’entra. (2)»  Dunque: macché nonviolenza! È guerra vinta senza combatterla, ma è guerra! La guerra regna!
Dieci anni di esemplare resistenza nonviolenta, guidata da Ibrahim Rugova, all’oppressione serba sulla popolazione albanese del Kosovo, non sono neppure visti dagli osservatori e dai politici – non hanno occhi per ciò che non s’impone! – fino a quando comincia la lotta armata dell’UCK, alimentata dagli Usa e quindi la guerra del 1999! Solo questo sa vedere l’arcaica cultura politica.
Così, in questa stessa ottica limitata, i movimenti ’60 e ’70 scelgono maestri somiglianti: il Vietnam fa scuola (ma noi conoscevamo bene anche la nonviolenza dei monaci buddisti).
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Torniamo al libro di Anna Bravo. Gli uomini contro le donne. C’è una violenza di sinistra, a cui il Mouvement de Libération des femmes risponde: «Viol de gauche, viol de droite, même combat». Di fronte alle violenze patite dalle donne, ancora oggi si ha paura di nominare la violenza delle donne.  Ha valore la teoria femminile del conflitto non distruttivo, ma vitale, con due vincenti e nessun vinto. Però, nel movimento le donne hanno anche parte attiva (portatrici di molotov). Nell’aborto «sono, sì, vittime, ma non solo, e non le sole». Negli anni ’70 c’è violenza materiale di donne. Tolleranti verso la violenza di altri, però si assumono responsabilità al di là di sé stesse. Si è parlato soprattutto delle donne terroriste. Però queste dimenticano le vittime. Alcune rifiutano di partecipare alle violenze ma non dissuadono gli altri. Erri De Luca scrive: «Le donne ci aiutavano a resistere». La figura femminile sollecita la combattività degli uomini. Il corpo femminile è meno militarizzabile. Dopo piazza Fontana diminuisce il peso della parola femminile, ma non scompare: possono dissuadere il loro amato dalla lotta armata (pp. 255-62).
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Nel momento del rapimento Moro, le donne della Libreria delle donne di Milano dicono: «Il terrorismo non è che lo specchio del potere stesso». Cioè: riproduce ciò che combatte! Come la guerra. Colonizzato dal potere, lo serve!  Moro, al congresso DC del 1976 aveva detto: «Rifiutarsi di sacrificare la persona a una mostruosa divinità che non merita sacrifici»: sono quasi le stesse parole del femminismo. Questo che dice Moro vale per il mito perseguito dalla lotta armata, come per la ragion di stato che sacrificherà lui stesso.
Ci sono anche donne giovani, della media borghesia, che sdegnano il femminismo e scelgono le armi.  Però, Bravo ricorda l’esempio dello sciopero e gestione nonviolenta della fabbrica di orologi Lip a Besançon. Ci furono donne esecutrici di omicidi? Ricordo che al momento si pensò che fosse una donna ad avere ucciso Vittorio Bachelet. Soffrii molto della sua morte, perché gli ero amico, ma non voglio sapere chi lo uccise effettivamente.
Nel 1988 sono incriminati quattro di Lotta Continua per l’omicidio Calabresi, con fragili basi di accusa. Adriano Sofri, generoso e orgoglioso, dalla responsabilità di gruppo si assume la responsabilità per il gruppo.
«Riconoscere che la sconfitta è stata, anche, [cioè è servita come] via d’uscita da una situazione insostenibile, dà alla distruttività agita e subita il peggior marchio possibile, aver sofferto e fatto soffrire per niente, che può rendere ancora più pesante il bilancio della propria vita». «Alcuni si sono costruiti una controeredità, l’impedimento quasi fisico a separare la violenza dalla sofferenza che provoca, un desiderio “estremista” di dialogo». Questi sono per Anna Bravo «insegnamenti della nonviolenza». Intendo questo brano nel senso che la violenza sconfitta, non ingannata dall’illusione di verità e giustizia che la vittoria le avrebbe dato, per un verso è un bilancio più pesante da vivere, per altro verso spinge a non dimenticare le vittime, con un forte desiderio di ristabilire il rapporto umano violato (pp. 266-71).
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C’è stata poca analisi della violenza. Ci sono in ciò omissioni del femminismo.  La cattiva politica sottomette il corpo individuale al corpo collettivo. Una volta ottenuta la legge 194, c’è stata poca riflessione sull’aborto. L’Autrice cita una donna che parla di aborto come esperienza di libertà e pienezza! Ricordo uno slogan orrendo: «Vorrei essere incinta per poter abortire»! Io considero l’aborto volontario ingiudicabile ma non in-nocente (= che non nuoce), e non indifferente; è da non criminalizzare e da non banalizzare, due mali entrambi verificatisi.
Anna Bravo ha scoperto che in Francia fu narrata freddamente da Les Temps Modernes una uccisione collettiva da parte di donne di un neonato di due mesi perché era down (si veda nel libro l’agghiacciante 7° capitolo “Stregate”: «Non streghe, ma stregate», pp. 221-27). Anna dice che questo episodio l’ha spinta a scrivere il libro.
Questo caso chiamava in causa le donne, ma non ci fu risposta. Forse si è avuto paura dell’etica. «La relazione non ha bisogno di due soggetti pieni, ma di uno solo», qualunque soggettività si riconosca all’altro. Noto che questo è il fondamento etico della responsabilità verso i posteri, che non esistono, o verso la natura, che non pensiamo comunemente come una soggettività. «C’era bisogno di una fede per dire no all’uccisione di quel bambino?», chiede Anna Bravo, e conclude: «È un atto di guerra dei grandi/sani/uniti contro l’imperfetto/piccolo/solo» (pp. 271-273).

Enrico Peyretti, 13 ottobre 2008

Note

1)  Noto che Bobbio scrive qui “nonviolenza” in parola unica come raccomandava Aldo Capitini per sottoliearne il significato positivo, mentre sopra ha scritto due volte “non-violenza”.

2) Qui Bobbio si dimostra molto deciso nell’escludere come esperienza di efficacia delle lotte nonviolente proprio i fatti del 1989, che il pensiero nonviolento invece allega come una delle principali dimostrazioni storiche di tale efficacia. Si veda Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza. Dal crollo del Muro di Berlino al Nuovo Disordine Mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995, in particolare nel primo capitolo, pp. 7-51, in cui esamina una decina di diverse interpretazioni di quegli avvenimenti, sostenendo gli argomenti di Galtung per l’interpretazione nonviolenta. Il papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus Annus (1991), dedicò tutto il capitolo III (paragrafi 22-29) a L’anno 1989, valorizzando proprio il carattere nonviolento di quelle lotte: «Alla caduta di un simile “blocco”, o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia». Il carattere di tali lotte è descritto nelle righe seguenti con dati essenziali della teoria della nonviolenza.

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Alcune risposte di Anna Bravo nella presentazione del suo libro a Chieri, 20 05 2008

C’era fiducia nel cambiare verso il meglio.
Si faceva quello che piaceva, con chi piaceva: era un grande privilegio.
Con più coraggio, poteva andare meglio.
La violenza: all’inizio poca, ma era nella mentalità, era pensata legittima.
Immaginario dei cittadini in armi, specialmente i maschi.
Avevamo l’idea sbagliata della nonviolenza come non conflitto.
Non capita la democrazia, era vista come irrilevante: non capita la primavera di Praga: loro riformisti, noi rivoluzionari.
Abbiamo ceduto troppo presto a quello che c’era sul mercato delle idee politiche: modello del partito, marxismo, maoismo.
Femminismo figlio del Sessantotto? No e sì. Il movimento era maschile, duro; le donne emarginate.
Gli uomini “liberati” avevano bisogno di “pupe disinvolte”: «Non vorrai mica dirmi di no, se sei davvero libera!».
Prevalenza maschile. Per essere ascoltata dovevi passare per il letto. Però, contro certe immagini (un poliziotto ci diceva “tigri del materasso”), il sesso non era una priorità. C’era l’ingenuità di liberarsi dalla gelosia.
C’era buona fede, ma irresponsabilità delle conseguenze.
Generazione “sola”: non sbeffeggiava i propri leaders, c’era conformismo.
Amore per i deboli? In realtà era un amore selettivo: per gli oppressi, ma solo per quelli che lottavano. Il modello era il ribelle. Era politicismo.
Sull’aborto: non si ammetteva (non si ammette) che le vittime fossero due. Sono due corpi, due cuori. Per aver detto queste cose mi hanno tolto il saluto, come traditrice.
Io cerco i deboli che soffrono.
Sull’infanticidio raccontato freddamente da Les Temps Modernes: l’ideologia rende stupidi e cattivi.

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