Architetti, troppi non luoghi – Marc Augé

Architetti, troppi «non luoghi». Il j’accuse di Marc Augé: «I progetti tengono conto solo in teoria del contesto locale: nella pratica dipendono dalle logiche del consumo globale»

Dopo l’uscita di Non-luoghi in Francia (1992), l’urbanizzazione del mondo è proseguita e si è ampliata nei Paesi sviluppati, in quelli sottosviluppati e in quelli che oggi si chiamano ‘emergenti’. Le megalopoli si estendono e così fanno, lungo le coste, i fiumi e le vie di comunicazione, i ‘filamenti urbani’, per riprendere l’espressione del demografo Hervé Le Bras, ossia quegli spazi che, almeno in Europa, dove lo spazio è limitato, saldano gli uni agli altri i grossi agglomerati e accolgono gran parte dei loro abitanti e del tessuto industriale o commerciale. Assistiamo dunque a un triplo ‘decentramento’.
Le grandi città si definiscono innanzitutto per la capacità di importare o esportare uomini, prodotti, immagini e messaggi. Sotto il profilo dello spazio, la loro importanza si misura sulla qualità e l’ampiezza della rete autostradale o ferroviaria che le collega agli aeroporti. La loro relazione con l’esterno s’iscrive nel paesaggio nel momento in cui i centri ‘storici’ diventano sempre più oggetto d’attrazione per i turisti di tutto il mondo […].
Il mondo è come un’immensa città. È un mondo-città. Ma è vero anche che ogni grande città è un mondo, ed è addirittura una ricapitolazione, un riassunto del mondo con la sua diversità etnica, culturale, religiosa, sociale ed economica. Queste frontiere o questi tramezzi, di cui talvolta tenderemmo forse a dimenticare l’esistenza di fronte allo spettacolo affascinante della globalizzazione, li ritroviamo evidenti, impietosamente discriminanti, nel tessuto urbano stranamente eterogeneo e lacerato. È a proposito della città che si parla di quartieri difficili, di ghetti, di povertà e di sottosviluppo. Oggi una grande metropoli accoglie e racchiude tutte le diversità e le disuguaglianze del mondo. È una città-mondo. Vi si trovano tracce di sottosviluppo, come si trovano quartieri d’affari collegati alla rete mondiale nelle città del Terzo mondo. Con la sua sola esistenza, la città-mondo relativizza o smentisce le illusioni del mondo-città.
Muri, separazioni, barriere compaiono su scala locale e nelle pratiche di spazio più quotidiane. In America esistono città private; in America Latina, al Cairo e ovunque nel mondo si vedono apparire quartieri privati, settori della città dove si può entrare solo giustificando la propria identità e le proprie relazioni. Gli immobili in cui viviamo in città sono protetti da codici d’accesso. Accediamo al consumo solo attraverso codici (si tratti di carte di credito, telefoni cellulari o carte speciali create da ipermercati, compagnie aeree o altri). Visto dalla scala individuale e dal cuore della città, il mondo globale è un mondo della discontinuità e del divieto.
D’altra parte, l’estetica dominante è un’estetica della distanza che tende a farci ignorare tutti gli effetti di rottura. Le foto scattate dai satelliti, le vedute aeree ci abituano a una vista globale delle cose. Le torri degli uffici o delle abitazioni educano lo sguardo, come fanno il cinema e ancor più la televisione. Lo scorrere delle auto in autostrada, il decollo degli aerei sulle piste degli aeroporti, i navigatori solitari che fanno il giro del mondo sotto gli occhi dei telespettatori ci danno un’immagine del mondo come vorremmo che fosse. Assistiamo al debutto del turismo spaziale che consentirà a viaggiatori appesantiti di osservare la terra da lontano (da un’altitudine di cento chilometri).
Il pianeta terra a quella distanza offre un’immagine di unità e armonia.
Ma tale immagine diventa disturbata a guardarla troppo da vicino.
Osserviamo che, quando si evochi l’ideale di un mondo senza barriere e senza esclusione, non è certo che si stia mettendo in discussione il concetto di frontiera. La storia del popolamento umano è quella del superamento di quelle che chiamiamo ‘frontiere naturali’ (fiumi, oceani, montagne). La frontiera ha abitato l’immaginario delle popolazioni che colonizzavano la terra. La prima frontiera è l’orizzonte. A partire dai viaggi di scoperta, c’è sempre stato nell’immaginario occidentale un oriente misterioso, un oltremare illimitato o un occidente lontano. La frontiera è la minaccia che inquieta o che affascina nei romanzi di Dino Buzzati e di Julien Gracq. Certo, a varcare le frontiere sono stati spesso conquistatori che attaccavano e dominavano altri esseri umani, ma questo rischio riguarda tutte le relazioni umane quando siano improntate a rapporti di forza. Proprio il rispetto delle frontiere è garanzia di pace.
Il concetto di frontiera segnala di per sé la distanza minima e necessaria che dovrebbe esserci tra gli individui affinché siano liberi di comunicare tra loro come vogliono. La lingua non è una barriera invalicabile, è una frontiera.
Imparare la lingua, o il linguaggio, dell’altro significa stabilire con lui una relazione simbolica elementare, rispettarlo e raggiungerlo, varcare la frontiera. Una frontiera non è un muro che impedisce il passaggio, ma una soglia che invita al passaggio […].
L’opposizione tra mondo/città e città/mondo è parallela a quella tra il sistema e la storia. Ne è, per così dire, la concreta traduzione spaziale. La preminenza del sistema sulla storia e del globale sul locale ha conseguenze nel campo dell’estetica, dell’arte e dell’architettura. I grandi architetti sono diventati divi internazionali e, quando una città aspira ad apparire sulla rete mondiale, cerca di affidare a uno di loro la realizzazione di un edificio che abbia valore di testimonianza: esso dimostrerà la presenza al mondo, ossia l’esistenza nella rete, nel sistema. Anche se i progetti architettonici tengono conto, in linea di principio, del contesto storico o geografico, vengono presto agganciati dal consumo mondiale: è l’afflusso di turisti da tutto il mondo a sancire il successo. Il colore globale cancella quello locale. Le opere architettoniche sono delle singolarità, che esprimono la visione di un singolo autore e si affrancano dal particolarismo locale.
Testimoniano un cambio di scala. Tshumi a La Villette, Renzo Piano al Beaubourg o a Nouméa, Gehry a Bilbao, Peï al Louvre sono il locale globale, il locale con i colori del globale, l’espressione del sistema, della sua ricchezza e della sua affermazione ostentatrice. Ciascuno di quei progetti ha le sue particolari giustificazioni locali e storiche, ma alla fine il prestigio arriva dal riconoscimento mondiale di cui sono oggetto. Architetti come Nouvel insistono invece sulla specificità di ciascun progetto in un dato luogo.
Ma tali arringhe in forma di diniego non impediscono che la grande architettura mondiale s’iscriva globalmente nell’estetica attuale, che è un’estetica della distanza tendente a farci ignorare tutti gli effetti di rottura. A dire il vero, è il contesto ad essere cambiato: è diventato globale […].
Nelle sue opere più significative l’architettura sembra alludere a una società planetaria ancora assente.
Propone i brillanti frantumi di un’utopia esplosa alla quale ci piacerebbe credere, di una società della trasparenza che non esiste ancora in nessun luogo.
Delinea al tempo stesso qualcosa che rientra nell’ordine dell’allusione, tracciando a grandi linee un tempo che non è ancora arrivato, e che forse non arriverà mai, ma che resta nell’ordine del possibile. In questo senso il rapporto con il tempo espresso dalla grande architettura urbana contemporanea riproduce, rovesciandolo, il rapporto con il tempo espresso dalla vista delle rovine. Nelle rovine percepiamo l’impossibilità d’immaginare completamente cosa rappresentassero per coloro che le guardavano quando non erano rovine. Esse non dicono la storia, ma il tempo, il tempo puro. «Oggi domina un’estetica della distanza, delle foto satellitari che offrono un’immagine di unità e armonia. Che però s’incrina a guardarla troppo da vicino»

DI MARC AUGÉ

Fonte: Avvenire, 23/09/2008 (traduzione di Anna Maria Brogi)

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