La tua vita è il tuo messaggio – Nanni Salio

Proviamo a proiettarci in uno degli scenari previsti più di trent’anni fa dal Club di Roma nel famoso rapporto sui «limiti della crescita», consapevoli del fatto che praticamente siamo già nella fase prevista in quello studio. Stiamo infatti entrando nel «picco di produzione geofisica del petrolio» noto anche come «picco di Hubbert» (il famoso geofisico americano che per primo fece queste previsioni). Ciò significa che al massimo entro tre o quattro decenni, ma forse anche molto prima, avremo raggiunto il momento in cui il costo di estrazione del petrolio sarà pari al beneficio economico che se ne ricava. In altre parole, sarà quello il giorno in cui, volenti o nolenti, dovremo cambiare radicalmente le tecnologie energetiche sulle quali si è basato l’impetuoso e caotico sviluppo degli ultimi cinquant’anni. Se teniamo inoltre conto che è stato proprio l’uso intensivo di combustibili fossili a modificare man mano la chimica dell’atmosfera con l’emissione di gas climalteranti, sino a mettere a repentaglio la stabilità climatica dell’intero pianeta, l’urgenza del cambiameno diventa ancora più pressante.
Per rendere più consapevoli gli scettici che questa è una prospettiva reale e non frutto solo di un atteggiamento pessimista e catastrofista fuori luogo, si pensi alle guerre combattute nell’ultimo decennio: sono tutte quante prevalentemente «guerre per il petrolio». E i segni dei mutamenti climatici sono di anno in anno più evidenti. In uno scenario siffatto saremo costretti a cambiare il nostro stile di vita, individuale e collettivo, perché sinora non conosciamo un’alternativa energetica che consenta di sostituire integralmente il petrolio nella sua straordinaria versatilità e non possiamo continuare a far crescere i consumi energetici da fonti fossili, ritornando per esempio al carbone.
Già oggi, peraltro, la stragrande maggioranza dell’umanità, i quattro quinti, conduce una vita ben diversa del restante quinto, ricco e consumista. Non c’è bisogno di andare molto lontano con la fantasia per vedere come vivono le popolazioni dei paesi che non appartengono all’area più benestante del pianeta.
Ma mentre per costoro sarà più facile adattarsi e fare a meno del petrolio, per noi sarà ben più difficile. Se non vogliamo essere colti di sorpresa e subire misure draconiane, è necessario che sin d’ora si cominci seriamente a progettare la «decrescita» e la fuoriuscita dal modello di sviluppo e di stile di vita basati sul consumo facile e sulla irresponsabilità nei confronti delle altre popolazioni, degli altri esseri viventi e delle generazioni future.
Questa esigenza, che qui è stata posta a partire da considerazioni di mera sopravvivenza, è avvertita da un numero crescente di persone, anche se non ancora in misura sufficiente per un cambiamento significativo, non solo per ragioni di responsabilità e di compassione verso le altre creature, ma anche per la percezione del crescente disagio provocato dall’attuale modo di vivere. Non è più vero che «più è meglio»: abbiamo superato la soglia oltre la quale si manifestano i fenomeni che Ivan Illich aveva definito, con molta lungimiranza, di «controproduttività». Troppe automobili, troppo cemento, troppe case, troppi rifiuti, troppo cibo, troppi prodotti usa e getta non creano un mondo migliore ma ci impediscono di avere relazioni più armoniose e distese tra noi e con gli altri esseri viventi. Invece di arricchirci ci impoveriscono.
Ecco allora che la scelta della «semplicità volontaria» ci può permettere di riprendere in mano la nostra vita, mettendo al centro le cose che contano davvero e tralasciandone molte altre. Invece del famigerato prodotto interno lordo (PIL) dobbiamo introdurre un’altra contabilità: la felicità interna lorda (FIL). La sfida è proprio questa: dimostrare che saremo più felici con meno, con un altro stile di vita e con un altro modo di vedere e pensare la nostra momentanea e fuggente presenza su questo pianeta: meno ricerca del denaro e del successo e più coccole; meno fretta e più lentezza; meno arroganza e più compassionevolezza.
In realtà, non stiamo scoprendo nulla di nuovo. È un ritorno alle fonti di quell’antica saggezza che è patrimonio di tutte le principali culture: dalla «via di mezzo» del buddismo alla «povertà francescana ed evangelica», dalla condivisone praticata nell’Islam all’economia del dono riscoperta dalle nuove tribù che contestano i misfatti della globalizzazione neoliberista.
“Vivere semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere” direbbe il Mahatma Gandhi. Ed è proprio lui a stimolarci nel seguire questo cammino, con un invito concreto e pressante. Una volta, mentre stava uscendo in treno dalla stazione, un giornalista si avvicinò al finestrino e gli chiese se avesse un messaggio da dare alla sua gente. Per Gandhi quello era il giorno del silenzio, dedicato alla riflessione. La sua risposta fu una breve frase scarabocchiata su un pezzo di carta: «La mia vita è il mio messaggio».
E la nostra? Possiamo dire altrettanto? La scelta della semplicità volontaria, realizzata concretamente a cominciare dai suggerimenti contenuti in questo volume, anch’esso volutamente «semplice», può aiutarci a rispondere positivamente e a intraprendere un cammino personale di ricerca, di autentico benessere e di autorealizzazione.

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