Spiritualità e pace – Johan Galtung

Al nostro mondo mancano evidentemente alcune cose, in realtà molte, nei suoi sforzi per conseguire la pace. E una di esse è espressa dal termine “spiritualità”, di cui si fa un uso eccessivo quasi quanto la parola “pace”, proprio perché entrambe incarnano molti nostri sogni.
Avendo dedicato tanto tempo a demistificare la pace (50 Years: 25 Intellectual Landscapes Explored, Transcend University Press, www.transcend.org/tup), che cosa possiamo dire per demistificare la spiritualità?
E’ vita interiore, profonda, riflessiva, anche auto-riflessiva. E’ oltre il corpo, oltre la mente; in grado di riflettere sui dolori e i piaceri del corpo e, con più difficoltà, sulle forze profonde nella nostra mente e nel nostro contesto sociale. Fra coloro che ci hanno fatto da guida vengono in mente Freud, Jung e Marx, tre geni la cui spiritualità ci ha innalzati tutti per vedere, cosicché potessimo pensare, parlare, agire, in modo nuovo.
Come il Cristo, o il Buddha.
Ci hanno resi capaci di riflettere, su qualcosa oltre il nostro sé, individuale e collettivo, qualcosa “trans”: al di là di che cosa? Una risposta potrebbe essere al di là di qualunque cosa, poiché l’essenza della spiritualità è appunto di andare oltre, trascendere.
Così facendo c’è uno sforzo per liberare il concetto dal solido monopolio che la religione ha da tempo su tutto ciò che è spirituale, pur mantenendo quel nesso, senza affatto negare l’enorme significato della religione, re-ligare, riconnettere. Nessuna “deligione”, da de-ligare, riuscirà mai a disconnettere del tutto da “quello là fuori”.
Ma che cos’è “quello là fuori”?
Cominciamo con la matematica, la scienza e l’arte. Dove si colloca la spiritualità fra queste ricerche in gran parte laiche?
Subentra la spiritualità quando un Einstein o un Picasso creano unioni più profonde fra tempo e spazio, o un matematico elabora una nuova matematica che ingloba le precedenti come casi particolari. Andare oltre i numeri naturali, inventare i numeri negativi, pervenire al concetto trascendente di numeri interi, è profondamente spirituale.
Vuol dire sollevare lo spirito al di sopra di dove ci trovavamo, vedere, percepire, pensare il non visto, il non percepito, il non pensato. Per Einstein lo spazio e il tempo, considerati dal suo geniale punto di vista superiore, si fondono in uno spazio-tempo continuo. Per Picasso una tela bidimensionale fece un improvviso balzo diventando, almeno, tridimensionale. La spiritualità è a balzi, rivoluzionaria, dal punto di vista matematico è una funzione a gradini, non continua.
Avviene più sovente in certi momenti che in altri, più per alcuni che per qualcun’altro. Può essere appresa, ci si può esercitare. Un approccio è la meditazione, che libera la mente dalle tante supposizioni che intorbidano il quadro, rendendoci pronti a compiere un salto. Un altro è la mediazione, la conoscenza mediata, che ci mette a disposizione delle scale su cui salire, o qualche fune su cui arrampicarci, sperando di non rimanere impiccato. Le due possibilità non si escludono reciprocamente.
Avviene nell’amore, l’unione di corpo, mente, spirito; sesso, armonia, cooperazione: veramente rivoluzionario. Il sesso come masturbazione parallela non è spirituale. Nello spirituale c’è sempre qualcosa in più della somma delle/dei parti/partecipanti. L’armonia è mutua empatia, soffrire il dolore dell’altro, godere la gioia dell’altro, è più che il mutuo piacersi e la simpatia. La cooperazione non è lavorare in parallelo, guadagnare denaro, gestire l’oikos, la casa; è un progetto congiunto, teso al beneficio reciproco e uguale, che crea un noi, non due io. Il matrimonio apre opportunità illimitate alla spiritualità, un’unione di tre unioni. Purtroppo noi poveri umani non siamo sempre all’altezza del compito.
Ed ecco la religione, come il fantasma di Amleto. Sede della spiritualità? Sì e no. La religione si presenta in due forme, dura e morbida, fortemente legate al fatto che “quella di Dio” sia una forma trascendente, come il Padre-Cielo lassù o la Madre-Terra, quaggiù; oppure sia immanente, in tutti noi. Percepiamo due forme di spiritualità religiosa: la prima ci spinge all’unione con Dio lassù, la seconda all’unione con tutti gli altri intrisi di spirito divino, il noi. E percepiamo due, forse tre, modalità di salvezza dopo la morte biologica: l’unione col Padre-Cielo, l’unione con la Madre-Terra (e a questo si riferiscono i funerali), e l’unione con quel Noi, con la Vita, nella forma più inclusiva, con tutti gli umani che sempre ci furono, ci sono, ci saranno; oppure più esclusiva, soltanto con il nostro piccolo gruppo di affini.
Ed ecco la pace, l’altro fantasma di Amleto. Riusciamo a intuire un nesso, ma non immediato. Perché la spiritualità possa diventare una chiave per la pace, dev’essere inclusiva. Può essere religiosa, anti-religiosa o a-religiosa. Può essere trascendente, ovvero basata su qualcosa al di là di noi, come forze o principi superiori; o immanente, basata su quel Noi, l’unità del genere umano di cui parlava Gandhi o l’ubuntu degli Zulu.
Ma perché la spiritualità parli di pace dev’essere inclusiva. Non ci serve un Padre trascendente con il suo Popolo Eletto, o magari genere, razza, classe… La Madre-Terra è allora più generosa: essa tende ad accogliere tutti. E non ci serve una divinità immanente per il solo gruppo dei “nostri”.
Lo spirituale deve trascendere le nostre modeste persone, andare oltre e comprendere tutta l’umanità e cielo e terra con essa.
E questo rende la religione dura un nemico della pace e quella morbida un suo amico. Ditemi qual è la vostra spiritualità e vi dirò quanta pace c’è in voi.

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: SPIRITUALITY AND PEACE,
http://www.transcend.org/tms/index.php?option=com_content&task=view&id=464&Itemid=27

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