La rivoluzione dei canti in Estonia – Stephen Zunes

C’è una frase scellerata dell’era nazista, che Hermann Goring adattò da uno spettacolo rappresentato in occasione del compleanno di Hitler: “quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”.
Al contrario, il popolo estone, quando si trovò di fronte a molte pistole, si affidò alla propria cultura.
In un notevole nuovo documentario, The Singing Revolution, (www.singingrevolution.com) i registi Maureen e Jim Tusty raccontano la storia poco nota della lotta nonviolenta del popolo estone contro decenni di occupazione sovietica, culminata nell’indipendenza conquistata nel 1991. Il movimento svolse un ruolo importante nella caduta dell’impero sovietico.
Nel corso degli anni precedenti, le sollevazioni nonviolente aiutarono a rovesciare le dittature comuniste nell’Europa dell’Est così come le dittature di destra dal Sudest asiatico all’America Latina. Molto prima, nello stesso secolo, il movimento di Gandhi in India dimostrò il potere dell’azione nonviolenta nel guidare un paese all’indipendenza persino contro il potente impero inglese. Il popolo estone, insieme ai suoi vicini della Latvia (Lettonia) e della Lituania, dimostrò in modo simile come una lotta nonviolenta di massa potesse essere condotta contro l’occupazione sovietica del loro paese. La musica ha avuto un ruolo chiave in questa lotta.
La musica nel mondo
La musica ha svolto un ruolo chiave nelle lotte nonviolente in varie parti del mondo. Il movimento per i diritti civili degli anni ’60 negli USA fu sostenuto e galvanizzato dalla tradizionale musica gospel afroamericana, adattata al nuovo contesto. Il movimento della Nueva Cancion, unendo la tradizionale musica popolare locale con il linguaggio che assumeva i temi della giustizia e della resistenza alla repressione, ispirò la campagna per la democrazia in Cile durante gli anni ’80 del secolo scorso. E le ricche armonie della tradizione popolare africana, con i testi che chiedevano libertà e lanciavano la sfida contro l’oppressore, sostennero la lotta in Sudafrica contro l’apartheid.
Nella maggior parte di questi casi, la musica fu una forza ispiratrice e unificante per il movimento. In Estonia, la musica, soprattutto la ricca tradizione corale del paese, giocò un ruolo ancora più centrale perché incorporò l’essenza della lotta. Per secoli, la dominazione straniera ha minacciato l’identità nazionale e culturale dell’Estonia. Molti altri popoli sarebbero stati assimilati dopo secoli di controllo straniero, ma gli estoni si rifiutarono di abbandonare gli aspetti così caratterizzanti della loro cultura. Essi parlano una lingua totalmente diversa da quelle slave e scandinave dei loro vicini; sono per la maggior parte luterani, mentre gran parte delle popolazioni confinanti sono cattoliche od ortodosse. Una minaccia più immediata alla loro eredità linguistica e culturale fu l’arrivo di un elevato numero di coloni russi che si installarono nel loro paese dopo la riconquista sovietica del 1944, sino al punto che i coloni furono più numerosi degli stessi estoni. Nonostante le dichiarazioni di solidarietà internazionale proletaria, l comunisti sovietici del XX secolo furono per molti aspetti sciovinisti nel loro nazionalismo come gli zar che occuparono l’Estonia nel diciottesimo e diciannovesimo secolo.
Sebbene sia uno dei paesi più piccoli del mondo, l’Estonia ha uno dei repertori mondiali più ampi di canti popolari, e gli estoni hanno usato la loro musica come arma politica per secoli. I canti furono usati per protestare contro i conquistatori tedeschi sin dal tredicesimo secolo e come atto di resistenza contro l’esercito di occupazione dello zar russo Pietro il Grande nel diciottesimo secolo. Sin dal 1869, gli estoni hanno partecipato a un festival annuale noto come Laulupidu, nel corso del quale si riunivano i cori che provenivano da tutto il pase in una manifestazione di più giorni di musica corale, con oltre 25.000 persone che cantavano sul palco allo stesso tempo. Questi raduni, che attraevano folle di centinaia di migliaia di persone, sono sempre stati un’occasione di intensa aspirazione popolare per l’autodeterminazione nazionale così come lo erano per la musica. Laulupidu divenne la pietra angolare della resistenza contro l’occupazione sovietica quando, oltre a cantare le canzoni volute dallo stato e dal partito comunista, gli organizzatori sfidarono le autorità sovietiche introducendo simboli e canti nazionalisti proibiti. Nonostante le divisioni all’interno del movimento nazionalista e nonostante le violente provocazioni delle forze di occupazione sovietiche e dei coloni russi, il movimento si intensificò e le proteste pubbliche, i simboli nazionalisti, e altre forme di resistenza nonviolenta si diffusero ulteriormente.
Data la piccola dimensione dell’Estonia, la resistenza armata sarebbe stata completamente inutile e avrebbe portato solo ulteriore sofferenza. La Russia era 300 volte più grande dell’Estonia, la cui popolazione superava di poco superiore il milione. L’armata rossa sovietica, il più grande esercito del mondo a quel tempo, era più che preparata per schiacciare qualsiasi forma di resistenza armata. Ma non era addestrata a fronteggiare centinaia di migliaia di estoni nonviolenti che attraverso il canto cercavano la loro via per la libertà. Quando questo movimento di resistenza nonviolenta iniziò, a metà degli anni ’80 del secolo scorso, prendendo spunto dal limitato spazio reso possibile dalle riforme del leader sovietico Mikhail Gorbaciov, i sovietici non si resero conto di cosa stesse succedendo. Dal punto di vista di tutte le misure convenzionali, essi avevano tutto sotto controllo.
Le risposte occidentali
Tuttavia, anche l’Occidente non si rese conto di ciò che stava per succedere. Washington credeva che il modo migliore per dissuadere la temuta espansione del comunismo sovietico fosse mediante la NATO, il massiccio riarmo, e la minaccia di innescare un olocausto nucleare. Per decenni, l’ipotesi fu che questi regimi autoritari imposti dai sovietici non potessero tornare indietro. L’Estonia fu considerato un caso senza speranza. Gli USA fornirono un riconoscimento formale ai resti impotenti di un governo estone in esilio, in larga misura inconsapevoli dei significativi cambiamenti che stavano avvenendo nel paese.
Anche pochi antimperialisti in Occidente erano consapevoli di ciò che stava succedendo nelle repubbliche Baltiche durante quel periodo. Essi diffidavano del nazionalismo di destra di molti esiliati estoni e si sentivano offesi per l’ipocrisia del governo USA che dava un sostegno puramente propagandistico alla liberazione dei paesi dell’Europa dell’Est mentre sostenevano brutali regimi autocratici in altre parti del mondo e armavano le forze di occupazione a Timor Est, in Palestina e nel Sahara Occidentale. Tuttavia, la crescente lotta estone per l’indipendenza fu trasversale rispetto allo spettro ideologico, e alla fine persino il Partito Comunista Estone si confrontò con Mosca per richiedere l’indipendenza dall’Unione Sovietica. La preoccupazione del popolo estone non era rivolta alla rivalità tra le grandi potenze, ma alla liberazione nazionale.
Nel frattempo, l’amministrazione Reagan, che riteneva di poter sconfiggere il comunismo, pensò che la cosa migliore per porre fine all’occupazione sovietica fosse attraverso il sostegno di gruppi armati come i mujahadin afghani. La strategia riuscì alla fine a cacciare i sovietici dall’Afghanistan. Ma la guerra comportò la morte di centinaia di migliaia di civili, lo spostamento di milioni di essi, e alimentò il radicalismo islamico che sfociò nei tragici fatti dell’11 settembre.
Gli estoni, tuttavia, seguirono una via migliore: attraverso una massiccia noncooperazione, attraverso la costruzione di istituzioni culturali alternative, e attraverso la loro musica.
L’impegno degli estoni per la nonviolenza e la loro scelta di far leva sulla musica non solo resero la loro lotta per l’indipendenza un successo, ma furono anche centrali nel rendere l’Estonia una democrazia di successo. Ci sono ancora delle lotte in corso pubblicamente, soprattutto per quel che riguarda i diritti della grande minoranza russa. Ma l’uso della strategia nonviolenta nella lotta di indipendenza ha creato un clima in cui questi temi possono esprimersi senza le milizie armate e la pulizia etnica che ha caratterizzato altri paesi con seri problemi di minoranze.
In realtà, la rivoluzione estone fu condotta non da una avanguardia elitaria di tristi ideologi: Fu una festosa, democratica e inclusiva partecipazione di massa di una nazione e della sua cultura. Questi valori continuano a risuonare ancora oggi. Gli estoni hanno reso gloria a Emma Goldman (Importante anarchica lituana di origine ebrea, ndT.). Danzarono, e fecero una rivoluzione.

Stephen Zunes è professore di studi politici all’Università di San Francisco, presidente del consiglio scientifico dell’International Center of Nonviolent Conflict e analista senior del Foreign Policy in Focus.

Titolo originale: Stephen Zunes, “Estonia’s Singing Revolution,” (Washington, DC, Foreign Policy In Focus, June 4, 2008). http://www.fpif.org/fpiftxt/5275
Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis di Torino

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