A qualcuno piace caldo e ad altri piace fresco! – Nanni Salio

Stefano Camerini, A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia, Edizioni Ambiente, Milano 2008
Bjorn Lomborg, Stiamo freschi. Perché non dobbiamo preoccuparci troppo del riscaldamento globale, Mondadori, Milano 2008

Il global change è il caso per eccellenza di questione complessa, globale, controversa. Da tempo siamo passati dalla scienza di laboratorio alla scienza-mondo in cui gli esperimenti si conducono sul pianeta intero e l’umanità fa da cavia. Ma nella nostra cultura e anche nell’opinione pubblica più in generale, si fatica a capire che in queste circostanze si agisce sempre, o quasi sempre, in condizioni di ignoranza. Non possediamo certezze assolute e dobbiamo elaborare strategie e modalità decisionali “a prova di errore” che consentano di tornare sui nostri passi e correggere gli errori man mano che si presentano, cercando di contenerli in modo che non provochino danni irreversibili.
Nel caso specifico del cambiamento climatico, si confrontano due schieramenti. Quello numericamente maggioritario e formalmente più autorevole costituito dagli scienziati dell’IPCC e un gruppo molto più limitato di studiosi che sostengono una tesi negazionista, con motivazioni variegate.
Il merito di Stefano Camerini (Stefano Camerini, A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia, Edizioni Ambiente, Milano 2008) è di aver passato in rassegna, con grande competenza e rigore, le molteplici tesi e gli argomenti sostenuti dai negazionisti, mettendone in evidenza di volta in volta la scarsa fondatezza e l’irrilevanza ai fini delle decisioni che dobbiamo prendere collettivamente.-
Gli “argomenti negazionisti” basati sulla contestazione di dati fattuali sono esaminati, “in dieci passi” successivi, nella seconda parte del libro. Sono temi noti nella letteratura, che vengono affrontati facendo riferimento alla migliore documentazione scientifica disponibile e raccontati in modo piacevole e coinvolgente. Ma smontare questi argomenti non basta. Questioni controverse di carattere globale non sono risolvibili solo su un piano strettamente razionale poiché coinvolgono altri aspetti di natura percettiva, di visione del mondo, di valutazione del rischio, di concezione socio-economica, di uso strumentale o superficiale della comunicazione. L’autore affronta parte di questi temi nella terza parte individuando alcuni “profili negazionisti”, e nella quarta dove descrive in particolare il cinismo e l’arroganza, e diciamo pure l’ignoranza, con cui alcuni noti opinionisti hanno affrontato tali problematiche, inventandosi di sana pianta quelle che giustamente Camerini bolla come “bufale di destra”, pubblicate su quotidiani come Il Giornale, Il Foglio, Libero.
Un’attenzione particolare merita l’ultimo lavoro di Bjorn Lomborg (Bjorn Lomborg, Stiamo freschi. Perché non dobbiamo preoccuparci troppo del riscaldamento globale, Mondadori, Milano 2008). Il noto “ambientalista scettico” (Mondadori, Milano 2003) non nega più l’origine antropica del cambiamento climatico, ma sostiene che non costituisce la priorità principale di cui dovremmo preoccuparci (si veda in proposito la recensione di Silvie Coyaud, “Il grande freddo sulle priorità. Lomborg, ecologista meno scettico che in passato, continua però a ritenere più urgente l’emergenza fame dell’effetto serra.” Il Sole 24 Ore, Domenica 29 giugno 2008). Anzi, egli argomenta affermando che i vari economisti da lui interpellati sono d’accordo nel ritenere che in ordine di priorità dovremmo preoccuparci rispettivamente di: fame, povertà, malaria, AIDS, mancanza di acqua potabile e fognature e solo in ultimo di cambiamento climatico. Poiché nessuno di coloro che si occupano del global change avrebbe nulla da obiettare sulla rilevanza dei temi proposti, tant’è che altre agenzie ONU se ne occupano, e non certo da oggi, Lomborg cerca di dimostrare che i soldi spesi per ridurre le emissioni di CO2 salverebbero molte meno vite di quanto avverrebbe investendoli nelle altre priorità. Non solo, ma un aumento di temperatura salverebbe anch’esso più vite di quante ne ucciderebbe, perché “muoiono più persone all’anno per il freddo che per il caldo”.
A sostegno di queste tesi Lomborg utilizza studi e dati di vari economisti, ma non mette in evidenza come questi studi soffrano delle stesse difficoltà di qualsiasi modello previsionale. Anzi, nel caso dei modelli econometrici le incertezze sono persino maggiori di quelle dei modelli climatici, perché si basano su molti assunti di natura arbitraria. Il libro è denso di dati numerici presentati senza mai evidenziarne l’incertezza e traendo conclusioni che, come avviene in questi casi, è possibile smontare scegliendo altri dati meno favorevoli.
L’autore discute alcune delle principali conseguenze previste del cambiamento climatico, con argomenti che la lettura, in parallelo, del testo di Camerini consente di confutare. Poiché tuttavia Lomborg giunge a conclusioni opposte, favorevoli alla propria tesi, ci si aspetterebbe che nell’ordine delle priorità da lui individuate si evidenziasse quanto meno la necessità di ridurre le spese militari mondiali (oltre un trilione di euro), che da sole costituiscono un “costo di opportunità” gigantesco. Ma di questa elementare proposta di buon senso non c’è la minima traccia e Lomborg cade ancora una volta nell’illusione del “potere dei numeri”.
La fallacia di questa impostazione, che si può mettere in evidenza semplicemente citando “altri numeri”, come quelli elaborati nel rapporto Stern (www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/stern_review_Report.cfm ), è sempre in agguato. Ma mentre Lomborg scarta questo rapporto, considerandolo poco attendibile, Geoffrey Heal (ampiamente citato da Francesco Daveri, “Imprese state attenti al Bau”, .” Il Sole 24 Ore, Domenica 29 giugno 2008) parte proprio da esso per trarre conclusioni diametralmente opposte a quelle di Lomborg (Si vedano i lavori contenuti nel sito di Heal: http://www2.gsb.columbia.edu/faculty/gheal/ ). Non ci sarebbe da meravigliarsi di tutto ciò, se in questa materia si fosse consapevoli del grado di ignoranza in cui ci troviamo e della necessità di elaborare una metodologia di analisi e una epistemologia come quelle che da tempo vengono proposte, tra gli altri, da Jerry Ravetz e Silvio Funtowictz (tra i tanti lavori di questi autori, si veda: The Post-Normal Science of Precaution, http://www.nusap.net/downloads/articles/pnsprecaution.pdf ).
Se fossimo davvero consapevoli dei “cigni neri” (Passim Nicholas Taleb, Il cigno nero, Il Saggiatore, Milano 2008) che stanno continuamente in agguato e ci sorprendono imprevedibilmente, saremmo molto più cauti e giungeremmo più serenamente ad altre conclusioni.
Per esempio adotteremmo in modo precauzionale quelle misure che da sole metterebbero in pace scettici, negazionisti e scienziati preoccupati. Invertire l’attuale situazione è infatti possibile a condizione di migliorare l’efficienza energetica di primo, secondo e terzo ordine (ciclo di vita dei materiali e dei prodotti), che poterebbe a una drastica riduzione del fabbisogno energetico, consentendo allo stesso tempo di migliorare la nostra qualità della vita e i conti economici. Contemporaneamente, occorrerebbe investire in ricerca scientifica, un punto sul quale sembra esserci, almeno a parole, un accordo generale.
Se poi si aggiungesse la drastica riduzione e riconversione delle spese militari, avremmo a disposizioni tre linee operative che ci permetterebbero di avviare a soluzione gran parte del problema. Si aprirebbe una “finestra di opportunità” che ci darebbe il respiro necessario per affrontare anche questioni su cui non si è affatto d’accordo: stili di vita, modelli di sviluppo, culture della sostenibilità e della nonviolenza. Ma il primo passo importante in questa direzione sarebbe fatto e con un po’ di fortuna forse saremmo in grado di fare anche gli altri. L’importante è cominciare e non fermarsi agli aspetti più superficiali delle controversie.

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