Non muri, ma ponti – Nanni Salio

Il preambolo della Carta dell’UNESCO inizia in modo perentorio: “Poiché le guerre hanno inizio nella mente degli uomini, è nella mente che bisogna costruire le difese della pace”. Con una parafrasi, potremmo dire: “Poiché i muri hanno inizio nella mente degli uomini, è nella mente che bisogna costruire i ponti della pace”. Muri come sinonimi di guerre, ponti come speranze di pace. Sembrerebbe tutto chiaro e facile, ma non è così. Da che mondo è mondo vengono costruiti muri che lentamente si sgretolano sino a cadere, si gettano ponti, anch’essi destinati a essere travolti nel corso del tempo. Segni e regni dell’impermanenza che domina sovrana sulla nostra esistenza.
Muri e ponti del passato e del presente
Nomi e luoghi resi famosi dalla storia. Ne ricordiamo due fra i tanti: l’antichissima muraglia cinese, lunga migliaia di kilometri per isolare la Cina dal resto del mondo considerato barbaro e il più recente muro di Berlino, simbolo della guerra fredda. Emblematica fu la lunga resistenza civile nonviolenta condotta dai movimenti per la pace all’Est e all’Ovest, che si concluse con l’abbattimento del muro il 9/11 del 1989. In seguito, folle festanti gridarono “mai più muri, mai più guerre”. Quella infatti è stata la vera data spartiacque del secolo scorso che suscitò speranze e ingenue illusioni smentite ben presto dalla data simmetrica dell’11/9 del 2001, con la quale ebbe inizio il tragico cammino del terzo millennio. Il crollo del muro di Berlino non ha impedito che prontamente ne venisse creato un altro, teorizzato come scontro di civiltà, nei confronti dell’islam, ribaltando lo slogan in “sempre più muri, sempre più guerre”. Inoltre, come recita il sottotitolo di una bella vignetta pubblicata da una rivista francese (Peuples en march, n. 46, 1990) anche se quel muro era caduto, resta da colmare il fossato (“le mur est tombé reste le fossé à combler”): oltre ad abbattere i muri è diventato un imperativo sempre più urgente la costruzione di ponti per colmare almeno in parte il divario tra ricchi e poveri.
Di questi ponti ce ne sono alcuni che furono costruiti secoli fa proprio a tale scopo, come quello sulla Drina, narrato magistralmente da Ivo Andric ben prima che la follia della guerra fratricida si abbattesse sulla ex Yugoslavia e ne distruggesse altri, il più noto dei quali è quello di Mostar, bombardato dall’artiglieria croata, oggi ricostruito ma che “non unisce più”, come sostiene Paolo Rumiz (www.viaggiareneibalcani.org/bosnia/ponte_mostar.htm). O quelli di Belgrado, colpiti dagli aerei NATO e difesi con coraggio, a mani nude, dalla popolazione civile.
Purtroppo non abbiamo affatto imparato le lezioni della storia, e oggi continuiamo ad assistere a una lotta tra costruttori di nuovi muri per separare popoli (israeliani da palestinesi, ricchi da poveri) e impedire la circolazione dell’immenso flusso di diseredati che bussano alle porte dell’UE (tra Melilla e Ceuta) o degli USA (al confine con il Messico) e costruttori di ponti per facilitare la comunicazione e la convivenza tra le due Coree, tra India e Pakistan, tra cingalesi e tamil, tra serbi e albanesi, tra ciprioti greci e turchi, ovunque vi siano guerre in corso.
Muri reali e muri virtuali
Come scrisse Carlo Levi, “le parole sono pietre” e Marshall Rosenberg, nei suoi libri sulla comunicazione nonviolenta dice che “le parole sono finestre oppure muri” (Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2003). I muri virtuali delle parole, del pregiudizio, del razzismo, della miseria, della malattia, del disagio di vivere, dell’ingiustizia economica, dello sfruttamento, dell’incomunicabilità, dell’indifferenza, della paura, dei disastri ambientali sono creati dalla violenza culturale che si traduce sia in violenza strutturale sia in violenza diretta quando esplode nella guerra, negli omicidi e nei suicidi. Siamo stati abilissimi a costruire e inventare frontiere e confini tra stati, nazioni, paesi, che abbiamo disegnato sulle carte geografiche e impresso nella mente sin da bambini, quando ci vengono insegnate una geografia e una storia impregnate di razzismo e etnocentrismo. Vedendo la Terra dallo spazio questi confini non esistono e alcuni sono stati effettivamente abbattuti., come nell’UE. Ma i processi di globalizzazione sono contraddittori. Da un lato fanno pensare a un mondo unificato, senza barriere, realmente interdipendente e solidale, dove miliardi di persone comunicano in tempreale via Internet. Dall’altra si continua a impedire ai più bisognosi di circolare liberamente, si vedono rinascere localismi esasperati e culture fondamentaliste che escludono gli altri invece di aprirsi alle diversità
Come abbattere i muri e costruire ponti
Gandhi ci ricorda che la cultura della nonviolenza è “antica come le colline”. Oggi la possiamo considerare l’arte della trasformazione nonviolenta dei conflitti, che consiste proprio nell’abbattere muri e nel costruire ponti. Uno dei principi fondanti di questa cultura è l’unità di tutti gli esseri viventi (non solo umani). Siamo fortemente e strutturalmente interconnessi, interrelati, interdipendenti, ma non ce ne rendiamo pienamente conto. Il grande maestro del buddhismo zen Thich Nhath Hanh usa il termine interessere per descrivere questo stato di cose (Essere pace, Ubaldini, Roma 1989). La violenza, le barriere, i muri, i confini sono una rottura di questo ordine dell’interessere.
La grande sfida culturale che stiamo affrontando, non sempre consapevolmente, consiste nell’assumere una visione più ampia, completa, olistica, sistemica, come ci insegna la migliore cultura scientifica (Gregory Bateson), filosofica (Arne Naess, Hans Jonas), religiosa (Raimond Panikkar), letteraria (Amitav Gosh).
Trasformare i conflitti con la nonviolenza significa assumerli come una condizione normale e costante della nostra natura umana, un rischio e un’opportunità, e averne una visione d’insieme del ciclo di vita. Prima della violenza occorre lavorare per prevenire la polarizzazione, evitare che si costruiscano barriere, mantenere aperta la comunicazione dialogica intensa, l’ascolto profondo. E’ un esercizio costante, che ci deve portare a diventare padroni delle nostre parole, oltre che del nostro agire. Ancora una volta, Gandhi ci propone una regola d’oro della comunicazione e della relazione interpersonale: “… le parole di una persona non devono essere interpretate in modo da rendergli ingiustizia…” (M. K. Gandhi, Guerra senza violenza, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2005, p. 119). Anche quando vengono usate parole dure nei nostri confronti, dobbiamo abituarci a interpretarle come espressione di forti emozioni e non di ostilità. Gandhi affinò a tal punto questa pratica da non considerarsi mai offeso, neppure quando gli fu usata violenza, tanto che alcuni lo criticarono ritenendolo troppo ingenuo.
Ma i conflitti possono degenerare e ci si può trovare di fronte all’esplosione della violenza diretta e della guerra. E’ necessario allora essere preparati per interporsi tra le fazioni con quello che alcuni hanno chiamato “un muro umano” a mani nude, ben diverso da quelli degli schieramenti armati degli eserciti. L’interposizione nonviolenta richiede coraggio, determinazione e una buona preparazione. E’ quanto vanno facendo numerosi gruppi in tutto il mondo: dalle Donne in nero alle Peace Brigades International, dai caschi bianchi alle forze nonviolente di pace (www.nonviolentpeaceforce.org) a Global Exchange e all’International Solidarity Movement negli USA. E infine, dopo la violenza, occorre praticare l’arte della riconciliazione, essere capaci di stabilire cosa e come ricordare e dimenticare. Saper distinguere tra forget (lasciar andare, dimenticare) e forgive (per-dono, perdonare). Il perdono fa bene a entrambi: a chi perdona e a chi viene perdonato. E’ un circolo virtuoso che si viene a creare tra le tre P: pena, pentimento, perdono.
Per innescare questi processi virtuosi, per ristabilire la pace, la libertà e la giustizia con mezzi di pace, senza ricorrere ad altra violenza, è utile ricorrere alla mediazione di parti esterne. Esse hanno il compito di aiutare i confliggenti a liberarsi dai fantasmi della violenza, dal rancore, dalla rabbia, dalla sete di vendetta e iniziare la strada del dialogo. Occorre riconoscere torti e ragioni degli uni e degli altri, assumere man mano atteggiamenti più empatici che permettano di ricostruire la lunga catena della nonviolenza che lega tra loro tutti gli esseri viventi, interrotta dalla violenza. Bisogna acquisire capacità creative per individuare soluzioni e ponti che permettano di andare oltre le ragioni contingenti dei singoli, superando le contraddizioni.
Quale futuro?
Riflettendo sul futuro della democrazia, Norberto Bobbio scriveva: “sia ben chiaro, non faccio alcuna scommessa sul futuro: la storia è imprevedibile. Se la filosofia della storia è in discredito, dipende dal fatto che non c’è previsione, annunciata dalle diverse filosofie della storia succedutesi nel secolo scorso e all’inizio di questo, che non sia stata smentita dalla storia realmente accaduta” (Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1991). Parole simili si possono ripetere per “il futuro della nonviolenza”: non siamo in grado di fare previsioni Nel corso del Novecento è avvenuto un significativo aumento del numero di stati democratici, con una corrispondente democratizzazione del sistema internazionale delle Nazioni Unite, secondo una progressione ideale che avrebbe portato tale sistema da uno stato di anarchia a una condizione di equilibrio delle grandi potenze, al predominio di una potenza egemone e infine a un sistema internazionale democratico condiviso. Se questa successione si rivelasse valida sul piano storico, il passo successivo dovrebbe essere quello verso la nascita di un sistema internazionale nonviolento caratterizzato dall’abbattimento di ogni sorta di muro e dalla costruzione di una rete di ponti per viaggiare, comunicare, entrare in relazione, crescere culturalmente.
Ma se il sistema internazionale si è democratizzato, cosa è avvenuto delle guerre? Sono diminuite o aumentate? Sono aumentati i muri o i ponti? Che significato dobbiamo attribuire all’attacco terrorista dell’11 settembre 2001 e alle successive reazioni degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq? Dall’esame dei dati relativi agli ultimi quindici anni, scaturisce un paradosso. Stando alla percezione diffusa, le guerre sono aumentate, mentre secondo i dati elaborati dagli analisti stiamo assistendo a una sensibile diminuzione
(N. Labanca, Guerre del periodo post-bipolare, in L’ospite ingrato, 2, 2003. E si veda anche il Human Security Report 2005, http://www.humansecurityreport.info/index.php?option=content&task=view&id=28&Itemid=63). Più in generale, “in questo momento della storia umana, sembra che il bicchiere non sia né tutto pieno né tutto vuoto”, ma forse stiamo vivendo un “nuovo momento gandhiano” (Richard Falk, A New Gandhian Moment?, www.transnational.org/forum/meet/2004/Falk_Gandhi.html). Questo parere è condiviso da altri autori che interpretano l’11 settembre 2001 come una biforcazione. Possiamo procedere verso l’abisso, costruire altri muri, seguire il realismo di ieri della violenza che diventerà la ricetta per la catastrofe di domani, oppure considerare il trauma come possibilità che apre nuove forme di azione: l’utopia di ieri della nonviolenza che diventa il realismo di oggi per andare verso una società senza più alcun muro, come nella visione immaginata da Gandhi: “Lo stato – nel passaggio alla società senza stato – sarà una federazione di comunità democratiche rurali nonviolente decentralizzate. Queste comunità si baseranno sulla “semplicità, povertà e lentezza volontarie”, cioè su un tempo di vita coscientemente rallentato, nel quale l’accento sarà sulla autoespressione attraverso un più ampio ritmo di vita piuttosto che attraverso più veloci pulsazioni nelle avidità di potere e di lucro.” (Gandhi, citato da Capitini, Educazione aperta, La Nuova Italia, Firenze 1967)

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