La rivoluzione del Maggio ’68 quaranta anni dopo – Johan Galtung

La rivoluzione del Maggio ’68 quaranta anni dopo
di Johan Galtung

Non dimenticherò mai quel giorno. C’erano tutti gli elementi del classico rituale francese: barricate, cubetti di porfido, autovetture, persino autobus, rovesciati, vestiti bruciati, gas lacrimogeni, poliziotti in tenuta antisommossa e moltitudini disordinate di studenti che saltavano da una macchina all’altra per sfuggire alle nubi vaganti. Si percepiva il 1789-1830-1948-1870/71. E scioperi, grève.
Ma poi tutto cambiò tono, come un lungo magnifico giorno di maggio dal giorno alla notte. In migliaia, diecimila, raggiungemmo i Campi Elisi, verso l’Arco di Trionfo. All’arrivo una voce stentorea ci diede ordine di sederci: formare gruppi di 10-12 persone, sedersi in cerchio e discutere la situazione. Così facemmo.
Noi, una donna giapponese che un anno dopo sarebbe diventata mia moglie, e francesi di tutti i tipi, discutemmo della situazione: come usare la libertà in modo da raggiungere maggiore uguaglianza e fraternità, portando a compimento la grande rivoluzione tradita. Questa non era la classica rivoluzione fatta per prendere il potere statale e avere posti di governo. L’obiettivo era un cambiamento sociale radicale, ovunque, a ogni livello. Nulla di meno.
E ciò voleva dire nelle relazioni tra i generi e tra le generazioni, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nel contesto sociale in generale, nel mondo. Era la voce di un’ onda lunga e imponente, di un movimento tettonico che aveva toccato l’America Latina fin dal 1963, la Cina dal 1966, sotto le forme della rivoluzione culturale, e ora stava raggiungendo la Francia, per diffondersi di lì a tutta l’Europa occidentale e al Nord America, al Giappone – persino al Portogallo nell’estate 1969- senza tuttavia infiltrarsi sotto o gettarsi sopra il muro che separava NATO e WTO, dalla Norvegia-Unione Sovietica alla Bulgaria-Turchia. Coloro che ne avevano più bisogno sarebbero arrivati dopo.
Non c’erano leaders. Né fucili, né baionette, solo modesti lanci di sassi con la fionda. Invocavano un altro alleato nella lotta per realizzare quei lodevoli obiettivi: l’immaginazione, subito scarabocchiata su tutti i muri. L’immaginazione al potere!, dare potere alla creatività.
Influenzava le decisioni politiche, il condizionamento culturale, le forze militari e di polizia più del potere economico. Ben al di là delle posizioni del marxismo classico, anche di quello gramsciano, verso ogni aspetto sociale: meno distanza, meno gerarchia, meno formalismo, più trasparenza, maggiore condivisione delle decisioni. La disciplina accademica era la sociologia, odiata dall’establishment.
In quei cerchi di condivisione di Place Etoile ci davamo del tu, non del voi. Prima o poi si passava dal De e Sie al du, dall’Usted e dal Lei al tu, negli USA al nome proprio. Tutti i responsabili -più i ministri che i direttori generali- iniziarono a rendere conto e non solo a dare ordini, ad ascoltare, a interagire, anche a produrre cambiamenti. L’organizzazione degli uffici iniziò a diventare più orizzontale, divennero abituali le assemblee generali. I professori avevano i committenti che dicevano loro cosa e come insegnare. Gli incarichi ruotavano più di prima. Il boss che comanda per tutta la vita e dà ordini da un angolo dell’ufficio divenne una specie rara.
Sullo sfondo, molto in lontananza, vi erano i campi di battaglia di un povero paese del Sud-est asiatico, con milioni di piccola, povera gente assassinata senza pietà dai “decisori” sulle due sponde del Potomac; cui si aggiunse, nell’agosto 1968, la brutale invasione sovietica della Cecoslovacchia. Ma era ormai troppo tardi. C’era un cambiamento nell’aria. Ciò che solitamente era la politica delle grandi potenze, “sono così”, era ora oggetto di esame critico. Certe cose non si dovevano fare. Dopo l’Afghanistan e serie ricadute in Cecenia, la Russia sembra aver raggiunto il punto. Gli USA no. Impero, come sempre, insensibile al rapido declino di legittimazione subita dopo il maggio ’68, ora fatiscente sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan.
La rivoluzione del maggio ’68 è stato un successo che ha richiesto più di 40 anni per essere compreso. Ci furono dei processi che portarono a quel mese famoso e molti avrebbero trovato la loro strada comunque nella storia. Ma il maggio ’68 divenne un simbolo. Una generazione, tra i 15 e i 40 anni, ne fu toccata per la vita. Essi hanno portato avanti un messaggio. Né rosso, né verde. Sociale.
Le Nouvel Observateur (12/3/08) vede la rivoluzione sessuale come forse la ”migliore eredità del meraviglioso maggio”. “L’uso generalizzato dei contraccettivi, il diritto al piacere sessuale senza dovere di amare, l’emancipazione femminile, le coppie che si formano e si disfano, il riconoscimento dell’omosessualità, la pornografia.” Le relazioni sessuali fioriscono. Accade che la gente si incontra, c’è attrazione dei sensi, un tocco che invita a una risposta e si prosegue fuori, in macchina, in una stanza di motel; aspetti di una tendenza generale verso l’autodeterminazione e l’uguaglianza. Entrambi i generi hanno diritto a fare avance e a rifiutare, semplicemente, non come se avessero da affrontare una minaccia peggiore della morte. Lo stare insieme come la rottura avvengono tranquillamente, nessuna promessa implicita, niente per sempre; può essere monogamia per un periodo, possono esserci coppie che condividono la stessa stanza, scambio di partners, in tre o in quattro coppie. Non senza problemi.
Senza dubbio i due generi sono diventati più uguali. Sempre più persone li hanno visti ugualmente abili, in tutti i modi. Gli USA sono stati alla testa della rivoluzione femminista, con reazioni e tutto il resto. Lo stesso è accaduto alle due superpotenze , anch’esse sono diventate più eguali. Sempre più persone le hanno viste negative allo stesso modo. Molti credono ancora nel patriarcato e molti credono ancora più in una superpotenza che nell’altra.
Ma sono emerse nuove linee di separazione: un massiccio movimento per la parità ha preso posizione contro ogni discriminazione di genere, e un grande movimento per la pace contro ogni aggressione da parte di qualsiasi superpotenza. Gli USA non sono stati alla testa di questo movimento e il loro impero ne è ora la vittima. Ma siate cauti voi, Grandi, UE, Russia, Cina, India: siete sotto osservazione.
Il maggio 1968 è stato una rivoluzione della stessa portata del passaggio dal feudalesimo alla democrazia, ancora in cerca di un nome. “Maggio ‘68”, grazie ai Francesi, nonostante gli inizi in America Latina e in Cina. Nel frattempo, festeggiamo anche i progressi che la storia compie nel suo corso. E riconosciamo i nuovi problemi, che richiedono molta immaginazione.

2 giugno 2008
Titolo originale: The May 1968 Revolution 40 Years Later
Traduzione di Angela Dogliotti Marasso per il Centro Studi Sereno Regis

I commenti sono chiusi.