Il “grande gioco” da Badshah Khan a Benazir Bhutto – Nanni Salio

Il “grande gioco” da Badshah Khan a Benazir Bhutto

Nanni Salio (postfazione alla nuova edizione del libro su Badshah Khan pubblicato dalle Edizioni Sonda)

Per cercare di comprendere meglio la straordinaria grandezza di Badshah Khan, possiamo partire da alcune domande: primo, come si inserisce questa esperienza nel contesto della cultura islamica e di quella specificamente tribale dei Pathan? Secondo, che cosa ha impedito a questa esperienza di continuare dopo la cacciata degli inglesi? Terzo, che cosa impedisce oggi di riscoprire e promuovere nuovamente la via della nonviolenza nelle società islamiche, oltre che più in generale in tutto l’Occidente?

Il Pathan disarmato
Alla prima domanda ci aiuta a rispondere il fondamentale lavoro dell’antropologa indiana Mukulika Banerjee The Pathan Unarmed (New Delhi, Oxford University Press, 2000. Per una recensione: Nanni Salio, http://pdpace.interfree.it/s3_recensioni.html ) nel quale questa giovane ricercatrice va oltre la semplice narrazione biografica e scava in profondità e con acume nella cultura pathan e più in generale in quella dell’Islam. L’autrice cominciò a interessarsi a questo argomento nel 1988, quando la stampa locale diede notizia della morte di Badshah Khan, all’età di 98 anni. La pubblicistica del tempo, segnata largamente dagli stereotipi creati dal colonialismo inglese, presentava i Pathan come un popolo selvaggio, dedito alla vendetta, alle faide tribali, ingovernabile e privo di qualsiasi senso della moderna vita politica. E giustamente, sorse spontanea la domanda: come è stato possibile creare un “esercito” di centomila resistenti nonviolenti noto come khudai khidmatgar (kk, servi di Dio) con una divisa costituita da sgargianti camicie rosse, che dal 1930 al 1947 mise in seria difficoltà gli inglesi adottando una rigorosa condotta di lotta nonviolenta? Mossa da questo interrogativo, decise di recarsi direttamente a intervistare il maggior numero possibile di persone che avevano partecipato a quella straordinaria esperienza. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, Mukulika Banerjee riuscì in un’impresa tutt’altro che semplice. Con il determinante aiuto di Wali Khan, figlio di Badshah Khan, che lei ricorda affettuosamente come Wali Baba considerandolo un padre adottivo (Si veda il ricordo che Mukulika Banerjee traccia dopo la morte di Wali Khan avvenuta il 26 gennaio 2006,: Wali Baba, my adoptive father, http://www.indianexpress.com/res/web/pIe/full_story.php?content_id=87202 . Per un più ampio profilo storico si veda invece Khan Wali Khan, http://en.wikipedia.org/wiki/Khan_Wali_Khan ), convinse l’università a finanziare la sua ricerca sul campo e soprattutto si fece accettare, come donna indiana e sola, in un contesto fortemente patriarcale e ostile come quello pakistano. Superato questo ostacolo, dovette affrontarne un altro non meno grave: riuscire a trovare almeno alcuni degli ormai anziani “servitori di Dio”. Tenacemente, seguì tutte le indicazioni che le venivano fornite, finché durante una cerimonia di commemorazione del quarto anniversario della morte di Badshah Khan, vide spuntare alcune camicie rosse indossate con fierezza in quell’occasione da coloro che avevano partecipato alla lotta nonviolenta di resistenza contro l’imperialismo inglese. Questo esile filo ha portato man mano l’autrice a intervistare settanta resistenti, diciannove dei quali ultranovantenni, consentendole sia di ricostruire il percorso di formazione sia di elaborare una risposta all’interrogativo da cui era partita.
Sebbene Badshah Khan sia stato profondamente influenzato da Gandhi, il suo accostamento alla nonviolenza fu precedente all’incontro con il Mahatma e deriva da una lettura dell’Islam in chiave coerentemente nonviolenta. La tesi è che “la nonviolenza dei kk non fu semplicemente gandhiana, l’Islam non fu soltanto sunnita e il Pukhtunwali (il tradizionale codice d’onore) divenne, almeno temporaneamente, qualcosa di assai diverso da ciò che veniva praticato nelle altre aree tribali e in Afghanistan. Nelle zone della ‘frontiera’ le nuove influenze non annullano le tradizioni precedenti, ma si combinano con esse in una sintesi nuova” creativa e originale. “Studiare la ‘frontiera’ ha permesso di ricordarci che la creatività culturale e la sintesi sono realmente la norma invece che l’eccezione” e smentiscono l’ipotesi secondo cui popolazioni non acculturate non sarebbero in grado di sviluppare una moderna azione politica.
L’autrice riprende inoltre la tesi esposta da Ashish Nandy in un importante studio sulla psicologia del colonialismo (The Intimate Enemy , Oxford University Press, Delhi 1983). Secondo Nandy, Gandhi lottò non solo per liberare l’India, ma anche per liberare gli inglesi dalla loro psicologia di violenza coloniale basata su un iper-maschilismo, che considerava effeminati gli indiani. Gandhi svincolò la violenza dal coraggio e l’aggressività dalla protesta e si richiamò al mito dell’androginia presente nella cultura religiosa indiana per integrare femminilità e mascolinità in un superamento sia della violenza sia della codardia. Analogamente, Badshah Khan seppe orientare la cultura maschilista dei Pathan verso un superamento della violenza inflitta agli altri, ma nello stesso tempo verso l’accettazione della violenza subita sino all’estremo sacrificio della morte, sfidando l’iper-maschilismo degli inglesi proprio sul terreno dell’autentico coraggio.

Il “grande gioco” della partizione
Per rispondere alla seconda domanda occorre risalire al 1947, quando gli inglesi, nel decidere di abbandonare l’India concedendole l’indipendenza, compirono l’ultimo atto della loro arrogante politica coloniale, basata sul divide et impera, e svolsero un ruolo fondamentale a favore della partizione del subcontinente, nonostante la ferma opposizione di Gandhi. La creazione del Pakistan provocò il più grande esodo e la più grande pulizia etnica della storia, con un immane massacro che sembrò quasi annullare l’esperienza delle lotte nonviolente condotte da Gandhi.
Khushwant Singh ha magistralmente narrato questa tragedia nel romanzo Quel treno per il Pakistan (Marsilio, Venezia 2002, ed.orig. 1956). Il libro è stato ripubblicato cinquant’anni dopo la prima edizione, con le sconvolgenti immagini scattate dalla fotogiornalista Margaret Bourke-White per il settimanale Time (Train to Pakistan, Roli Books 2006). Gran parte delle conseguenze della partizione sono tuttora poco note al pubblico occidentale, e non solo. Il bel film Acque silenziose di Sabiha Sumar (2003) contribuisce a far conoscere in modo empatico e avvincente uno dei molti aspetti poco conosciuti: la separazione delle famiglie di origine sik e la grande violenza esercitata sulle donne. Per approfondire ulteriormente la questione è utile conoscere il punto di vista di Wali Khan che, come il padre Badshah Khan, è stato un fermo oppositore e ha pagato duramente il prezzo di questa scelta sotto i vari regimi che si sono succeduti in Pakistan. La versione inglese del suo libro, Facts are Facts. The Untold Story of India’s Partition, è disponibile online all’indirizzo http://awaminationalparty.org/books/factsarefacts.pdf . Il libro è stato scritto negli anni di prigionia sotto il regime di Ali Bhutto. Uscito dal carcere, Wali Khan si recò a Londra per sottoporsi a cure mediche e scoprì presso la Indian Office Library i documenti originari che non solo confermavano la sua tesi sul ruolo che gli inglesi hanno avuto nel promuovere il processo di partizione per mantenere il controllo politico sull’intera regione, ma aggiungevano molti particolari sconosciuti e inquietanti.
La nascita del Pakistan avvenne lasciando del tutto irrisolto il problema del Kashmir, conteso tra i due paesi e fonte continua di numerose guerre, la prima delle quali esplosa subito dopo la partizione, sino a quella del Kargil (1999), che detiene il primato di guerra combattuta alle quote più alte mai raggiunte, su vette himalayane di oltre settemila metri, e che per le modalità di svolgimento è stata paragonata da alcuni studiosi alla prima guerra mondiale. (Sui rapporti tra India e Pakistan esiste una letteratura immensa. Per una buona introduzione si veda: Sumit Ganguly, Storia dell’India e del Pakistan. Due paesi in conflitto, Bruno Mondatori, Milano 2004. Sulla questione del Kashmir si veda la proposta Transcend contenuta in appendice a: Johan Galtung, Learning from Gandhi:Towards a nonviolent world order, http://www.transnational.org/Resources_Nonviolence/2007/Galtung_Satyagraha.html ) Non bisogna inoltre dimenticare che nel 1971 l’allora Pakistan Orientale si dichiarò indipendente e dopo un’altra tragica guerra civile, con esodi e massacri, fu fondato un nuovo stato, il Bangladesh.
E’ facile capire quanto, in un simile contesto, fosse assai difficile la posizione sostenuta da Badshah Khan e dai suoi seguaci, contrari alla creazione del Pakistan e per questo emarginati, accusati di separatismo, tradimento e cospirazione contro il proprio paese e incarcerati.
D’altro canto, né l’India né il nascente Pakistan seguirono la politica della nonviolenza gandhiana. Essi svilupparono invece un’ambiziosa politica nazionalista e di potenza che nel corso del tempo li portò a confrontarsi più volte sul piano militare, sino a innescare una corsa agli armamenti che sfociò nella costruzione di armi nucleari da parte di entrambi. (Si veda il bellissimo e impressionante documentario di Anand Patwardhan, War and Peace, 2003.)
E’ a partire dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso che tutta l’Asia Centrale, ma nello specifico ancor più l’Afghanistan, ridiventa teatro del “grande gioco” di ottocentesca memoria.
Ma se un tempo il confronto avvenne tra Russia e Gran Bretagna, in seguito gli attori principali furono URSS e USA e all’inizio la partita si svolse contemporaneamente sul fronte afghano e ancora su quello est-europeo, secondo una strategia di dominio imperiale che si riassume nella formula : “Se vuoi dominare il mondo devi controllare l’Eurasia” (Questa strategia è esplicitamente presentata dal suo principale teorico, Zbigniew Brzezinski, in: La grande scacchiera, Milano, Longanesi, Milano 1998.)
Gli eventi degli ultimi trent’anni si susseguirono in modo inaspettato superando di gran lunga la più fervida immaginazione narrativa. Su un fronte, quello centro-asiatico, il confronto si sviluppò sul piano militare innescando un processo destinato a durare tuttora, dopo trent’anni. Sull’altro, quello centro-est-europeo, il confronto si mantenne sul piano della diplomazia (con l’importante risultato del Trattato di Helsinki sui diritti umani del 1975) e sul piano della lotta nonviolenta dei movimenti di base (per la pace all’Ovest e del dissenso all’Est) che portò alla caduta simbolica del muro di Berlino (il 9/11/1989) e alla più grande transizione di un regime internazionale, quasi senza colpo ferire. Una trasformazione epocale, pragmaticamente nonviolenta, potenzialmente in grado di produrre risultati che poi non si avverarono pienamente. (Si veda il mio:Il potere della nonviolenza. Dal crollo del muro di Berlino al nuovo disordine mondiale, EGA, Torino 1995.)
Nell’Asia centrale ebbero invece buon gioco le logiche militari che scatenarono una successione di eventi la cui interpretazione è ancora oggi oggetto di aspre controversie. La storia dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, avvenuta nella notte di Natale del 1979, e quella delle sue conseguenze sono raccontate in un film, “La Guerra di Charlie Wilson”, che vale la pena di prendere in considerazione per le numerose critiche che ha suscitato. La tesi su cui esso è stato costruito è molto semplice e si può riassumere nella seguente frase, pronunciata il 9 giugno 1993 da James Woolsey, primo dirigente della CIA dell’epoca Clinton:”La sconfitta e il crollo dell’impero sovietico sono stati i maggiori eventi della storia mondiale. Questa battaglia ha avuto molti eroi, ma a Charlie Wilson va un riconoscimento speciale.” Charlie Wilson è il membro del Congresso che ha organizzato il finanziamento e l’invio dei sistemi d’arma più sofisticati ai mujaheddin per combattere l’esercito sovietico e creare, secondo il suggerimento di Zbigniew Brzezinski, una situazione simile a quella che in Vietnam portò alla sconfitta degli USA.
Ma come osserva Chalmers Johnson: “una parte importante di questo riconoscimento, studiatamente raggirata dalla CIA e da molti scrittori americani che si sono poi occupati della cosa, è che le attività di Wilson in Afghanistan hanno portato direttamente a una catena di contraccolpi che sono culminati negli attacchi dell’11 settembre e che hanno elevato gli Stati Uniti all’odierno ruolo di nazione più odiata sulla terra.” (Propaganda Imperialista Altre riflessioni su La Guerra di CharlieWilson
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4264&mode=thread&order=0&thold=0 )
Chalmers Johnson ha raggiunto una grande notorietà con la sua importantissima trilogia (Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti, Milano 2001; Le lacrime dell’impero, Garzanti, Milano 2005; Nemesis, in corso di traduzione) diventata uno straordinario caso di best seller internazionale. In essa, egli analizza con grande lungimiranza gli effetti disastrosi della politica estera ed economica degli Stati Uniti, che hanno prodotto il blowback (contraccolpo) culminato nell’11/9/2001 (data che per un ironico gioco della sorte è speculare a quella del 9/11/1989, prima richiamata, e di significato diametralmente opposto).
Le reazioni agli attentati dell’11 settembre, sono state molteplici e di segno diverso. L’elite USA ne ha approfittato per trovare un “nuovo nemico” da sostituire prontamente all’ex Unione Sovietica e ha proseguito con la ricetta di sempre, basata esclusivamente sulla guerra, prima in Afghanistan e poi in Iraq, con costi umani, economici e sociali altissimi, applicando il noto aforisma nietzschiano: “se hai un martello vedi il mondo come un chiodo”.
Le impervie montagne semidesertiche dell’Afghanistan e il mitico Kyber Pass sono ritornati così al centro della politica mondiale e l’insegnamento di Badshah Khan è stato ben presto dimenticato, sebbene poco dopo l’11 settembre, in un articolo del New York Times si parlava di questo Pashtun “costruttore di pace” concludendo che “questo capitolo dimenticato suggerisce che l’Islam è più mutevole di quanto pensino i suoi seguaci radicali e i suoi detrattori occidentali; e la storia di questo Pashtun offre uno straordinario precedente per la pace così come una eredità di guerra” (Karl E. Meyer, “The Pacemaker of the Pashtun Past”, The New York Times, 7 dicembre 2001, http://query.nytimes.com/gst/fullpage.html?res=9907E2D6123CF934A35751C1A9679C8B63 )
Un fugace riconoscimento della possibilità di un’alternativa nonviolenta che ha lasciato una piccola traccia su un grande quotidiano, ma non è riuscito a scalfire le ferree convinzioni della geopolitica dell’impero.
Oltre all’Afghanistan è ormai un luogo comune riconoscere la continua instabilità, l’inaffidabilità e il fallimento del Pakistan. La creazione di questo stato, sostenuto con determinazione dall’ultimo governatore inglese della regione occidentale dell’allora India (la “Frontiera”), Sir Olaf Caroe, per creare un blocco all’avanzata dell’Unione Sovietica verso il Golfo Persico, si è rivelata una delle operazioni più disastrose per il benessere dei popoli che vi abitano e per l’intero sistema di relazioni internazionali.
L’ultimo atto, per il momento, di questa storia è l’assassinio di Benazir Bhutto, altro episodio cruento della controversa saga dei Bhutto, iniziata con il padre Ali Bhutto e proseguita con l’alternarsi di regimi democratici e di colpi di stato militari che hanno caratterizzato la storia del Pakistan. Pochi giorni prima di essere uccisa, Benazir Bhutto diede alle stampe un suo libro di riflessioni autobiografiche (Benazir Bhutto, Riconciliazione. L’Islam, la democrazia, l’Occidente, Bompiani, Milano 2008) che, pur richiamandosi, sin dal titolo, alla riconciliazione, e sostenendo la compatibilità dell’Islam con la democrazia, non fa neppure un cenno alla figura di Badshah Khan che campeggia nella storia dell’Islam come un faro che indica la via. Purtroppo, ancora una volta una possibilità mancata, come nella quasi totalità della letteratura sull’argomento.

Per un futuro nonviolento
La terza domanda, infine, ci impone di ampliare ulteriormente lo sguardo e considerare la nonviolenza nella sua globalità.
Le tecniche e la strategia della lotta nonviolenta hanno ampiamente dimostrato di essere efficaci, come si può documentare attraverso la crescente letteratura sull’argomento. (Si vedano, per esempio: Marc Kurlansky, Un’idea pericolosa. Storia della nonviolenza, Mondatori, Milano 2007. Una forza più potente, DVD con sei episodi di lotte nonviolente, prodotto dal Centro Albert Einstein diretto da Gene Sharp e distribuito in Italia dal Movimento Nonviolento.) Ma le lezioni che le elite politiche dominanti hanno appreso dalla storia sono di ben altra natura. Ne parla con grande onestà intellettuale Robert McNamara nello splendido documentario The Fog of War,di Errol Morris, nel quale descrive “11 lezioni della guerra”, che purtroppo non abbiamo appreso. (L’intero testo è disponibile in rete:http://www.strategiaglobale.com/the_fog_of_war.html .)
La risposta sta forse in quella che Johan Galtung chiama la “cultura profonda” di un paese, che può contribuire a creare sia la violenza culturale, sia la pace culturale. (Johan Galtung, Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano 2000. Per una buona e utile recensione: Enrico Peyretti, http://www.peacelink.it/pace/a/15273.html ) Occorre infatti elaborare ed esplicitare i fini nonviolenti, oltre che i mezzi. Sia Badshah Khan sia Gandhi hanno lavorato anche sui fini, sulla cultura profonda, rileggendo in chiave nonviolenta i testi sacri dell’Islam (Corano) e dell’induismo (Baghavad Gita) e interpretando in entrambi i casi la jiad e la lotta non come guerra ma come ricerca e impegno interiore (M. K. Gandhi, Gandhi commenta la Bhagavad Gita, Edizioni Mediterranee, Roma 1988).
Il loro contributo è stato di fondamentale importanza, ma le strutture dominanti non sono cambiate. Attori, strutture e culture sono i tre elementi su cui agire per una trasformazione nonviolenta dei conflitti e per la costruzione di future società nonviolente. Tra le strutture, campeggia come un ostacolo immenso il complesso militare industriale-scientifico-corporativo che un po’ ovunque nel mondo condiziona e impone il corso della storia.
Dottrine violente, attori violenti e strutture violente hanno fatto scuola e le ritroviamo non solo nel militarismo degli USA, ma ormai anche in quello del subcontinente indiano, avviato da tempo lungo il cammino tracciato dalle altre superpotenze.
Tuttavia, l’eredità gandhiana continua a lavorare e a essere fonte di ispirazione per gli oppressi in tutto il mondo. Il monito lanciato da Badshah Khan poco prima della sua morte è quanto mai attuale: “Il mondo odierno può sopravvivere alla produzione di massa di armi nucleari solo attraverso la nonviolenza” e ha “bisogno del messaggio di amore e di pace di Gandhi oggi più che mai, se non vuole che la civilizzazione e l’umanità stessa siano spazzate via dalla faccia della terra”.
(Damon Lynch, Two Islamic Soldiers, ottobre 2001, www.asianreflection.com/twoislamicsoldiers.pdf )
A questa minaccia se ne aggiunge oggi un’altra, che fu denunciata con straordinaria preveggenza da Gandhi un secolo fa: “La terra produce abbastanza per soddisfare i bisogni di ciascuno ma non abbastanza per l’avidità di ognuno”. Oggi l’allarme è lanciato dalle massime autorità scientifiche delle Nazioni Unite: il riscaldamento globale, la crisi energetica e quella ecologica sono state provocate da un modello di sviluppo distorto e l’umanità si trova in un vicolo cieco dal quale può uscire solo assumendo seriamente il paradigma gandhiano di una economia nonviolenta fondata sulla semplicità volontaria. (Cinzia Picchioni, Semplicità volontaria, Anteprima, Torino 2007.)
L’insegnamento di Gandhi e Badshah Khan è stato orami raccolto dai loro nipoti, Rajmohan Gandhi e Afsandyar Khan (“Talking of grandfathers”, The Hindu, 5/08/2004, http://www.hinduonnet.com/thehindu/mp/2004/08/05/stories/2004080500490100.htm ), oltre che da molti movimenti di base e da ricercatori e ricercatrici un po’ ovunque nel mondo. Tuttavia è necessario che esso si diffonda ancora più rapidamente su larga scala: compito difficile, ma non impossibile.
Uno dei banchi di prova più importanti, nell’immediato, in cui applicare i metodi e le tecniche della nonviolenza è quello del conflitto Israele-Palestina. La guerra ha dimostrato il suo totale fallimento. La nonviolenza è l’unica speranza per uscire dal ciclo perverso della vendetta, come riconoscono i più attenti osservatori e gli attivisti più audaci. La sfida chiama in causa direttamente le tre grandi tradizioni religiose e culturali dell’area, che debbono riscoprire le comuni radici nella nonviolenza: Badshah Khan può essere un’ottima guida per ebrei, cristiani, mussulmani. (Rajmohan Gandhi, “Mohandas Gandhi, Abdul Ghaffar Khan, and the Middle East Today”, www.worldpolicy.org/journal/articles/wpj05-sp/gandhi.pdf . Si veda anche il dibattito suscitato da un articolo comparso su Haaretz del 26/02/08: “Palestinians’ doomsday weapon, non-violence, fails test”, http://www.haaretz.com/hasen/spages/957786.html e le risposte “In Defense of Non-Violence” nel blog http://www.antiwar.com/blog/2008/03/03/in-defense-of-non-violence/ . Infine, segnaliamo la proposta Transcend di Johan Galtung, come una delle ipotesi di mediazione potenzialmente più fruttuosa: “Il Medio Oriente e il modello dell’UE come soluzione” http://www.peacelink.it/pace/a/19432.html .)
La storia è aperta e imprevedibile, ma possiamo orientarla: spetta a noi e alle nuove generazioni indicare la rotta e impegnarci in questo compito di straordinaria importanza.

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