È giunto il momento di seppellire un’eredità pericolosa – Jonathan Schell

Jonathan SchellI politici discutono spesso della possibilità di sbarazzarsi delle armi nucleari, e del modo di pervenire a questo risultato. Ma dietro a questo interrogativo ce n’è un altro di natura più fondamentale, che è questo: abbiamo veramente l’intenzione di venirci a trovare in un mondo in cui non ci siano più armi nucleari? O, in altri termini, possiamo immaginarci concretamente un mondo privo di armi nucleari come un posto in cui mantenerci per un periodo di tempo indefinito?
La risposta che molti degli oppositori più inflessibili dell’idea della necessità di abolire le armi nucleari danno a questa domanda è “No”. Questi critici sostengono che l’abolizione delle armi nucleari, pur essendo possibile, ci porrebbe davanti a una serie di nuovi problemi.
Prima di tutto, essi dicono, la guerra di tipo convenzionale, una volta liberata dalle costrizioni imposte dalla presenza di armi nucleari, non potrebbe fare a meno di rivivere nelle nuove condizioni che si verrebbero a creare. In secondo luogo, anche le armi nucleari ritornerebbero rapidamente a fare la loro apparizione sulla scena. Un nuovo Saddam Hussein o un nuovo Kim Jong-II, sottoposti alla tentazione di riempire un vuoto di potere, potrebbero farsi avanti, a un certo punto, provvisti di una bomba atomica, e impartire ordini a un mondo impossibilitato a difendersi. In terzo luogo, da una congiuntura di questo genere potrebbe scaturire una nuova corsa caotica al possesso di armi nucleari, magari accompagnata da una guerra di tipo convenzionale o addirittura da una guerra nucleare. Il nome che viene dato a questa concatenazione di pericoli è “breakout” (che sarebbe come dire sortita improvvisa, rottura di un sistema di sicurezza rivelatosi improvvisamente impotente).
La conclusione potrebbe apparire singolare. Come si può pensare che ci sia un maggior pericolo di guerra nucleare in un mondo privo di questo genere di armi piuttosto che in un mondo dove esse siano presenti? Eppure questa argomentazione ha una sua logica. Si suppone che il deterrente rappresentato dalle armi nucleari non solo impedisca lo scoppio di una guerra nucleare, ma impedisca anche quello di guerre di tipo convenzionale, e in particolare di quelle fra grandi potenze contrapposte. Ma, se le cose stanno così, perché mai dovremmo rinunciare al possesso di armi nucleari?
La risposta iniziale a questo genere di obbiezioni è ovvia. Gli esseri umani sono fallibili. Un singolo errore commesso nel regno delle armi nucleari potrebbe significare la fine di città, di intere nazioni e forse anche quella di tutti noi. La fallibilità della natura umana e la presenza di strumenti di annientamento si fanno, se si può dir così, cattiva compagnia, e dovrebbero quindi essere separati, questi due fattori, l’uno dall’altro. Ricordiamoci della formula della dissuasione reciproca, che era in vigore ai tempi della guerra fredda; la minaccia di usare armi nucleari che era finalizzata a impedire il loro uso. Il guaio di quella situazione è che il mondo è tenuto perpetuamente su un filo di rasoio, nell’incertezza di dover assistere a quel non-uso sperato o non piuttosto, invece, all’uso che si minaccia di farne.
La seconda, e più complessa, risposta a questo interrogativo impone di ricordare due fatti capitali dell’età nucleare: anzitutto, che il pericolo nucleare è un frutto della scoperta scientifica, e che. pertanto, è imperituro e indistruttibile. Non c’è nulla di più duraturo di un “pezzo”, se così si può dire, di informazione scientifica – che si tratti di nazioni, di imperi e financo di fedi religiose. Una volta che siano stati acquisiti, i risultati della scienza presentano la caratteristica di non poter essere rimossi dalla coscienza (o dalla “mente”) collettiva dell’umanità. È questo il motivo per cui amo parlare della “bomba nella mente”. È questa conoscenza accessibile, a lungo andare, a tutte le menti competenti in materia, e non già questo o quel pezzo di “hardware”, a costituire il nocciolo duro, il vero basamento del dilemma nucleare.
In secondo luogo, le forze distruttive rese disponibili da questa invenzione sono illimitate, e tali da eccedere di gran lunga la sostanza umana (se ci possiamo esprimere in questi termini): perché non c’è città sulla Terra che non possa essere distrutta anche da uno solo di questi congegni, e non c’è civiltà che possa resistere all’impatto di alcune centinaia di essi.
Il mondo contiene ancora, nell’insieme, 25000 armi nucleari. Sia dal punto di vista della sua disponibilità che da quello della sua potenza annichilatrice, la bomba è qualcosa di universale.
Sono le radici che la bomba getta nella scienza ad alimentare i timori di un “breakout”, di una sortita improvvisa di questo pericolo latente, dando luogo a un’ansietà generata dal fatto che la sua abolizione potrebbe rivelarsi una frode, dal momento che la conoscenza del modo di fabbricare armi nucleari resterebbe in possesso delle nazioni. Alcune nazioni potrebbero scegliere di costruire da capo quella bomba e magari anche di nascondere accuratamente bombe già preesistenti.
Quelli che nutrono questo timore di un “breakout” sottovalutano l’ampiezza e la portata della loro intuizione centrale. Le loro supposizioni sono accentrate sui “bari” (se così si può dire) degli accordi relativi all’abolizione degli armamenti nucleari, pensando che essi si ricorderebbero del modo in cui costruirli, ma trascurando il fatto che anche le vittime intenzionali o prese di mira dai primi sarebbero in possesso di questa conoscenza. Alcune di esse potrebbero rispondere nel giro di alcune settimane, altre nel giro di alcuni mesi.
Supponiamo che le armi nucleari siano state abolite e che Kim Jong II (il presidente nordcoreano) alzi d’improvviso il velo della segretezza per rivelare la presenza di un piccolo arsenale nucleare. Non c’è nessuna possibilità che egli possa disarmare, così facendo, le capacità nucleari latenti di tutto il resto del pianeta con la sua forza nucleare esigua, per non parlare delle schiaccianti forze convenzionali di cui i suoi avversari potrebbero disporre.
Il suo “attivo”, se si può dir così, svanisce rapidamente, ed egli si viene a trovare di fronte a una scelta. Minacciare il prossimo con la bomba? Ma, sulla base di qualsiasi misura di potenza, il mondo sa di sopravanzare di gran lunga il piccolo stato ribelle, e si rifiuta di acconsentire alle sue richieste. E fare un uso effettivo della bomba porta sicuramente al suicidio. In breve, il regime “rogue”, o, come si dice, lo “stato canaglia”, si trova di fronte a due opzioni senza speranza.
In qualunque modo si prenda in considerazione l’ipotesi del “breakout”, ne risulta sempre di più che una vecchia lezione dell’epoca nucleare trova, ancora una volta, la sua conferma. Le armi nucleari sembrano potenti, sembrano essere l’arma “assoluta”, come si era abituati a dire, ma farle esplodere effettivamente per acquisire vantaggi di ordine politico si è rivelato, fino a questo momento, impossibile.
Di fatto, piccole nazioni prive di qualsiasi capacità nucleare hanno avuto regolarmente la meglio sulle grandi potenze nucleari. La teoria strategica, che insegna che un paese in possesso di armi nucleari è irresistibile, nega la possibilità di un esito di questo genere, ma la storia ne mostra diversi esempi. Prendiamo in esame la presenza delle forze sovietiche in Afghanistan nell’anno 1980. I Sovietici erano in possesso di decine di migliaia di armi nucleari, ma non c’è nessun elemento che ci faccia pensare che essi si siano mai sognati di esternare anche solo la minima minaccia dell’impiego di armi nucleari. Prendiamo in esame, analogamente, la presenza degli Inglesi a Suez nel l956: il loro monopolio nucleare ha mancato di dar loro anche il minimo lembo di vantaggio in quella prova di forza, ed essi sono stati costretti a “biffare” la loro impresa.
Forse l’esempio più interessante è quello rappresentato dalla sconfitta della Cina nel confronto col Vietnam del Nord nell’anno 1979. Ancora una volta, il monopolio nucleare di cui essa era in possesso non ha potuto salvarla dal fallimento della sua iniziativa.
Anche il più semplice sguardo alla strategia nucleare, nella sua evoluzione nel corso dei decenni, non può fare a meno di illustrare una tesi analoga. In pratica, la strategia nucleare è stata, se si può dir così, una costruzione mentale, un’altra varietà di “bomba nella mente”, fatta di mosse “psicologiche”, di apparenze, di affermazioni di prestigio, di finte e di “bluff” rivolti (o rivolte) a determinati “uditorî”, e cioè, nella maggior parte dei casi, a udienze politiche domestiche. Henry Kissinger parlava a nome di tutta una generazione di “strateghi” quando scriveva nel 1957: “Finché il potere non è usato, esso è… ciò che la gente pensa che sia”. Nessuno ha fatto uso di armi nucleari dal giorno in cui è stata bombardata Nagasaki. Perciò, continuava Kissinger, “l’impatto delle nuove armi sulla strategia, sulla politica e financo sulla sopravvivenza, dipende dall’interpretazione che diamo del loro significato”.
Esempi di questo genere tratti dalla storia ci fanno ritenere che la supposta influenza irresistibile di un monopolio nucleare si riduce (stavo per dire si raggrinzisce) praticamente a nulla. Se la superpotenza Unione Sovietica non ha potuto trarre alcun vantaggio dalle migliaia di armi nucleari in suo possesso nei confronti dei “mujaheddin” afghani, si può forse supporre che in un mondo libero dalla presenza di armi nucleari la Terra intera, comprese le sue potenze più grandi, si sgomenterebbe al cospetto di qualche baro che brandisse improvvisamente, a mo’ di clava, il suo piccolo arsenale nucleare? L’idea che il mondo potrebbe essere, in questo modo, “tenuto in ostaggio”, è semplicemente ridicola.
Ma qui non si tratta di passare in rassegna una sfilza di “scenari” improbabili e sanguinolenti. Ciò che si tratta di mettere in rilievo è che il verdetto che le armi nucleari hanno pronunciato sulla guerra convenzionale non potrebbe fare a meno di sopravvivere alla loro rimozione dal quadro. Commettiamo un errore se concepiamo la bomba come un oggetto o come una collezione di oggetti. L’armamentario nucleare deve essere considerato, invece, come un campo magnetico che ormai pervade e caratterizza il nostro mondo e che continuerà a farlo, d’ora in avanti, per sempre. Anche dove le armi nucleari non sono presenti, il loro “know-how”, la conoscenza del modo di produrle, rimane attivo e operante, esercitando così la sua influenza restrittiva sulla nostra condotta. Né le grandi né le piccole potenze possono estrarre un vantaggio aggressivo da una capacità accessibile a tutti: non possono farlo oggi e non potranno farlo, a maggior ragione, e più certamente ancora, in un mondo libero dalle armi nucleari.
La conclusione a cui possiamo pervenire è che può essere più facile bandire la bomba di quanto potremmo essere portati a ritenere. Ci siamo già spinti avanti nel senso di relegare la “cosa” in questo mondo di ombre, in questo gioco impotente di psicologia e di apparenze: un gioco il cui solo scopo ragionevole è quello di prevenire, in ogni caso, la possibilità di farne un qualsiasi uso. Dovrebbe essere così difficile, a questo punto, bandire del tutto questo spettro inutile?
Un mondo libero dalle armi nucleari è un luogo onesto, un posto sicuro in cui vivere e in cui trasferirsi; un posto decente, libero dal disonore di minacciare di uccidere decine di milioni di nostri compagni, e cioè di altri esseri umani. Dovremmo essere capaci di recarci in quel luogo.

Jonathan Schell è autore di numerosi libri sul disarmo nucleare, di cui il più famoso, Il destino della terra, (Mondadori, Milano 1982) fu un best seller internazionale, negli anni ’80. Collabora con The Nation, The New Yorker, and TomDispatch. L’ultimo libro, del 2007, The Seventh Decade: The New Shape of Nuclear Danger, meriterebbe di essere tradotto.

Titolo originale: Time to Bury a Dangerous Legacy (fonte: http://yaleglobal.yale.edu/display.article?id=10525)

Traduzione di Renato Solmi per il Centro Studi Sereno Regis

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