Gandhi, il Dalai Lama e il Tibet – Nanni Salio

Gandhi, il Dalai Lama e il Tibet

Nanni Salio

Nella copertina del libro che Bhaskar Vyas e Rajni Vyas hanno dedicato alla questione tibetana (Experiments with truth and non-violence; the Dalai Lama in exile from Tibet, Concept Publishing Company, Delhi 2007), si vede il Dalai Lama attaccato all’estremità di un bastone tirato da Gandhi. Nell’originale, alla stessa estremità stava un bambino in atteggiamento giocoso.

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La stessa immagine potrebbe essere ulteriormente elaborata aggiungendo man mano molti altri grandi maestri della nonviolenza, da Martin Luther King a Nelson Mandela, da Lanza del Vasto ad Aldo Capitini. È l’eredità che Gandhi ci ha lasciato, il suo insegnamento, che lentamente si fa strada un po’ ovunque nel mondo: ieri a Burma, oggi in Tibet, domani in Palestina. In tutti e tre i paesi, in situazioni in parte simili e in parte diverse, sono in corso forme di lotta e di resistenza nonviolenta, che sinora non hanno ancora portato al risultato conclusivo sperato, ma costituiscono tuttavia la strada obbligata da seguire, con pazienza e determinazione, se non si vuole ricadere nella tragedia della barbarie.
Che cosa possiamo apprendere da questi episodi e cosa possiamo e dobbiamo fare noi per facilitare una soluzione nonviolenta dei conflitti?
Per tentare di rispondere a questa domanda partiamo dai “cinque punti” che Galtung ha individuato come essenziali nell’esperienza delle lotte gandhiane (Gandhi e la lotta contro l’imperialismo: cinque punti, www.cssr-pas.org/notizia.php?id_notizia=883).
Punto 1: Non temere mai il dialogo. È quanto va dicendo e cercando da tempo il Dalai Lama, con grande pazienza e tenacia, anche se la controparte sinora si è negata. La disponibilità al dialogo non è mai qualcosa di semplice e scontato e quando non c’è va sostenuta da parti esterne. La richiesta di dialogo è sostenuta da tempo dai più autorevoli studiosi (Tashi Rabgey, China and the Dalai Lama must negotiate, http://www.taipeitimes.com/News/editorials?pubdate=2000-11-06, Tsering Shakya, Solving the Tibetan Problem. Before it’s too late, China and the Dalai Lama must teach a compromise, http://www.time.com/time/asia/magazine/2000/0717/tibet.viewpoint.html) e un invito in tal senso è rivolto esplicitamente nella Lettera al governo cinese in 12 punti sulla situazione in Tibet, sottoscritta in questi giorni da diversi intellettuali cinesi, tra cui il noto dissidente Wang Lixiong, http://www.lettera22.it/showart.php?id=8750&rubrica=59). Questo è pertanto uno degli obiettivi fondamentali che il movimento internazionale della pace e tutte le forze politiche e religiose interessate alla questione debbono proporsi: continuare a premere sul governo cinese affinché accetti di avviare un dialogo con la controparte tibetana.
Punto 2: Non temere mai il conflitto: è un’opportunità piuttosto che un pericolo. Il conflitto in Tibet esiste e non può essere nascosto sotto la cenere, dove anzi rischia di covare sino a nuove esplosioni di violenza. L’analisi del conflitto e le proposte di soluzione e mediazione sono state oggetto di riflessione da parte di Transcend e sono state pubblicate su «Azione Nonviolenta», novembre 2004, insieme a un contributo sulla “montagna sacra”, il Kailash, montagna di pace immersa in un oceano di violenze.
Punto 3: Impara la storia, o sarai destinato a ripeterla. Come tutte le vicende storiche, anche quella del Tibet è controversa e alcuni punti sono tuttora oscuri. Esistono tuttavia dei buoni contributi scritti da autorevoli studiosi, ai quali si può fare riferimento per avere un quadro sufficientemente preciso della questione (Si veda ad esempio: Wang Lixiong, Reflections on Tibet, «New Left Review», n. 14, march-april 2002, http://newleftreview.org/A2380 e la replica di Tsering Shakya, Blood in the snows, «New Left Review», n. 15, may-june 2002, http://newleftreview.org/?view=2388. Di questo stesso autore, si veda: Tibet. Il fuoco sotto la neve, Sperling, Milano 2006, scritto insieme a Palden Gyatso). I punti più controversi riguardano la natura dello stato teocratico tibetano, prima dell’invasione cinese, che aveva creato una condizione di gravissimo sfruttamento della popolazione contadina più povera, e il ruolo che ampi settori della popolazione ebbero durante l’invasione e nel successivo periodo della rivoluzione culturale, schierandosi a favore dei cinesi.
Punto 4: Immagina il futuro, o non ci arriverai mai. Nonostante alcuni indubbi miglioramenti nel livello di vita dei tibetani, la politica cinese non è riuscita a conquistarne il consenso. A più riprese, ciclicamente, sono esplose forti contestazioni. Il tentativo di sradicare il sentimento religioso profondamente presente nella popolazione, insieme alla demonizzazione del Dalai Lama hanno sortito effetti contrari. A tutt’oggi, la proposta più significativa per il futuro delle relazioni tra Cina e Tibet è quella, già citata, avanzata da Transcend (Johan Galtung, Il conflitto tra Cina e Tibet: una prospettiva di soluzione, «Azione Nonviolenta», novembre 2004) che prevede una federazione che comprenda anche le altre regioni oggetto di conflitto (Taiwan, Xinjang, Mongolia interna, Hong Kong), ad ognuna delle quali sia garantita un’ampia autonomia. Per facilitare la possibilità di giungere a questa soluzione, è necessario agire con determinazione e cautela, evitando di creare ostilità preconcette e arroccamenti da parte cinese.
Punto 5: Mentre combatti contro l’occupazione, pulisci anche casa tua! Così come Gandhi lottò contro il sistema castale indiano e contro la discriminazione delle donne, anche i tibetani debbono riconoscere che “il lamaismo fu brutale e che la Cina ha anche aspetti positivi” (Galtung). Per quanto riguarda la politica internazionale, non ci si può certo aspettare che siano gli USA a richiedere il rispetto dei diritti umani e il dialogo in Cina, visto quanto stanno facendo in varie parti del mondo e soprattutto in Iraq. È semplicemente scandaloso che si punti il dito contro la Cina, quando gli USA hanno invaso l’Iraq con motivazioni pretestuose e false e hanno provocato la morte di un milione di iracheni. La “pulizia in Occidente” è condizione necessaria per poter esigere che anche la Cina faccia altrettanto.
La lotta nonviolenta richiede pazienza, determinazione e molta coerenza per trasformare il conflitto, ovvero trasformare attori, strutture, culture. Non ci sono facili scorciatoie e così come la lotta in India è durata oltre mezzo secolo e in Sudafrica oltre un secolo, non ci si può aspettare che nel caso del Tibet si riesca a proceder molto più speditamente. La trasformazione investe non solo il Tibet, ma un paese di oltre un miliardo di persone, appena uscito da una storia difficile e complessa. Sta anche a noi favorire questa transizione esplicitando sempre più cosa intendiamo per cultura della nonviolenza e inventando man mano “strutture internazionali nonviolente”. Un cammino ancora lungo e impervio, ma possibile e indispensabile.

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