Gandhi dopo Gandhi: il destino del dissenso al nostro tempo

Da The Little Magazine, Vol.1, numero 1, Maggio 2000
Titolo originale: Gandhi after Gandhi after Gandhi?
http://www.littlemag.com/2000/nandy.htm

Gandhi dopo Gandhi: il destino del dissenso al nostro tempo
di Ashis Nandy

Traduzione di Laura Coppo per il Centro Studi Sereno Regis

Ci sono quattro Gandhi sopravvissuti alla morte di Mohandas Charamchand Gandhi (1861-1948). Cinquant?anni dopo il suo assassinio potrebbe essere utile stabilire la loro identità, come avrebbe potuto fare la polizia britannica all?apice del colonialismo. Tutti e quattro sono dei piantagrane, ma creano problemi a persone diverse, per ragioni diverse e in modi diversi. Sono anche utilizzabili nella vita pubblica contemporanea in modi distinti. Lo dico non con dispiacere, ma con ammirazione. Perché l?abilità di disturbare le persone, o, proprio per questo motivo, di essere utilizzabili ? cento e trent?anni dopo la propria nascita e cinquant?anni dopo la propria morte non è una cosa da poco. Francamente a me non importa chi fu o chi è il vero Gandhi; lasciamo che siano gli accademici a dibattere questa questione di enorme portata. La politica contemporanea non riguarda le ?verità? della storia: riguarda il modo in cui il passato viene ricordato, e il problema di creare un futuro basato su memorie collettive. Nel bene o nel male, Gandhi sembra essere penetrato in questa memoria.
Due specificazioni per iniziare. Innanzitutto, io non sono un gandhiano. La mia opinione non dovrebbe contare, ma il gandhismo, come lo capisco io, è più grande di quanto lo fosse Gandhi. Gandhi stesso più o meno lo ammise quando diede intero credito delle proprie idee all?antica saggezza, e di sicuro non viene sminuito da questa ammissione. Anzi, ne esce più umano, e per questo aspetto, più auto-riflessivo. Gandhi non poté vivere secondo i propri principi in parte perché era un politico pragmatico, e il ruolo dei politici è di diluire il purismo morale. Per usare il commento a suo favore e da me preferito, preso in prestito dal necrologio di Gandhi scritto da Arnold Toynbee, Gandhi era un profeta che voleva vivere nelle baraccopoli della politica. Non poté permettersi di essere un perfetto gandhiano. Chiamarlo un gandhiano imperfetto è un tributo alla sua memoria.
Secondo, per il bene di coloro che vogliono sapere tutto, dovrei chiarire che i Gandhi di cui parlo sono ideali weberiani. Sono strumenti di analisi e a tratti caricature ? questo Max Weber non se lo sarebbe aspettato. Questo vuol dire che sono irreali ma non falsi. Per questo aspetto sono stato influenzato dal teorico letterario D. R. Nagaraj che amava affermare, seguendo William Blake, che l?esagerazione stilizzata può essere un sentiero verso la saggezza.
Veniamo ora ai Gandhi sopravvissuti. Sono tutti ben noti, io porto solamente alla consapevolezza una conoscenza tacita. Comunque, è mia responsabilità di psicologo riconoscere che la conoscenza che esiste ed è tacita è spesso quella che disturba di più ed è la più dolorosa da confessare.
Il primo Gandhi è il Gandhi dello Stato e del nazionalismo indiano. Trovo questo Gandhi difficile da digerire e così credo l?avrebbe trovato Gandhi stesso. Ma molte persone trovano tollerabile solo questo Gandhi e ci convivono felicemente.
La biografia e la carriera politica di questo Gandhi ufficiale è iniziata presto. Dopo l?indipendenza la presenza politica del Padre della Nazione, la sua memoria e i suoi scritti risultavano molto problematici ai funzionari del giovane stato indiano e agli intellettuali che avevano già iniziato a specializzarsi nel ronzare come tante mosche sulla struttura clientelare dello stato. Non solo il forte elemento anarchico nella sua ideologia, ma anche il suo particolare rifiuto di una chiara divisione fra il privato e il pubblico, il religioso e il secolare e il passato e il presente, costituivano un bel grattacapo. Questi intellettuali erano disturbati da lui come lo era il suo assassino. Naturam Godse, che si definiva un razionalista e un modernista, nella sua ultima dichiarazione alla Corte che lo aveva condannato a morte dichiarò esplicitamente di aver commesso un parricidio per salvare il nascente Stato indiano da un antimoderno neofita politico e un pazzo. Dopo l?indipendenza, gli stessi colleghi di Gandhi avrebbero voluto seppellirlo sei piedi sotto terra, mantenendolo intatto come icona dello stato-nazione indiano. Non perché Gandhi non piacesse loro, ma perché appariva così anacronistico nell?atmosfera successiva alla Seconda Guerra Mondiale degli stati centralizzati, dell?ingegneria sociale e del ?realismo? della politica internazionale.
Da allora gli statisti indiani di destra e di sinistra non hanno mai preso coscienza del loro enorme debito nei confronti del signor Godse per aver imposto al Padre della Nazione un prematuro martirio, che gli ha immediatamente garantito la santità e lo ha effettivamente finito come presenza politica attiva. Gli eredi di questa classe politica rimproverano ancora a Gandhi di aver occasionalmente rifiutato di fare quello che si aspettavano da lui e di essersi opposto alla santità che gli veniva imposta, presumibilmente come stratagemma per neutralizzarlo. Su questa questione si sarebbe di certo differenziato in modo fondamentale dal suo dotato nipote, il filosofo Ramachandra Gandhi.
Questo è il Gandhi, come una volta è stato detto a noi residenti della città imperiale di Delhi, che sta per essere messo al sicuro sul piedistallo lasciato libero da Re Giorgio V all?India Gate. Sarà probabilmente la sua finale incoronazione come santo patrono della scricchiolante Prima Repubblica indiana. Sarà anche l?uso più comico mai fatto di Gandhi dopo che il tragico-romantico eroe borghese Subhas Chandra Bose chiamò con il nome di Gandhi una delle brigate dell?Esercito Nazionale Indiano durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale. Con il declino dello stato indiano e con le varie versioni occidentalizzate del nazionalismo indiano che sbucano come funghi in forma di auto-affermazione culturale, questo Gandhi non è al presente al meglio della salute. Quello che il Signor Godse non è riuscito a fargli, la brigata hindutva e i due esperti di cinema di Bombay divenuti portabandiera avidi di potere del nazionalismo hindu, Thackeray e Lal Krishna Advani, sono già riusciti a fare con l?episodio della moschea di Babri .

Il secondo Gandhi è il Gandhi dei gandhiani. Al momento sta soffrendo di un caso di anemia acuta. Il Gandhi dei gandhiani è occasionalmente amabile ed è una benigna presenza di nonno nel folklore indiano. Ma è spesso una noia mortale, a parte il fatto di essere un puritano vittoriano nato per sbaglio in India. Beve nimbupani ? al contrario del Gandhi dello stato indiano e del nazionalismo che beve Campa Cola, tecnicamente prodotta da una compagnia indiana, ma non Coca Cola, prodotta da una multinazionale ? e indossa khadi tessuto a mano. C?è una cosa che questo secondo Gandhi non fa: non tocca la politica. Infatti non può permetterselo, altrimenti i sussidi e le donazioni del governo indiano ai vari ashram che portano il suo nome, alla produzione di khadi e ai seminari di rito sul gandhismo si prosciugherebbero. In questa incarnazione organizza occasionalmente convegni per condannare la crescente criminalizzazione della politica, lo sviluppo iniquo o la corruzione nel paese. In questi seminari tutti versano abbondanti lacrime sulla situazione indiana senza mai fare alcun nome o menzionare alcun partito. Tutti sono felici dopo questi eventi: anche i politici corrotti che hanno connessioni con i criminali si uniscono voluttuosamente all?applauso.
Il Gandhi dei gandhiani viaggia per tutto il mondo predicando il gandhismo o tenendo lezioni sul pensiero gandhiano. In India parla al pubblico attraverso i gandhiani molto meno di frequente. A ragione, perché in India il suo pubblico è di solito pateticamente scarso. E anche quel poco pubblico spesso appare addormentato, disattento e stanco all?inizio del sermone. Vengono solamente perché si aspettano di essere visti e perché non starebbe bene se fossero assenti. L?età media di questi gandhiani si aggira adesso intorno ai cent?anni, e l?età media degli ascoltatori non è di molto inferiore. I gandhiani pensano che sia così perché gli indiani hanno tradito Gandhi. Altri, meno rispettosi verso questi gandhiani, pensano che in realtà i gandhiani abbiano tradito sia gli indiani, sia Gandhi stesso. Essi fanno notare che coloro che giurano giorno e notte in nome di Gandhi avrebbero potuto scegliere altre strade, come hanno fatto persone come Baba Amte, Anna Hazare e Sunderlal Bahuguna .

Il terzo Gandhi è il Gandhi degli scapestrati, degli eccentrici e degli imprevedibili. Questo Gandhi è più ostile alla Coca Cola che al whisky e considera la versione locale della Coca Cola più pericolosa di quella importata. Questo perché la sua obiezione ai cibi altamente meccanizzati è strutturale, e perciò considera più pericoloso se sul suolo nazionale vengono create strutture durevoli e radicate per produrre beni di consumo di massa superflui all?interno dell?economia indiana. E lo dice in così tanti modi. Non incline al falso nazionalismo, preferirebbe importare Coca Cola o Pepsi per gli indiani che non possono farne a meno, piuttosto che sottoscrivere la Campa Cola.
Questo Gandhi – autore di Hind Swaraj- è anche un po? un piantagrane e un guastafeste. Gli piace essere un indipendente e una stranezza nella nostra vita pubblica. E? questo Gandhi che Vandana Shiva aveva in mente, consapevole o meno, quando ha denunciato in una Corte americana la brevettazione di alcuni derivati del neem . E? questo Gandhi che ha guidato la ben nota lotta di Metha Patkar contro le dighe sul Narmada, Claude Alvares contro Operation Flood e Vandana Shiva contro la Rivoluzione Verde. Ed è questo Gandhi che viveva nello scrittore-ballerino-pensatore Shivaram Karanth che già ultra ottantenne combatté contro l?inganno, la stupidità e la necrofilia dell?establishment nucleare indiano.
Questo Gandhi ha anche altre affiliazioni sovversive. Preferisce la compagnia di noti critici della sua visione del mondo come V.M.Tarkude e anche di pakistani come Akhtar Hamid Khan e Asma Jehangir , alla compagnia di coloro che proclamano di portare il suo nome e hanno avuto in mano le redini della politica indiana per più di due decenni. L?età media di coloro che sono in compagnia di questo Gandhi è bassa, ma lo sarebbe ancora di più se non fosse per alcuni giovani di cuore come Tarkunde e Kuldip Nayar che la alzano in modo esagerato. E sia questo Gandhi che i suoi giovani amici sono dei veri piantagrane per lo Stato indiano, per quelli che vengono ufficialmente definiti gli interessi della sicurezza del paese e per l?establishment scientifico. Sono una minaccia per il senso comune che passa per sanità, ma che potrebbe essere chiamato, secondo un?espressione del mio guru Sigmund Freud, psicopatologia della vita pubblica quotidiana.
Ho una personale inclinazione per questo Gandhi e per i suoi terribili, irresponsabili, giovani amici. Molte delle cose che ho fatto nella mia vita, adesso questi giovani le stanno facendo ancora meglio. Per essere crudele con i miei numerosi nemici posso anche dire che, anche dopo la mia morte, quello che sto facendo e dicendo sarà detto e fatto in modo più assertivo, con più fiducia, più eleganza e con una ben più grande raffinatezza politica da loro. Questo mi elettrizza, perché anche dopo la mia morte dovrei essere capace di perseguitare i miei nemici che mi sono sopravvissuti.
Accidentalmente, questo Gandhi non deve indossare khadi o abiurare l?alcool. Il suo abito abituale è composto di blue jeans e khadi kurta e, per compiacere il giornalista Raminder Singh che ha scritto a questo proposito con gran piacere su India Today, porta anche una jhola . Molti sospettano che questo Gandhi abbia al momento legami ben poco profondi con il suo luogo di nascita, il Gujarat, e che potrebbe ripudiare quello stato come lo stato che lo ha ripudiato.
Ho paura che nei prossimi decenni questo Gandhi e le cattive compagnie che frequenta saranno una vera spina nel fianco per gli indiani sani, razionali ed educati. L?antropologo e attivista politico Fred Chiu di Taiwan spesso mi ricorda di un antico detto che ovunque va una civilizzazione, porta con sé le sue malattie veneree. Afferma che ai giorni nostri ovunque il capitalismo globale arriva, porta con sé l?attivismo politico, le ONG e, presumibilmente, i jholawas che alla prima occasione iniziano a infastidire gli eroici investitori delle multinazionali e i capitani d?industria. Questo, come i devoti del capitalismo globale e i giganti del business stanno dolorosamente arrivando a capire, è un costo nascosto non menzionabile del capitalismo. Francamente ho una segreta ammirazione per la determinazione di coloro che impersonano questo costo.

Il quarto Gandhi solitamente non viene letto. Si sente solo parlare di lui, spesso di seconda o terza mano. Mentre pochi come Martin Luther King esaminano e utilizzano il suo lavoro con attenzione e in modo critico, gli altri non sanno nemmeno che cosa ha scritto. Né a loro importa. Il loro atteggiamento nei confronti di Gandhi è lo stesso del fu A. K. Gopalan nei confronti di Karl Marx. E? stato scritto che una volta abbia dichiarato di non aver mai letto nulla di Marx perché non lo avrebbe capito, ma che nondimeno rimaneva un marxista.
Questo Gandhi è principalmente un Gandhi mitico. Contrariamente alla vita reale, egli si conforma pienamente alla sua dottrina ? almeno secondo i suoi ammiratori nei movimenti ambientalista, anti-nucleare e femminista. Perché le ?realtà? della sua vita vengono derivate dai principi del gandhismo che hanno diffuso nel mondo come una nuova leggenda o saga epica.
Alcuni anni fa, un giornalista americano, Richerd Greiner, stupito dall?immensa popolarità del film Gandhi di Richard Attenborough, ha cercato di ridimensionarne la figura mettendo in luce grandi discrepanze fra la vita e la filosofia di Gandhi. (Grenier naturalmente non aveva niente da dire su Milton o Beethoven perché erano stati accusati di abuso su minori, o su Platone perché lo giustificava nel contesto dell?omosessualità).
Ma tali tentativi di demistificazione non funzionano perché i Grenier del mondo si confrontano con il bisogno di credere nelle potenzialità umane e con un curioso obbligo di intercedere in situazioni di sofferenze prodotte dall?uomo che spesso sembra essere fondamentale della natura umana.
Quando i lavoratori polacchi si sollevarono contro il loro regime autoritario alla fine degli anni ?80, parlarono di Lech Walesa come del loro Gandhi, una descrizione che il leader sindacale, gran bevitore di vodka dal linguaggio rude, deve aver trovato difficile da digerire. Ma i lavoratori polacchi non erano interessati alle somiglianze o dissomiglianze storiche e verificabili tra i due: stavano facendo un?affermazione diversa. Stavano dicendo qualcosa di quello che essi stessi volevano, e di come Gandhi con la sua arma della militanza nonviolenta fosse diventato ai giorni nostri un simbolo della ribellione contro i vuoti tiranni e l?autoritarismo burocratico spalleggiati dal potere dello stato e della tecnologia moderna. Perché soprattutto questo Gandhi è un simbolo di coloro che lottano contro l?ingiustizia, cercando di mantenere la propria umanità anche quando devono affrontare un?inumanità inqualificabile. Questo è il motivo per cui quando Benigno Aquino fu assassinato nelle Filippine, i dimostranti nelle strade di Manila fecero esattamente quello che avevano fatto i lavoratori polacchi a Gdansk; gridarono ?Benigno, il nostro Gandhi?. E se sembra solo una coincidenza, gli studenti birmani che alcuni anni fa si sollevarono contro il loro regime militare invocarono Gandhi allo stesso modo. Solo che il loro leader questa volta era Aung San Suu kyi, che non aveva nemmeno letto Gandhi quando iniziò a essere stupidamente accusata di essere una gandhiana senza compromessi. In tempi diversi questo epiteto è stato usato per altre persone ? da Abdul Gaffar Khan a Nelson Mandela.
Il quarto Gandhi cammina per le pericolose strade del mondo minacciando lo status quo e gli individui pomposi e arroganti ovunque e in qualsiasi aspetto della vita. I tiranni lo sottovalutano perché non ha armi ad appoggiarlo, e i rivoluzionari di professione lo prendono in giro perché parla di nonviolenza. Ma di solito pagano cara questa sottovalutazione. Nel lungo termine, i primi possono solo consolarsi del fatto che a volte le rivoluzioni progettate contro di loro falliscono, paradossalmente dopo aver ottenuto successi spettacolari. Le rivoluzioni, come tutti sanno, divorano i loro figli sia fisicamente che moralmente. I rivoluzionari ? oggi solitamente un miscuglio di cinici accademici pantofolari di mezza età, che hanno passato il fiore degli anni e si godono i benefici dell?università – possono trarre consolazione dal fatto di poter tenere poderosi seminari sui limiti ?storici? del gandhismo che avrebbero dovuto assicurare la sua morte decenni fa. Ma non appena il seminario risonante successo accademico finisce, questo mitico Gandhi si è già spostato verso altri slum del mondo per portare a nuove formazioni contro i suoi protetti di una volta.

Vi ho dato quattro Gandhi e ho indicato le mie preferenze, così che anche voi possiate fare le vostre scelte. Ma non siete obbligati a scegliere nessuno dei quattro. Forse sarebbe la cosa più saggia da fare, perché Gandhi può essere pericoloso. E? molto meglio appendere il suo ritratto nel vostro ufficio o a casa, come fanno molti altri, per mostrare il vostro rispetto a questa nuova aggiunta al pantheon indiano, e portare i vostri figli a fare un pic-nic nel giorno di vacanza che è diventato l?anniversario del suo compleanno.

Ashis Nandy (nato nel 1937) ha iniziato la sua carriera come sociologo e psicologo della politica. I suoi interessi attuali si concentrano sulla psicologia politica della violenza, sulle culture della conoscenza, su utopie e visioni, sulla cultura popolare e sul dialogo fra civilizzazioni. E? membro e direttore del Centre for the Study of Developing Societies e Presidente del Committee for Cultural Choices and Global Futures, entrambi con sede a New Delhi.
Nandi è coautore di diversi rapporti sui diritti umani ed è attivo in movimenti per la pace, per le scienze e le tecnologie alternative e per la sopravvivenza culturale. E? membro del Consiglio Esecutivo del World Future Studies Federation, del Commonwealth Human Rights Iniziative (New Delhi), dell?International Network for Cultural Alternatives to Developement, e dell People?s Union for Civil Liberties. Fa parte del comitati esecutivo del Transnational Foundation for Peace and Fuure Research (Stoccolma), e dell?Institute of Postcolonial Studies (Melbourne).
Tra le sue opere ricordiamo:
Science, Hegemony and Violence: A Requiem for Modernity. Ed. Ashis Nandy. Tokyo: United Nations University, 1988. Delhi: Oxford UP, 1990.
The Intimate Enemy: Loss and Recovery of Self Under Colonialism. Delhi: Oxford UP, 1983.
Alternative Sciences: Creativity and Authenticity in Two Indian Scientists. New Delhi: Allied, 1980.

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