Verso un Corpo Civile di Pace in Italia? Prospettive e riflessioni

Verso un Corpo Civile di Pace in Italia? Prospettive e riflessioni
Un riepilogo personale di quanto emerso dal seminario di Bolzano

Nell?organizzazione del convegno sui Corpi Civili di Pace che si è svolto, prima, in due giornate, a Bolzano, e si è concluso, in una mattinata, a Bologna, mi era stato dato l?incarico di riportare gli elementi principali emersi dalle giornate di Bolzano per far conoscere a quelli che partecipavano all?incontro di Bologna, ma che non erano presenti a Bolzano (purtroppo non molti), ciò di cui si era discusso nelle prime due giornate, e le conclusioni raggiunte. Per fare questo, con l?aiuto principale di Salvatore Saltarelli, e la collaborazione anche di Guido Gabelli, Matteo Menin e Alessandro Rossi, avevo preparato, in Power Point, una sintesi visiva, necessariamente sintetica, di quanto emerso in queste due giornate .
Dato però che questo mio scritto viene pubblicato insieme agli atti di tutto il convegno, ed i lettori possono leggere direttamente tutte le relazioni originarie, i risultati dei gruppi di lavoro, e le conclusioni di commento alla fine dell?incontro, lo scopo originario della relazione è in gran parte superato.
Cercherò comunque di mantenere la sua struttura originale, sulla base del motto latino, ?repetuta iuvant?, cercando però di dare maggiore spazio a miei commenti, presentati a Bologna solo in forma parlata, e di sintetizzare al massimo invece, i riassunti dei lavori di Bolzano.
Nell?immagine di presentazione del programma gli organizzatori del convegno avevano messo una foto molto significativa. In questa si vede una casa che brucia con una persona che cerca di spengere il fuoco con un semplice secchio di acqua, azionato a mano. Questa foto ha fornito l?occasione ad uno dei vari relatori internazionali che hanno contribuito positivamente ad arricchire il convegno, Kai Jacobsen, del Dipartimento di Ricerche per la Pace della Romania, di sostenere che questo disegno è il simbolo dell?attuale situazione del mondo, con tante guerre e pochissimi soldi e strutture per prevenirli o risolverli pacificamente. E Howard Clark, della War Resisters International, commentando questa situazione ha sostenuto che il rapporto tra le spese affrontate nel mondo per la pace, e quelle invece per fare la guerra, è di 1 a 10.000, se non addirittura anche peggiori, sempre a vantaggio di queste ultime.
Ma tornando agli organizzatori del convegno c?è da dire che, oltre a quelli indicati nel programma, e cioè l? Università di Bologna, la Provincia di Bolzano, la Fondazione Alex Langer, e l? IPRI-Rete Corpi Civili di Pace, va tenuto presente che, per l?organizzazione di questo convegno, quest?ultima Associazione (APS) si à avvalsa della collaborazione del Tavolo dei Servizi Civili di Pace istituito presso il Ministero degli Esteri, di cui fanno parte sia questa che molte altre organizzazioni, in parte anche sue aderenti, e della partecipazione alle iniziative nazionali dei ?Territori Disarmanti?, promossa attivamente dalla ?Rete Disarmo?, cui hanno aderito molte province e comuni d?Italia, e che hanno portato, in varie città d?Italia (Roma, Firenze, Brescia, Milano), ad importanti momenti di approfondimento sulla necessità: 1) di togliere i propri fondi dalla Banche implicate nel commercio delle armi, 2) di ridurre le spese militari ed incrementare quelle sociali, 3) di riconvertire al civile le industrie belliche, 4) di aderire alla campagna dei sindaci di Hiroshima e Nagasaki per dichiarare illegali, ed eliminare, le armi nucleari. Per questo scopo questa campagna ha lanciato una raccolta di firme per un progetto di legge popolare per eliminare dal nostro paese le oltre 90 testate nucleari esistenti (Aviano, Ghedi). La campagna dei Territori disarmanti si richiama, infatti, al carattere difensivo della Costituzione italiana (art.11), e sta cercando di sviluppare una forte pressione dal basso (con gli Enti Locali per la Pace, le ONG, e la popolazione tutta) – che continuerà nei prossimi mesi con altre iniziative (Venezia, Trieste, Calabria, ecc.)- per rendere la politica del nostro governo più consonante con questa caratteristica fondamentale della nostra Costituzione.
Ma passando ora a parlare dell?incontro di Bolzano, tra i documenti fotocopiati e distribuiti a tutti i partecipanti, c?era anche un articolo scritto da Alex Langer nel 1995 (Langer, Guelcher, 1995,1996). Langer è stato sicuramente il parlamentare europeo che si è battuto maggiormente perché l?Europa si dotasse di un Corpo Europeo Civile di Pace che intervenisse, prima dei conflitti armati, per cercare di prevenirli tramite la diplomazia popolare ed il dialogo, durante questi per interromperli tramite l?interposizione nonviolenta, dopo la loro fine, per riaprire il dialogo tra le parti prima in conflitto e cercare forme di riconciliazione tra di loro. Questo articolo viene riprodotto nel libro degli atti ed è importante rileggerlo per capire più a fondo il ruolo avuto da questo parlamentare che veniva proprio dalla zona in cui la prima parte del convegno si è tenuta, e cioè Bolzano. Mi limiterò qui ad una brevissima citazione, tratta appunto dalla relazione distribuita, e che purtroppo, dopo oltre 10 anni da quando è stata scritta, è ancora attualissima. Scrive Alex : ?il ruolo potenziale dei civili nel prevenire o nel gestire i conflitti è tuttora grandemente sottostimato?.
Come accennato il convegno è stato arricchito da cinque relatori stranieri che hanno portato il contributo di conoscenza derivato dal fatto di aver partecipato, anche molti anni fa, e di partecipare ancora, ad interventi in situazioni di conflitto in moltissimi paesi del mondo. Ad esempio E. Guelcher, amico e strettissimo collaboratore di Alex Langer, olandese, ha partecipato ad interventi nelle Filippine nel 1964; in Irlanda del Nord (Derry/London-Derry), ed a MIR-Sada (Sarajevo). In quest?ultima azione è stata una delle pochissime persone che sono riuscite, con grossi rischi, ad arrivare fino a Sarajevo; H. Clark, inglese, per molti anni segretario internazionale della War Resister International (Internazionale dei Resistenti alla Guerra), ha partecipato all? Operazione Omega (Bangladesh), nel 1971, ed alle attività del Balkan Peace Team (Croazia, Serbia, Kossovo), dal 1994 al 2001; A. Truger, austriaco, collabora da anni a vari progetti di interventi civili in conflitti armati, attraverso l? Austrian Study Center for Peace and Conflict Resolution (ASPR) che svolge attività di formazione per personale attivo del governo austriaco, dell? OSCE, della Commissione Europea, dell? European Network for Civil Peace Services, delle Nonviolent Peace Forces; K.Brand-Jacobsen, danese (?), ma con sede operativa in Romania dove dirige il PATRIR (Peace Action, Training and Research Institute), è co-direttore (con Johan Galtung) dell? Università per la Pace di Transcend, ha lavorato per la prevenzione e la risoluzione nonviolenta di moltissimi conflitti del mondo, collabora all?iniziativa che tende a promuovere nei vari paesi del mondo dei Ministeri per la Pace, e svolge normalmente attività di formazione anche per le Nonviolent Peace Corps (in particolare, ma non solo, per le sue attività in Sri Lanka 2004-2007). Infine l?ultima straniera relatrice è stata S. Broughton, tedesca (?), che lavora presso l? European Peacebuilding Liaison Office (Bruxelles), una organizzazione che è nata nel 2001 (cui partecipano molte ONG europee) per stimolare la Comunità e l?Unione Europea a portare avanti attività di Peace-Building. Ma moltissime altre esperienze di lavoro su e nei conflitti sono state portate avanti dai circa 60 partecipanti al convegno (italiani ed austriaci) che hanno lavorato in Iraq, Palestina-Israele, Bosnia, Serbia, Kossovo, Africa, Sud America, Asia.
Ma venendo ora a vedere alcuni dei contenuti emersi dal convegno Truger, nella sua relazione, che introduceva il lavoro della commissione formazione, ha messo in evidenze quelli, che secondo lui, sono i principali obbiettivi dei Corpi Civili di Pace. Questi sono 1) la prevenzione delle crisi, 2) la nonviolenza, 3) l? empowerment, ovvero l?aiuto alle popolazioni ad essere attive e non passive, 4) l?ownership, ovvero l?essere attenti a che tutto quello che viene fatto sia della popolazione stessa della zona in cui avviene l?intervento; 5) la lotta alle cause dei conflitti (tra quelli possibili: i diritti umani violati; i rapporti squilibrati tra stato e società, l?economia drogata dalle armi, l? ecologia distrutta, la militarizzazione della sicurezza, della cultura, della formazione, e dell? informazione), 6) do-no-harm, ovvero come fare interventi privi di effetti negativi per la popolazione locale, e per eventuali ritorni di fuoco; 7) la de-escalazione dei conflitti, e cioè quella che viene di solito definita come attività di ?mitigazione dei conflitti?, 8) migliorare le condizioni di vita delle donne, 9) il cercare di stimolare la cooperazione tra gli attori internazionali, 10) una corretta informazione, 11) la formazione ed il training (per qualificare gli operatori). Clark invece, che è anche l?autore di un bel libro sulle lotte nonviolente degli albanesi del Kossovo (Clark, 2000), nella relazione introduttiva ai lavori della Commissione sulle ?Prospettive di azione nelle diverse fasi del conflitto?, oltre a parlare specificatamente del lavoro del Balkan Peace Team, da lui seguito fin dall?inizio delle attività, ha anche risottolineato quelle che sono le tre categorie di azione nei conflitti, che, pur notissime, credo sia opportuno ricordare. Queste sono: 1) Peace-keeping, ovvero l? inibizione della violenza; 2) il Peace-making, ovvero l? aiuto alle parti in conflitto per raggiungere un accordo; 3) il Peace-building, ovvero la costruzione a lungo termine della basi per una pace sostenibile. Sottolineando poi le linee di lavoro portate aventi dal Balkan Peace Team in Croazia, Serbia e Kossovo dal 1994 al 2001, egli cita questi aspetti, utili a comprendere come ha lavorato una delle più importanti esperienze di lavoro di base che anticipa quello dei Corpi Civili di Pace : 1. identificare le possibilità di dialogo, 2. fare da canale di informazione indipendente, 3. promuovere i diritti umani, 4. apportare il contributo dei membri dell?equipe per lo sviluppo della società civile e la risoluzione dei conflitti, 5. fare da osservatori internazionali in potenziali punti caldi, 6. fare da scorta o mantenere comunque una presenza fisica in situazioni di minaccia.
E sulla base delle loro esperienze, come abbiamo visto molto variegate ed importanti, i relatori hanno dato ai partecipanti al convegno, sul problema di fondo dell?organizzazione dei Corpi Civili di Pace, alcuni insegnamenti, secondo me molto importanti. Questi comunque potranno essere letti, nella loro completezza. Nelle rispettive relazioni qui pubblicate. In questa relazione mi limiterò a sottolineare alcuni aspetti più generali che a me sono sembrati più importanti.
Guelcher, nella sua relazione introduttiva a tutto il convegno in quanto uno dei principali collaboratori di Langer, ed uno dei più importanti promotori dei Corpi Europei Civili di Pace all?interno del Parlamento Europeo e della rispettiva Commissione, confermando quanto scritto da Langer nel testo prima riportato, ha sottolineato le difficoltà dei politici europei nel portare avanti la concreta attuazione dei Corpi Europei Civili di Pace soprattutto perché, a livello politico, l?attenzione maggiore è data da loro all?addestramento di ufficiali di polizia, giudici e funzionari pubblici che possono gestire servizi pubblici. Molto minore importanza, invece, dai politici europei, è data agli attori della società civile (sindacati, organizzazioni di donne, comunità religiose) per i quali, comunque, la UE sta lanciando il cosiddetto ?stability-instrument? e la ?Peacebuilding Partnership?, ma con finanziamenti piuttosto scarsi per questo settore. Parlando ad esempio del Kossovo, Guelcher sottolinea come dei circa 1800 operatori civili che l?U.E si sta preparando a mandare in quella zona, 1200 fanno parte appunto delle tre categorie sopra citate, e cioè poliziotti, giudici e funzionari pubblici, mentre gli operatori della società civile, scelti dai rispettivi paesi europei, saranno soltanto 600. Ed ha sottolineato il problema, comunque, di cercare di coprire questa quota nel modo migliore anche con le nostre organizzazioni, rivolgendosi al nostro governo che dovrà mandare la quota a lui spettante.
Clark invece, sulla base della propria esperienza di lavoro, sottolinea l?importanza della continuità delle attività portate avanti, ma anche della loro flessibilità, a seconda delle fasi e delle aree in cui avviene l?intervento. Insiste inoltre sul fatto che i ?peace team? formati da stranieri hanno il compito di appoggiare la società civile locale, e non di sostituirsi ad essi come talvolta hanno fatto, che è inoltre essenziale, per fare interventi di questo tipo, l? essere invitati dalle popolazioni del luogo, e come sia fondamentale dar vita una infrastruttura per il peacebuiding (spazi sociali, logistica, istituzioni necessarie a sostenere il processo di pace) dato che queste sono estremamente carenti ma fondamentali, come sottolineeranno anche gli altri relatori. Altra indicazione di Clark è quella di raccogliere, e far conoscere, le esperienze positive di convivenza interetnica, dato che di solito i mass media parlano solo degli aspetti negativi. Come esempio di questo cita il lavoro di un prete cattolico del Kossovo, Don Lush, che, tra l?altro, è stato uno dei più stretti collaboratori anche della Campagna Kossovo, di cui hanno fatto parte varie persone ora attive nell?IPRI-Rete CCP. Su un ultimo aspetto dell?attività portata avanti da questi corpi, e cioè quella della cosiddetta indicazione di lavoro, e cioè della ?non partigianeria: e cioè l?essere neutrali rispetto alle parti ma non neutrali rispetto alla giustizia? ha espresso dei dubbi, ma non li ha spiegati. Personalmente sono convinto che la formula sia valida, e molto più valida di quella che qualche volta viene utilizzata di ?equi-vicinanza? tra le due parti in conflitto. Infatti molti, e direi anche la maggior parte, dei conflitti attuali sono conflitti squilibrati, tra una parte molto potente ed una spesso disorganizzata e vittima dell?altra. In tal caso l?equi-vicinanza è una presa di giro perché, nei fatti, rischia di rendere i Corpi Civili complici della parte più forte, che ha tutti gli strumenti per trasformare questa equi-vicinanza in appoggio alla sua posizione. Mentre la non partigianeria, ma l?attenzione alla giustizia, indica invece la necessità di operare per il riequilibramento del conflitto, non per far vincere la parte attualmente più debole (sarebbe un lavoro partigiano) ma per aiutare a raggiungere quell?equilibrio necessario ad una valida risoluzione del conflitto (A. Curle, 1971). E questo può essere fatto sia lavorando alla coscientizzazione delle vittime, sia aiutandole ad organizzarsi ed a operare con la nonviolenza, sia aiutando le terze parti a comprendere le ragioni di fondo del conflitto perché operino anche esse per il riequilibramento dello stesso.
Truger ha invece introdotto i lavori della commissione che ha approfondito il tema della ?Formazione e profilo professionale?. Secondo lui il profilo dell?operatore di pace va visto secondo tre aspetti: 1) Atteggiamenti (ad esempio, la loro disponibilità a lavorare in condizioni disagiate); 2) Capacità ( ad esempio quella di agire nonviolentemente, oppure la capacità di improvvisazione, o di riflessione); 3) Conoscenze (esempio, l?analisi e l? elaborazione dei conflitti). Ma sottolinea la necessità di guardare anche ai requisiti che dovrebbero avere quelli che si candidano ad operare con i Corpi di Pace, costruendo parametri per la loro selezione che tengano conto della formazione già avuta, delle loro esperienze passate, e delle loro capacità a sopportare situazioni di stress e di cambiamenti improvvisi). Infine, parlando dei contenuti della formazione sostiene che questi si devono differenziare in tre settori, o fasi diverse: 1) formazione di base, 2) formazione orientata alle missioni, 3) formazione alla specifica situazione della missione.
Jacobsen, nella sua relazione introduttiva ai lavori della Commissione su ?Le lezioni apprese nei diversi scenari di intervento? parlando di quelle che possono essere tratte dalle esperienze nei Balcani, Medio Oriente, Iraq, Libano, Africa, indica, come insegnamenti negativi: 1) le carenze di fondi per gli interventi; 2) una certa mancanza di coordinamento tra questi; 3) una certa lentezza ad attivarli; 4) una mancanza di inquadramento strategico e di approcci integrati; 5) una sovrastima dell?intervento esterno. Invece, come insegnamenti positivi, sottolinea: la straordinaria crescita, in questi ultimi anni, in quantità, qualità e scala del lavoro di peacebuilding, di prevenzione della violenza, di early warning, di crescita di cooperazione, del coordinamento e comunicazione a tutto campo, così come del livello dei training e del capacity-building. E come elementi indispensabili per rendere reale il motto ?Se vuoi la Pace, prepara la Pace? indica la necessità di: a) Infrastrutture governative e coerenza delle politiche governative; b) Mobilitazione del volere popolare e politico; c) Istituzione ed addestramento professionale di Servizi Civili di Pace; d) Dare slancio e rafforzare forze di peacekeeping civile e nonviolento; e) Rafforzare infrastrutture e istituzioni a livello nazionale; f) Sostenere una prospettiva e delle istituzioni globali, multilaterali ed intergovernative; g) Migliorare e rafforzare la raccolta e la condivisione delle lezioni apprese; h) migliorare la cassetta degli attrezzi del Peacebuilding .
La Brougthon avrebbe dovuto, secondo il programma, introdurre i lavori della Commissione su ?Relazioni con altri attori, in particolare sulla cooperazione tra civili e militari?. In realtà ha fatto invece un intervento di tipo introduttivo sulle finalità e le attività dell?organizzazione con la quale lavora, la EPLO (European Peace Liason Office) con sede a Bruxelles . Questo ufficio è una rete di 23 Organizzazioni nongovernative europee, o loro reti (in Italia il C.S.D.C, i Berretti Bianchi, l? Operazione Colomba), ed opera cercando di promuovere politiche di peace-building (con incontri di studio, conferenze comuni, creazione di agende, proposte di emendamenti,ecc), sia presso la Commissione europea che verso il Consiglio. Secondo la relatrice questo lavoro si sta dimostrando utile e sta facendo progredire, sia pur lentamente, il processo di costruzione di attività di peace-building compresi i Corpi Europei Civili di Pace, ma per stimolare questo processo e renderlo più rapido, è necessario, secondo lei, che le ONG dei singoli paesi premano anche sui loro governi dato il peso che questi hanno tuttora nelle decisioni comuni.
Ma il grosso del lavoro di Bolzano si è svolto in quattro commissioni di lavori che hanno lavorato una giornata intera per scambiare le esperienze dei partecipanti al seminari,o e per trovare delle indicazioni che possano servire a rendere, appunto, più rapido il processo della costruzione, anche nel nostro paese, di Corpi Civili di Pace. Il documento espresso come sintesi dei lavori dei gruppi è, secondo me, molto valido, ed è pubblicato, nella sua interezza, nel volume in cui è inserito anche questo saggio, ed è stato anche pubblicizzato, via Internet o in altri modi, ai referenti politici ed a tutte le organizzazioni interessate a questi argomenti. Non mi sembra il caso di ripeterne qui i contenuti dato che il documento è di per sé già molto sintetico e fare una sintesi della sintesi è un compito assurdo che poteva andare bene per l?incontro di Bologna, per le persone che non erano state presenti a Bolzano, per far conoscere loro, almeno nelle linee generali, quanto emerso dai lavori dei gruppi, ma sembra invece inutile in questo contesto dato che i lettori, quando arrivano a queste pagine, dovrebbero averlo già letto. Mi limiterò perciò ad alcune annotazioni e commenti generali. Purtroppo, essendo dovuto partire da Bolzano prima della conclusione della seduta finale nella quale i risultati di questi lavori sono stati discussi da politici (la Senatrice Lidia Menapace, e Luisa Gnocchi, Vice Presidente della Provincia di Bolzano, il cui bell?intervento comunque abbiamo potuto sentire anche stamani a Bologna) e da studiosi e tecnici (Nanni Salio, dell?IPRI-Rete Corpi Civili di Pace, ed Alessandro Rossi, dell?ufficio di Bruxelles di Nonviolent Peace Forces) non potrò parlare di questa parte se non per alcuni accenni alla relazione di Salio, per la parte che ho potuto sentire, e di quella di Rossi, perché questi, prima della mia partenza da Bolzano, mi ha messo per scritto, in Power Point, i contenuti del suo intervento.
Come detto mi limiterò perciò a solo alcune annotazioni generali, sia sulla premessa che sulle conclusioni del documento, sottolineando soltanto alcuni aspetti che a me sembrano più rilevanti, o quelli indicati da tutte o quasi tutte le commissioni, facendo un commento personale sulla commissione i cui risultati sono stati più discussi dall?assemblea, e cioè quella sui rapporti tra la componente civile e quella militare.
Nella premessa del documento si sottolinea che i CCP operano in tutti e tre i settori di intervento, e cioè sia nel peacekeeping, nel peacemaking, e nel peacebuilding utilizzando la metodologia della trasformazione nonviolenta del conflitto, con l?obbiettivo della smilitarizzazione del conflitto, e della valorizzazione della componente civile. Personalmente mi è sembrata importante la sottolineatura che i CCP possano intervenire non solo nel peacemaking e nel peacebuilding, cosa abbastanza scontata, ma anche nel peacekeeping, dato che alcuni studiosi ritengono che in questo settore l?intervento di civili sia troppo rischioso, e tendono a limitarne l?azione negli altri due settori. Avendo personalmente studiato (L?Abate, 1995) proprio questo tipo di intervento nonviolento, ed avendone verificata la positività in molte situazioni, ritengo invece, in accordo con quanto detto dal documento di Bolzano, che anche questo possa essere un campo importante di intervento nonviolento. Infine il documento di Bolzano, in disaccordo con quanti ritengono che i Corpi Civili di Pace siano degli strumenti utilizzabili solo in interventi di tipo internazionale, sottolinea invece come questi possano essere utili ed indispensabili anche all?interno del nostro paese (ad esempio nella lotta contro la mafia o contro la camorra).
Nella prima commissione, nelle raccomandazioni sul profilo, in quanto personalmente impegnato in un corso di laurea universitario di formazione di operatori di pace, trovo molto importante la sottolineatura della necessità di favorire il dialogo tra la formazione universitaria, la formazione professionale e quella delle ONG, dell?importanza che la formazione debba garantire approcci operativi per lo sviluppo della pace, e sia orientata alla gestione costruttiva dei conflitti, utilizzando al massimo, come abbiamo cercato di fare anche noi nel nostro corso, l?esperienza diretta delle persone in formazione (attraverso, ad esempio, l?approccio autobiografico (Porta, 2004), il lavoro di training, o tirocini ben studiati presso organizzazioni nongovernative o governative che operano in modo valido in diversi conflitti. Altro importante aspetto sottolineato da questo gruppo, ma che viene ripreso da quasi tutti gli altri gruppi di lavoro, è quello dell?importanza del lavoro delle donne, e di avere perciò un approccio alla formazione, ma anche, per gli altri gruppi, all?azione, che tenga conto dell?importanza del lavoro delle donne che spesso sono proprio tra le più attive nel settore della pace, e che possono portare perciò un grosso contributo al suo raggiungimento.
Nella relazione della seconda commissione, sulle ?Prospettive di azione nelle diverse fasi del conflitto? viene sottolineata l?importanza di leggi apposite che riguardino sia i professionisti che i volontari. Per questi ultimi l?Ipri-Rete CCP nell?ultima legislatura aveva presentato un progetto di legge (Valpiana ed altri, 2005) per concedere ai volontari impegnati in questi corpi un anno di concedo riconosciuto, come già è avvenuto, in alcuni casi, per personale degli Enti pubblici impegnati in attività di questo tipo. Tra le proposte presentate dal Prof. Papisca, che avremo occasione di ascoltare tra poco, al Tavolo Ministeriale per i Servizi Civili di Pace c?è anche il riconoscimento di questo diritto. Se teniamo presente quanto detto da vari relatori internazionali, della scarsità di interventi, di fondi, e di infrastrutture in questo settore, e della necessità di potenziarle, risulta evidente come sia indispensabile che queste attività non vengano fatte, a loro spese, da semplici cittadini o da ONG senza mezzi e strumenti, ma vengano riconosciute e finanziate anche dalle istituzioni. Ma oltre alle importanti funzioni nel peacebuilding che la commissione individua nell? empowerment o capacitazione società civile, nella creazione di reti, di flussi di informazione, di spazi di dialogo, di facilitazione alla riconciliazione, nel monitoraggio, nella mediazione, e nella diplomazia parallela, a conferma dell?importanza anche del settore del peacekeeping la commissione sottolinea alcune importanti funzioni da portar avanti al suo interno: accompagnamento, interposizione, monitoraggio, negoziazione umanitaria, informazione e facilitazione.
La terza commissione era invece impegnata a discutere sulle ?Relazioni con altri attori?, in particolare sulla cooperazione tra civili e militari. Questa commissione, cui hanno partecipato anche alcuni alpini di alto grado, ha raggiunto un importante accordo sul fatto che i Corpi Civili di Pace hanno un ruolo specifico, nella early warning (segnalazione precoce dei conflitti armati), nella descalata dei conflitti, nella ricostruzione e nella riconciliazione nel post-conflitto. E sottolinea anche l?opportunità di una maggiore collaborazione tra queste due componenti. Questo ricorda quanto emerso a Parigi nel convegno, al Parlamento francese, sugli interventi civili di pace (Alternatives Nonviolentes, 2002). In questo emerse l?opportunità, e la necessità, di una stretta collaborazione tra queste due componenti soprattutto nelle attività di difesa di un paese da una invasione nemica, ma, è stato sottolineato con forza in quella occasione, con una totale autonomia dei due tipi di interventi che partono da principi, ed usano metodi totalmente diversi. Ma un ulteriore aspetto espresso nel documento della commissione, di cui parleremo in seguito, e cioè l?importanza di avere momenti di formazione comune in un?ottica di co-pianificazione delle missioni, è stato invece oggetto di un vivace dibattito.
Anche la quarta commissione, dedicata a trattare sulle ?Lezioni apprese nei diversi scenari di intervento? ha raggiunto delle importanti conclusioni che possono essere lette nella relazione conclusiva. In particolare anche questa sottolinea quanto già detto sulla necessità di un riconoscimento istituzionale delle organizzazioni della società civile, e sulla necessità di tener presente la prospettiva di genere, ma un altro aspetto, a mio parere fondamentale, sottolineato è quello della necessità di distinguere le attività di peace-building da quelle dei progetti di cooperazione, che devono collaborare reciprocamente, ma non essere confuse tra di loro, come spesso si tende a fare.
Un aspetto fondamentale, sottolineato nelle conclusioni del documento Bolzano, che corrisponde alla mia esperienza personale di studioso che ha dedicato molta parte della sua vita anche all?azione concreta nei conflitti (L?Abate, 2008), è quella della necessità di inserire il lavoro dei CCP in un processo di ricerca-azione capace di orientare e ridefinire le politiche. E? solo attraverso una processo di ricerca-azione, infatti, che il lavoro concreto sul campo ed il lavoro di ricerca per valutarne i risultati ottenuti, e per programmare un valido proseguimento del lavoro, si arricchiscono reciprocamente .
Come accennato l?argomento che è stato maggiormente oggetto di discussione, con aspetti non del tutto condivisi, è stato quello del rapporto tra CCP e le forze armate. In particolare non è stato condiviso da tutti l?accento della commissione sulla ?Co-pianificazione delle missioni?. Avrei voluto intervenire nel dibattito ma non ho potuto dovendo partire per Bologna prima della sua chiusura. Ma alcuni di questi commenti sono stati fatti da Nanni Salio nel suo intervento conclusivo. Secondo me il gruppo ha messo in secondo piano, e non sottolineato adeguatamente, il fatto che questa collaborazione, anche se fatta alla pari, senza la dipendenza dei civili dai militari, è difficile se continua l?attuale situazione, e cioè: 1) l? impostazione preminente delle Forze armate che, dai documenti ufficiali sul nuovo modello di difesa, vede, in totale contrasto con l?art.11 della nostra Costituzione, la ?difesa della patria? diventata ?difesa degli interessi economici del nostro paese in tutte le parti del mondo?, il che più che ?difesa? significa ?attacco?; 2) che l?accettazione da parte della Nato della strategia del primo colpo nucleare è offensiva e non difensiva, ed anche questa cozza con il carattere difensivo della Costituzione italiana; 3) che la strategia nonviolenta (come accennato nel suo commento anche da Salio) vede come punto centrale il transarmo, e cioè l?eliminazione, come primo passo, delle armi di lungo raggio ? offensive – (testate nucleari, aerei per trasportarle, basi dalle quali farli partire – Aviano, Ghedi, Vicenza, ecc.), per avere una difesa solo difensiva (solo armi a breve raggio), per poi, in seguito, gradualmente, eliminare anche queste una volta che si sia sviluppata e potenziata una Difesa Popolare Nonviolenta, e sia stata organizzata, a livello internazionale (ONU), una Polizia Internazionale che faccia rispettare le sentenze del Tribunale Penale Internazionale (Roma).
Ma come ho accennato all?inizio l?IPRI-Rete CCP, nell?organizzazione di questo seminario-convegno si è avvalso della sua partecipazione attiva al Tavolo del Ministero degli Esteri, che è stato definito per ?i Servizi di Pace?. Infatti, tra le relazioni che hanno introdotto il Convegno c?è stata anche quella di Martina Pignatti Morano, che è stata, dalle organizzazioni partecipanti, nominata coordinatrice del Tavolo stesso, e che ha parlato delle attività di questo organismo. Questo tavolo è stato istituito nel febbraio 2007, in occasione degli Stati generali della Cooperazione, da parte della Viceministra agli Esteri Patrizia Sentinelli. Le organizzazioni e gli enti locali membri del TSCP (oltre una trentina tra ONG e Reti ? come l?IPRI stessa, la Rete Disarmo, o la Tavola per la Pace, che unisce anche Enti Locali) hanno lavorato su due binari.: 1) La definizione dei Servizi Civili di Pace, delle esperienze esistenti ad essi riconducibili, delle basi giuridiche per la loro istituzione. Su questo aspetto il relatore è stato il Prof. Papisca che ci illustrerà tra poco le sue proposte ; 2) L?identificazione e la presentazione al MAE di progetti pilota da finanziare. I progetti pilota, inquadrabili nell?area del peacebuilding, non sono stati finora accettati dai funzionari della cooperazione del MAE in quanto proponenti ?attività negoziali di competenza del personale diplomatico? ed attività di interposizione e riconciliazione non compatibili con la normativa vigente sulla cooperazione allo sviluppo. Per questo, data l?impossibilità per i referenti politici del Tavolo di sbloccare la situazione per le forti resistenze da parte dei burocrati, ma la necessità di mantenere aperto il rapporto con le istituzioni, si è accettata la proposta di fare un InfoEAS (cioè un progetto di Informazione ed Educazione Allo Sviluppo). Sono in stato di elaborazione e saranno presentati in breve tempo al Ministero due InfoEAS.
Il primo di questi si presenta come uno strumento utile al TSCP per coordinarsi in modo permanente e portare avanti attività di sensibilizzazione sul tema dei Corpi Civili di Pace, denominati anche Servizi Civili di Pace, su tutto il territorio nazionale. Esso comprende: I. Un coordinamento nazionale; II. Un percorso comune di formazione per operatori di questi organismi che metterà insieme l?esperienza accumulata da tutte le realtà del Tavolo; III. Percorsi divulgativi nelle scuole di ogni ordine e grado, ma soprattutto in quelle superiori e nelle Università, ed eventi pubblici di sensibilizzazione anche della popolazione in generale.
Il secondo InfoEAS prevede la realizzazione di: I. un?indagine sulle attività assimilabili a quelle di un corpo civile di pace (peacebuilding), realizzate da ONG nazionali e straniere; II. L?individuazione degli strumenti politici e normativi di riferimento (nazionali e stranieri); III. La formulazione di percorsi possibili per la realizzazione in Italia di un corpo/servizio di pace (peacebuilding); IV. La diffusione dei risultati di questo lavoro in ambito nazionale.
La relatrice sul Tavolo ministeriale messo in atto con la Vice ministro degli Esteri Sentinelli, ha ricordato anche che il documento presentato a Roma agli Stati Generali della Cooperazione prevedeva l?organizzazione di un Istituto Nazionale di Ricerche per la Pace, denominato ISSOPACE, come quelli che esistono in moltissimi paesi del mondo, e da noi del tutto mancante. La Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace (SISPA, membro dell?IPRI-Rete CCP) ha lavorato molto su questo tema, cercando di far prendere coscienza dell?importanza di dar vita, all?interno del Ministero della Solidarietà, ad un Dipartimento che si occupi di ricerca-intervento non solo sulla pace (vista nei rapporti tra nazioni diverse), ma su tutto il problema della lotta alla violenza anche all?interno del nostro paese (bullismo, razzismo, camorra, mafia,ecc.). La proposta è purtroppo arenata soprattutto a causa dell?incertezza del quadro politico attuale, che vede l?attuale governo sempre sull?orlo di una crisi, che impedisce di fare scelte coraggiose ed innovative, come richiederebbero queste decisioni.
Concluderò sottolineando alcune delle proposte fatte, nella sua relazione di ieri sera, da Alessandro Rossi, che dall?Osservatorio dei Nonviolent Peace Forces di Bruxelles, può seguire con attenzione gli andamenti della politica europea su questi temi. Anche queste, nella loro completezza, sono riportate nella relazione pubblicata negli atti, mi limiterò quindi a sottolineare quanto emerso sulle possibilità di una politica del nostro governo più attiva in questo settore. Secondo Rossi il Governo italiano potrebbe, a basse spese: 1) Nell?ambito del Civilian Crisis Management della Politica Estera e di Sicurezza Comune (intergovernativo) sostenere (come già fanno Austria, Finlandia e altri) una maggior interazione con la società civile; 2) Nei comitati che controllano l?attuazione dello Stability Instrument da parte della Commissione Europea, richiedere procedure che facilitino il finanziamento di azioni civili di pace da parte della società civile; 3) Creare un?agenzia per le azioni civili di pace che riconosca e sostenga ricerca e progetti di azioni civili di pace. E, sempre secondo Rossi, le amministrazioni locali potrebbero invece: 1) Creare uffici per le azioni civili di pace che sostengano e valorizzino localmente ricerca e progetti di azioni civili di pace; 2) Fare tesoro delle esperienze regionali di formazione per operatori di pace, connettendole con le esperienze internazionali e con le esigenze europee di personale per le missioni civili.
Ma concludendo definitivamente questa mia relazione, un po? ripetitiva di cose già dette, ma spero non del tutto inutile sulla base del principio prima citato del ?repetute iuvant?, vorrei richiamare uno dei principali slogan lanciati dai Forum per la Pace di Porto Alegre I e II, Bombay, Firenze, Parigi, Nairobi, ecc., e cioè ?Mettere la guerra fuori dalla storia?. Sembra uno slogan irrealistico, soprattutto in questo momento funestato da guerre in tutte le parti del mondo, e con altre, vedi Iran, in preparazione. Ma se si studia a fondo il problema della guerra e della pace si può vedere come questi non siano fenomeni improvvisi, e fatalistici, ma come la loro costruzione sia un processo piuttosto lungo che va affrontato, al momento giusto, prevedendo i conflitti armati, e lavorando a fondo per la loro prevenzione, ed anche lottando, con la nonviolenza, contro i grossi interessi del complesso scientifico-militare-industriale, di cui ha parlato Salio nelle sue conclusioni a Bolzano, che vede la guerra come occasione di conquista di nuovi mercati, di nuove risorse energetiche, di nuove basi militari importanti, e di nuove prebende per la ricostruzione dopo la guerra, e perciò, in complesso, come occasione di arricchimento e di crescita di potere, e di superamento delle crisi economiche che l?attuale modello di sviluppo sta provocando. Ma in questo lavoro va, secondo me, ricordato un importante proverbio degli anarchici siciliani: ?Se il sogno è solo tuo è solo un sogno. Un sogno condiviso da molti è già l?inizio di una nuova realtà?. Sulla base di questo è quindi importante che tutti noi, ed attraverso il nostro esempio e la nostra attività di informazione-.formazione anche altre persone da noi contattate, si riesca a sognare un mondo senza guerra, ma giusto, dandoci tutti da fare per realizzarlo!
Grazie per l?ascolto e buon lavoro a tutti
Bibliografia in ordine di citazione

– Langer A., Guelcher E., ?Per la creazione di Corpi Civili di Pace Europei?, in, Azione Nonviolenta, ottobre, 1995. Pubblicato anche in, AA.VV., Invece delle armi: Obiezione di Coscienza, Difesa Nonviolenta, Corpo Civile di Pace Europeo, FuoriThema Ediz., Bologna, 1996.
– Curle. A., Making Peace. Tavinstock Publications, London, 1971.
– Clark H., Civil Resistance in Kosovo, PlutoPress, London, 2000. Su questo stesso argomento si veda anche il bel libro di Cereghini M., Il funerale della violenza: la teoria del conflitto nonviolento ed il caso del Kossovo, ISIG, Gorizia, 2000.
– L?Abate A., ?Nonviolent Interventions in Armed Conflicts?, in, Choudhuri M., Singh R, eds, Mahatma Gandhi 125 Years, Serva Sega Sangh Prakastan,-Gandhian Institute of Studies, Rajghat Varanasi, U.P., 1995.
– Porta L., a cura di, Autobiografie a scuola: un metodo maieutico, Angeli, Milano, 2004.
– Valpiana ed altri, Disposizioni per il riconoscimento dei congedi per la partecipazione a missioni organizzate nell?ambito dei Corpi Civili di Pace, Progetto Legge n. 5812, presentato in Senato il 28 Aprile 2005.
– Alternatives Nonviolentes n. 124, 2002 : L?intervention civile: une Chance pour la paix. Acte du colloque, Assemblée Nationale, Paris, 26/27 octobre 2001.
– L?Abate, A., Per un futuro senza guerre. Dalle esperienze personali ad una teoria sociologica per la Pace, Liguori Editore, Napoli, 2008.

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