I nuovi movimenti: solidarietà e/o egoismo

Ci sembra utile riproporre un testo scritto da Giuliano Martignetti quindici anni fa, di riflessione sullo stato di salute dei movimenti. Sappiamo tutti quanto sia difficile il lavoro di base e ci sconcerta veder sovente la scarsa capacità di collaborare tra singole persone, pur volenterose, e tra le associazioni, i gruppi, i movimenti. Ne deriva una situazione di scarsissima efficienza ed efficacia, con una moltiplicazione di sigle e di gruppi e gruppetti spesso costituiti da uno sparuto numero di persone. Con questo contributo vorremmo riprendere la riflessione su una questione che ci sembra cruciale, oggi ancor più che in passato.
Nanni Salio

“I nuovi movimenti: solidarietà e/o egoismo” di Giuliano Martignetti

A Torino il 31 maggio scorso (nel 1992, NdR) si è tenuta la seconda edizione della «Festa del popolo della pace», un?iniziativa nata per favorire l?incontro e la riflessione congiunta del maggior numero possibile di realtà di movimento piemontesi. L?idea che stava dietro la «Festa» è che con la loro struttura policentrica e diffusa i movimenti costituiscono certamente un?importante innovazione, una trasformazione morfologica nella struttura dell?azione collettiva» (A. Melucci), ma hanno anche bisogno di coordinarsi tra loro se vogliono perseguire con qualche efficacia i loro obiettivi.
Quest?anno si è proposto come argomento di riflessione il tema dell?informazione, ritenendolo centrale per l?attività dei movimenti. Tuttavia la partecipazione alla Festa è stata mediocre (non più dell?anno scorso: 60-70 realtà di movimento partecipanti) e quella del dibattito pressoché nulla (anche perché, onestamente, la formula mista assemblea+fiera dei prodotti alternativi non pare funzionare e dev?essere rivista).
Poiché si sa per certo che i gruppi e le associazioni in Piemonte sono centinaia e poiché per i nuovi movimenti il tema dell?informazione è certo cruciale (non a torto essi sono stati definiti «massmediali» per l?enfasi con cui puntano alla vetrina dei grandi media), c?è da chiedersi perché, malgrado gli sforzi più o meno volenterosi dei promotori, iniziative come la «Festa del popolo della pace» stentino a decollare.
È un fatto che quasi tutti i gruppi e le associazioni perseguono finalità che richiederebbero l?impiego di forze molto superiori alle proprie, e ciò vale sia per quelli impegnati su temi di portata generale sia per quelli che perseguono obiettivi particolari e locali. Sembrerebbe ovvio allora che una delle principali ? io direi la principale ? preoccupazione di ciascuno di essi debba essere quella di stringere alleanze con altre realtà di movimento, specie quelle con obiettivi affini, per accrescere le forze e rendere efficace la propria azione.
Eppure ciò avviene raramente e occasionalmente, così come sporadico e occasionale è l?interesse e la partecipazione a iniziative ? come appunto la «Festa» – mirate espressamente a favorire la comunicazione e la concertazione all?interno dei movimenti.
Perché avviene questo?
Una risposta, forse, ce la dà un libro relativamente recente sui movimenti: Solidarietà, egoismo (Il Mulino, 1990) di Luigi Manconi.
La tesi di fondo di Manconi (già avanzata in precedenti articoli) è che i movimenti attuali sono movimenti «egoisti» nel senso che perseguono finalità locali e/o particolari e si differenziano dal movimento studentesco del ?68 e dai gruppi da esso derivati i quali invece mutuavano dal movimento operaio i valori di solidarismo, universalità, finalismo (nel senso di proiezione verso un futuro di salvezza universale): «il protagonismo dei nuovi movimenti ? scrive Manconi ? è autoreferenziale e autopromozionale, e non contempla la solidarietà di tipo tradizionale: questo perché i movimenti egoistici non credono nell?altruismo a sostegno delle cause altrui, ma solo nella partecipazione a interessi proprio».
L?egoismo dei nuovi movimenti sarebbe dunque alla base della loro riluttanza a stringere rapporti di collaborazione e solidarietà.
Se si guarda però alle finalità dichiarate dei nuovi movimenti la tesi di Manconi non regge.
Come si fa a dire che, per esempio, Amnesty International o Greenpeace o il Movimento Nonviolento sono mossi da obiettivi particolari, privi di altruismo e con un contenuto di solidarietà che non va oltre i limiti del gruppo? Ci sono è vero gruppi e associazioni che si caratterizzano per obiettivi particolari ? la lotta a una discarica o all?inquinamento di una valle, la difesa di una singola categoria sociale svantaggiata ? ma quasi sempre tali obiettivi vengono iscritti in un quadro di valori più generale, specie da quegli aderenti che non sono mossi da interesse diretto (i cosiddetti «conscience costituens» o sostenitori disinteressati).
E allora?
Forse una via migliore per capire i movimenti la offrono le teorie che vedono nel bisogno di appartenenza e di identità la molla che spinge ad aderire a un gruppo o associazione: si abbracciano le finalità generali di essi ma inconsciamente si fa ciò per soddisfare il bisogno personale di autoidentificazione e di appartenenza (bisogno che anche una bocciofila e una tifoseria calcistica sanno accontentare?).
In tal modo «i movimenti ? dice in un acuto saggio Alessandro Pizzorno ? possono essere considerati uno dei modi di offrire certezze di valore, quando in una data popolazione si manifestano forme disturbanti di incertezza» (dove per certezza di valore Pizzorno intende certezza «riguardo alla continuità dei propri criteri di azione, riguardo quindi alla propria identità») (cfr. «Problemi del Socialismo», IX-XII 1987).
Questo spiegherebbe il particolarismo delle varie realtà di movimento, la tendenza a far da sé, il malcelato spirito di rivalità che non di rado anziché spingerle a collaborare, le pone le une in competizione con le altre: perché al fondo non sono tanto le finalità conclamate che contano (e che sono largamente comuni a tutti i movimenti) quanto il gruppo in sé con la sua capacità di «offrire» un cognome riconosciuto agli individui che vi prendono parte» (Pizzorno).
Stando così le cose c?è poco da stare allegri per chi sia acutamente consapevole della necessità di cambiare il mondo, cerchi chi possa farlo e confidi (come me) che i movimenti, tramontate le speranze nei soggetti collettivi del passato (nazioni, classi, partiti) possano costituire l?avanguardia della società civile che vuole cambiare. Ma forse le cose non stanno così male.
Forse nell?ambito dei gruppi e nell?animo dei loro militanti convivono entrambe le aspirazioni: quella «picola» all?identità e all?appartenenza e quelle grandi scritte sulle bandiere dei nuovi movimenti: la difesa della pace e dell?ecosfera, la lotta per i diritti negati di quattro quinti dell?umanità.
In fondo se in Italia 4 milioni di persone scelgono la pratica del volontariato sociale (300mila in Piemonte?) e non le bocciofile e le tifoserie calcistiche vorrà pure dire qualcosa.
Ciò che occorre è che ciascuno faccia chiarezza sulle proprie motivazioni e stabilisca ciò che è più importante: il soddisfacimento del bisogno di appartenenza è importante e legittimo, così come preziosa e irrinunciabile è la struttura diffusa e molecolare dei movimenti; ma la società civile (mondiale) s?aspetta dai movimenti iniziative all?altezza dei grandi problemi dell?epoca, che nessuno da solo può perseguire.
Questo intervento vorrebbe in tutta modestia contribuire a tale chiarimento o quanto meno a sollecitare una discussione.
E chissà che la «Festa del popolo della pace» l?anno prossimo non riesca tutt?altra cosa.
Fonte: «Terzo Mondo Informazioni», 6, giugno 1992

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