Erich Maria Remarque, “Ama il prossimo tuo

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Ama il profugo tuo

Erich Maria Remarque, “Ama il prossimo tuo”, Oscar Mondadori, Milano 1969 (1941)

Un libro di umanità: di crudeltà, di resistenza, di dolore, di sentimenti, di gioia e amicizia, anche di amore, sotto la persecuzione del potere. Non so come i critici valutano Ama il prossimo tuo, romanzo di Erich Maria Remarque (Liebe deinen Nächsten, 1941). Per me è anzitutto un documento e un insegnamento di umanità.
Germania 1935: ebrei e comunisti non sono più cittadini, espulsi vagano senza patria né documenti, senza pane né tetto. Risorsa unica l?ingegno, l?aiuto reciproco, l?astuzia dell?esperienza e l?incontro con alcuni esseri dotati di umanità. Gli stati che toccano (Cecoslovacchia, Austria alla vigila dell?Anschluss, Svizzera, Francia; l?Italia è più pericolosa), ottusi come ogni sistema astratto, non sai se più feroci o più stupidi, li sbattono da una frontiera all?altra, tuttavia in modo abbastanza gentile, non come oggi vengono brutalmente respinti gli immigranti. Questo è il romanzo degli emigrati, immigrati, profughi, mai accettati, sempre ricercati, sempre impauriti da ogni uniforme. Senza un popolo di cui sentirsi parte, senza diritti, senza protezione, praticamente senza nome, la legge esiste soltanto per disconoscerli.
Seguire le loro storie di quegli anni è per il lettore di oggi immedesimarsi nei sans papier, nei clandestini, nei profughi, quel popolo di nessuno, che ha la strada come casa e il cielo come tetto. Cosa hanno fatto di male? Nulla, ed è proprio per questo che sono cacciati via, dice Remarque (p. 370). Apre e chiude l?animato romanzo la coppia di Maria e Josef: il loro separarsi per salvarsi, senza neppure potere abbracciarsi per non essere scoperti, commiato descritto in alcune poche pagine tra le più drammatiche sulla minacciosità del potere tirannico; e il loro ritrovarsi nel momento estremo di morte e di forza. E, di mezzo, tante altre vive figure: con le virtù e i vizi che il patire suscita.
È un romanzo della resistenza tedesca, che ci fu, più difficile di quella italiana e più forte, più sofferta e più colpita di quella francese. Ci fu, oltre che nei martiri, anche nella letteratura. Fu resistenza al nazismo, e anche alla guerra come tale, che è sempre nazismo: Bertolt Brecht, Ernst Bloch, Erich Böll. Di Erich Maria Remarque visitai con emozione, nel 1998 (centenario della nascita) la casa-museo a Osnabrück.
Inesperto come sono di letteratura (ignoro quella inglese e americana; quella poca che ho assimilato è solo francese, tedesca e russa), consiglio ad un eventuale lettore che come me cerca nei libri umanità, forza di resistenza, più che diletto estetico, di ascoltare questa storia che ti avvince nelle traversie degli esclusi, ed è nel contempo inframezzata di battute, di sentenze, di aforismi di quella saggezza e ironia che sprizza come scintille sorprendenti dai colpi del dolore sulla materia viva umana. È una risorsa di resistenza alla violenza. Un libro semplice, drammatico, umano, in cui trovi il saper vivere e il saper morire.
Enrico Peyretti

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