Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza

Jan Assmann, Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza, Il Mulino 2007, pp. 147

Dal libro stimolante di Assmann, riferisco anzitutto la tipologia della violenza che egli propone nel primo capitolo Critica della violenza religiosa.
Mentre Walter Benjamin (in Angelus novus) distingue violenza ?mitica? e violenza ?divina? («la prima crea la legge e fonda lo stato, la seconda sospende la legge e supera lo stato»), Assmann distingue ben cinque tipi di violenza.
1. Violenza bruta, oppure ?affettiva?, basata sui tre sentimenti di ira, avidità, paura. L?ira nasce principalmente da rivalità o invidia, oppure orgoglio ferito o onore offeso. L?avidità o cupidigia nasce dall?impulso ad imitare e a possedere l?altro. La paura autorizza la violenza come legittima difesa o attacco preventivo, motivo ampiamente sfruttato in politica: vedi gli Usa oggi, che hanno di fronte l?islam mobilitato dall?ira per l?onore offeso. Gli uni sfruttano la minaccia, gli altri l?offesa. La violenza dell?ira è vendetta. La violenza della cupidigia è il preteso diritto del più forte.
2. Violenza giuridica (?mitica? per Benjamin): è una antiviolenza, per eliminare la violenza bruta. Distingue fra torti e ragioni. Vuole creare una sfera di diritto, con la regola che la violenza non deve mai applicarsi per i propri interessi e finalità. Ma per criminalizzare la violenza sena diritto, il diritto deve allearsi alla violenza. La minaccia di sanzioni è virtuale, e attuale solo se applicata alla trasgressione. La violenza giuridica non è affettiva, non nasce dall?ira.
3. Violenza dello stato, verso l?esterno (a differenza della violenza giuridica). Si basa non sulla differenza tra torti e ragioni, ma su quella tra amico e nemico. Questa differenza non fonda il politico in generale (Carl Schmitt) ma solo la violenza dello stato verso nemici esterni o interni. Nello stato d?eccezione gli interessi dello stato prevalgono sugli interessi giuridici, la violenza dello stato invade ambiti normalmente protetti dalla violenza giuridica. La violenza dello stato diretta a mantenere il potere è violenza affettiva (a differenza di quella giuridica) perché fomenta l?amore per i propri e l?odio per il nemico.
4. Violenza sacrificale. È quasi scomparsa (ma quanti residui occulti!) nelle religioni universali moderne, che si vantano di essere non violente e si sdegnano se accusate di intolleranza. Nelle religioni antiche, ogni violenza religiosa è sacrificale. Anche gli animali uccisi per mangiarli devono prima essere sacrificati, offerti. I sacrifici umani, per gli aztechi, servivano a mantenere il corso del mondo ed evitare disgrazie. Il monoteismo biblico, ma poi anche la cultura del primo ellenismo, aboliscono i sacrifici umani (almeno nella forma cruenta).
5. Violenza religiosa. Si richiama alla volontà divina. La tesi di Assmann è che questa violenza compare con il monoteismo. Essa è vicina alla violenza sacrificale. Si può obiettare che era presente come violenza sacrificale voluta da un dio anche nel politeismo (p. es. Agamennone e Ifigenia), anche nella divinazione, e anche, sebbene non in forma sacrificale, in alcune stragi bibliche presentate come volontà divina. La violenza sacrificale è una forma di comunicazione col divino, non solo per adempiere, ma per conoscere la volontà divina, per influenzare positivamente o riconciliarsi col mondo divino. Assmann si chiede se è ancora violenza questa che è comunicativa, e non è rottura della comunicazione. In senso proprio, distinta dalla violenza sacrificale, la violenza religiosa è basata sulla distinzione amico-nemico in senso religioso. La violenza sacrificale distingue puro-impuro (solo il puro può essere offerto), la violenza religiosa distingue vero-falso, si rivolge contro i nemici di Dio. Assmann considera funesto e insensato il legame tra religione e violenza. Per romperlo non propone un passo indietro nel politeismo, ma un passo avanti verso una forma di religione che ricorre a partire dal Settecento e che oggi è urgente.
Per interrogarsi sulle origini della violenza religiosa, bisogna rifarsi all?Antico Testamento. Oggi si fa malvolentieri, perché ogni critica a quell?immaginario risveglia l?accusa di antisemitismo. Ma ciò è senza senso. L?ermeneutica ebraica non ha mai interpretato i testi biblici sulla violenza come violenza storica.
Indagando queste origini, Assmann usa la distinzione sua caratteristica tra storia (il modo in cui il monoteismo si è lentamente imposto in Palestina) e storia della memoria (il modo in cui la Bibbia ricostruisce, ricorda, racconta il cammino del monoteismo). Egli non sostiene affatto che il monoteismo abbia introdotto la violenza, l?odio e il peccato in un mondo pacifico, ma constata che violenza, odio e peccato assumono nei testi canonici un significato religioso, non riguardano più solo il potere, ma la verità. E chiede: perché l?affermazione del monoteismo è rappresentata e ricordata nel linguaggio della violenza? In sostanza risponde che la Bibbia non racconta la lenta ampia evoluzione storica dal politeismo al monoteismo, ma presenta questo passaggio come un salto rivoluzionario, una cesura radicale. Colloca il monoteismo maturo non alla fine di un lungo sviluppo, ma all?inizio, nella rivelazione dirompente del Sinai. È una ricostruzione storicamente ?falsa?, ma semanticamente corretta perché coglie il carattere rivoluzionario e antagonista, non puramente evolutivo, della religione di un solo Dio rispetto alle religioni dei molti dèi.
Più avanti, per disinnescare la miccia di questa dinamite semantica, Assmann distingue tra credenti e fondamentalisti, i quali si servono del linguaggio religioso violento per ambire al potere politico trascinando le masse, fomentando sentimenti di paura e di minaccia. È importante storicizzare questi temi, metterne in luce la genesi per limitarne gli effetti. È possibile vedere di nuovo la traducibilità che c?era tra le diverse religioni naturali antiche, distinguendo oggi tra strutture profonde e strutture superficiali, tra una religione universale profonda, valida per tutti, e le religioni concrete, pur necessarie all?orientamento e alle certezze. Così ha fatto la saggezza di Lessing e Mendelssohn, e, nel Novecento, di Albert Schweitzer, del Mahatma Gandhi, di Rabindranath Tagore. Così si potrà finalmente separare religione e violenza. Questa pertiene all?ambito della politica (ma veramente ? bisogna chiedere a Assmann ? la politica è «inconcepibile senza la violenza»?), mentre l?ambito religioso si fonda sulla nonviolenza, perché l?impulso iniziale del monoteismo è liberare l?uomo dall?onnipotenza del cosmo, dello stato, di ogni sistema totalizzante: uno solo il Signore di vita e nessun signore di violenza.
Enrico Peyretti, 20 dicembre 2007

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