È COME CERCARE DI DISPERDERE UN BANCO DI NEBBIA SPARANDO A ZERO SU DI ESSA CON UNA MITRAGLIATRICE

È COME CERCARE DI DISPERDERE UN BANCO DI NEBBIA
SPARANDO A ZERO SU DI ESSA CON UNA MITRAGLIATRICE

Tom Engelhardt intervista Jonathan Schell

Potete entrare nel suo piccolo ufficio al ?Nation Institute? (la sede della rivista ?The Nation?) solo se non vi importa di sperimentare una lieve sensazione di vertigine. Ci sono libri sparsi dappertutto, su ogni superficie libera, in mezzo alla stanza, ai margini, o pericolosamente ammonticchiati su una serie di scaffali. Se faceste un solo passo falso, potreste avere l?impressione, al minimo, di scomparire in uno tsunami di libri capitombolanti da tutte le parti. ?Quella lassù è la mia pila di testi di Hannah Arendt?, dice facendo un gesto verso uno scaffale che sto esaminando con lo sguardo. Sta seduto al suo tavolo, con le gambe alzate e un iMac (un computer portatile della Mackintosh) appollaiato sulle sue ginocchia. Anche qui è vestito di una giubba ? di velluto a coste nero, in questo caso -, di una camicia azzurra con una lunga fila di bottoni, di pantaloni grigi, e ai piedi le scarpe di cuoio di un uomo che non è ancora entrato nell?età confortevole della Nike. Un paio di occhiali sono fissati sul suo naso, e la sua faccia, quando solleva lo sguardo, dà il benvenuto al visitatore ed è animata da un fuoco interno.
Solo i titoli dei libri sparpagliati dappertutto accennano alle realtà delle sua vita, che non è stata certo caratterizzata da un ?tenore? mite e tranquillo: Living with the Bomb, Empire, The Next War, Savage Dreams, The Tragedy of American Diplomacy, The United States and the Legacy of the Vietnam War, e ? tutto in caratteri giapponesi e una sola parola in inglese ? Hiroshima. Si stenta a credere che quest?uomo dall?aspetto modesto abbia volato su un aeroplanino addetto al controllo preventivo dell?aria sul Vietnam, passando in rassegna la distruzione totale di due province per quello che sarebbe diventato poi il suo libro del 1968, The Military Half (Il versante militare della faccenda), e che il suo libro (diventato un bestseller) del l982 sull?enigma nucleare, The Fate of the Earth (Il destino della Terra), sia stato una delle scintille che hanno dato vita al più grande movimento antinucleare del nostro (o di qualsiasi altro) tempo. In un modo o nell?altro, in quei giorni, egli si incontrò e si mescolò con milioni di dimostranti e di attivisti; e per la maggior parte del tempo trascorso da allora, scrivendo articoli per il ?New Yorker?, e poi per ?Newsday?, e ora per ?The Nation?, egli ha continuato a incarnare una campagna, condotta in larga misura da una sola persona, contro l?annientamento nucleare e contro l?oblio della questione nucleare, come altresì per l?abolizione di queste armi dalla faccia segnata dal destino della nostra Terra.
Parecchi giorni dopo la pubblicazione del suo ultimo libro su questo argomento, The Seventh Decade: The New Shape of Nuclear Danger (Il settimo decennio: la nuova forma del pericolo nucleare), nel momento in cui l?amministrazione Bush, che aveva concentrato da tempo la sua attenzione sulle armi nucleari, finte o reali che fossero, era immersa fino al collo (o, per dir meglio, fino alle orecchie) in una crisi nucleare potenziale che aveva a che fare col Pakistan, noi siamo seduti nella sala delle conferenze del ?Nation Institute?, di cui egli è un associato (come lo sono anch?io). Con due registratori a buon mercato che scorrono in continuazione e Tam Turse, il fotografo ufficiale di quel sito, che prende una foto dopo l?altra, ci accingiamo ad esplorare i motivi della crisi (e dell?enigma) nucleare che ha occupato gran parte della sua vita e minacciato il pianeta negli ultimi 62 anni. Egli parla in tono sostenuto, ma nello stesso tempo misurato, fermandosi di tanto in tanto per ponderare attentamente le sue risposte.
L?intervistatore: Bene, facciamo un piccolo giro del nostro mondo considerato dal punto di vista delle armi nucleari.
Schell: Al modo in cui la penso io, nell?epoca della Guerra Fredda, l?età nucleare era in una specie di adolescenza. Era solo l?affare di due potenze, o, tutt?al più, di cinque o sei parti interessate. Ora essa è nel fiore degli anni. Abbiamo già nove potenze nucleari, con una quantità di aspiranti all?ingresso nel club che attendono dietro le quinte. L?arma nucleare è sul punto di adempiere il suo destino, che era noto fin dall?inizio dell?età nucleare stessa: e che era quello di essere a disposizione di tutti quelli che la volevano, che essi poi abbiano o non abbiano scelto di costruire effettivamente la ?cosa?.
In un certo senso, cominciamo appena ora a fronteggiare il rischio nucleare nella sua forma ineludibile e quintessenziale. In momenti cruciali dell?età nucleare il pubblico ha preso improvvisamente coscienza, con una specie di eccitazione frenetica, del pericolo che esso rappresentava. Ora, se non vado errato, ci troviamo di fronte a un altro momento di questo genere. Chiunque abbia marciato, in altri momenti, o parlato apertamente contro le armi nucleari, dovrebbe rispolverare le sue scarpe da escursionista e rimettersi prontamente in cammino.
L?intervistatore: In un?epoca ornai remota, naturalmente, avremmo detto che la situazione di stallo delle superpotenze, tipica della guerra fredda, con decine di migliaia di armi di questo genere a disposizione dell?una come dell?altra, era, per definizione, la sua forma quintessenziale.
Schell: Ma quell?affermazione non era corretta. La guerra fredda era, di fatto, una maschera bilaterale temporanea di una minaccia che era – essenzialmente – universale, nel doppio senso che essa, in primo luogo, avrebbe potuto distruggere chiunque, e che, in secondo luogo, a lunga scadenza, chiunque sarebbe stato in grado di procurarsela. C?è ancora un certo tratto di cammino da percorrere, ma si può ben dire che abbiamo già raggiunto il ciglio, la stretta linea di confine, oltre la quale si può immaginare che un semplice gruppo terroristico potrebbe mettere le mani sulla tecnologia necessaria per costruire la bomba, o addirittura su una bomba già confezionata a questo scopo.
Ciò fa parte dell?universalizzazione che era scritta, fin dall?inizio, nel codice genetico della bomba. Una volta che un gruppo terroristico sia entrato in possesso di un?arma di questo genere, la ?dissuasione? ? un altro relitto della guerra fredda ? non può più essere operata e messa in atto. Così questa supposta soluzione del problema, che è sembrata funzionare, in certo qual modo, per più di quattro decenni, è ora essenzialmente fuori mercato, e cioè praticamente indisponibile, e noi siamo alla ricerca di un?altra soluzione, che deve essere indirizzata a fronteggiare questa nuova e più matura forma di pericolo in cui le armi in questione possono spuntare improvvisamente da qualsiasi parte.
Questo è un rebus affatto diverso, ma di fronte al quale si sono già trovati, nel 1945, gli scienziati atomici del progetto Manhattan, che hanno prodotto la prima bomba. Essi afferravano, in qualche modo, ciò che stava arrivando, e cioè che si stava profilando più o meno distintamente nel futuro. È per questo motivo che essi misero subito insieme una proposta incentrata sulla necessità di mettere completamente al bando le armi nucleari: il cosiddetto piano Lilienthal-Acheson.
S?imponeva, a quel punto, se si può dir così, una scelta fra il tutto e il nulla. Essi, sostanzialmente, non facevano che proiettare gli sviluppi e anticipare le conseguenze della scoperta, basandosi sulle realtà oggettive della scienza e sulla fisica dell?arma che conoscevano così bene. Ora il mondo che essi temevano si sta trasformando in una realtà: la Corea del Nord è una potenza nucleare, e allo stesso modo lo è il Pakistan in procinto di disintegrarsi.
L?intervistatore: Come Lei mostra nel Suo nuovo libro, Il settimo decennio, la dottrina Bush ci ha cacciato in una situazione in cui possiamo, ciò che può sembrare strano, vedere tutto ciò con chiarezza molto maggiore.
Schell: Ciò è perfettamente esatto. La dottrina Bush ha avuto un pregio. Come una soluzione di tipo imperiale ? gli Stati Uniti stroncheranno la proliferazione con l?impiego della forza militare, in caso di bisogno, dovunque essa si manifesti ? quella dottrina è stata un tentativo di dare una soluzione universale al problema che era sul tappeto. Disgraziatamente, essa ha dato luogo a un ?backlash? orrendo. Essa è, ora, letteralmente in frantumi. Abbiamo scatenato una guerra in un paese che non aveva armi nucleari, lasciando, nel frattempo, che la Corea del Nord se le procurasse per conto suo.
Così, ancora una volta, come alla fine della Guerra Fredda, siamo senza una politica realmente applicabile per fare fronte al pericolo nucleare. Ma, oggi, per la prima volta, siamo pungolati direttamente dagli eventi verso la creazione di una linea politica suscettibile di adattarsi alla natura essenziale del pericolo. Esattamente come quel pericolo è universale perché ogni paese ? e perfino un gruppo terroristico ? è in grado, almeno potenzialmente, di entrare in possesso della bomba, così abbiamo bisogno di una soluzione universale, che può essere solo quella che gli scienziati atomici avevano individuato nel 1945: fare retrocedere, o ricacciare indietro (se ci si può esprimere in questi termini), e, insomma, bandire ed abolire tutte le armi nucleari e la tecnologia che le ha rese possibili.

Il primo proliferatore nucleare

L?intervistatore: Prima di affrontare l?argomento dell?abolizione, proporrei di tornare indietro all?inizio di tutta la storia. Nel Suo nuovo libro, e in tutta la Sua opera passata, Lei ha suggerito che le armi nucleari, che sono forse gli oggetti più spaventosi del nostro mondo, risiedono, da un punto di vista rivolto a ciò che vi è di più essenziale, non già negli arsenali, ma nella mente umana. Che cosa intende quando parla della ?bomba nella mente??
Schell: Bene, questo è il fondamento di tutto il dilemma nucleare. La bomba atomica è il frutto delle scoperte fondamentali che hanno avuto luogo nella fisica del ventesimo secolo, e in particolare della sua equazione più rinomata, e cioè di quella per cui l?energia è uguale alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce, e da cui si ottiene la quantità di energia che è rilasciata dalle armi nucleari. Avendo le sue radici nella scienza, la bomba è, prima di tutto, una costruzione della mente, ciò che significa che essa è sempre presente, e che resterà sempre presente, anche se ci sbarazzassimo dell?oggetto materiale in cui s?incarna. La bomba che si trova nella mente vi resterà per sempre, qualunque cosa possa accadere.
Così, prima che esistesse ogni oggetto fisico corrispondente, c?era la bomba com?era stata concepita dagli scienziati, e destinata a diventare accessibile, prima o poi, a tutte le menti competenti e tecnicamente provvedute del mondo. Ciò che ne consegue, naturalmente, è che un numero crescente di paesi (oggi come oggi, probabilmente, una cinquantina) sono in grado di procurarsi armi nucleari se prendono questa decisione. Ciò che, a sua volta, è chiaro è che, se quei paesi non finiranno per avere la bomba, sarà soltanto perché hanno preso la decisione politica di non averla.
E ciò che ne consegue con lo stesso grado di certezza è che questo problema di carattere globale non potrà essere risolto con altri mezzi che non siano quelli politici. In modo più specifico, si può affermare che esso non potrà mai essere risolto dalla forza militare.
L?intervistatore: La storia, come Lei la spiega, comincia in un momento specifico a un angolo di strada altrettanto specifico di Londra.
Schell: La persona in questione, come Richard Rhodes ci racconta nel suo mirabile libro The Making of the Atomic Bomb , era Leo Szilard, lo scienziato ungherese alieno da qualsiasi sudditanza. Un giorno, nel 1933, mentre stava attraversando una strada a Londra, si affacciò alla sua mente l?idea della reazione a catena. Questo pensiero nacque dalla connessione fra il lavoro dello scienziato britannico Ernest Rutherford, che aveva tenuto di recente una conferenza sulla trasmutazione degli atomi e un racconto di H.G.Wells, The World Set Free (Il mondo messo in libertà) , dove si descriveva una guerra atomica. L?immaginazione dello scrittore di fantascienza e l?informazione oggettiva dello scienziato si fusero nella sua mente in quel primo momento, ed egli capì che il mondo stava per entrare in una fase di profondo turbamento.
L?intervistatore: È interessante che, in questa ricostruzione storica dei fatti, si abbia il primo assaggio di ciò che chiamiamo attualmente ?proliferazione nucleare? insieme ai tentativi di bloccarla quasi immediatamente.
Schell: Ciò è esatto, perché Szilard capisce istantaneamente che cosa sia in gioco nella faccenda. E ricordiamo che il mondo si sarebbe trovato ben presto sull?orlo del precipizio della guerra. Egli non vuole che Adolf Hitler, o i suoi scienziati, abbiano questa idea per primi e comincino a svilupparla. Così egli cerca di porre un brevetto segreto sul processo che ha concepito in quel momento. Alla fine lo comunica all?ammiragliato britannico che lo accetta senza riserve. Questo è stato il primo tentativo di impedire un processo di proliferazione, il primo tentativo di impedire al primo ?prolificatore? di trasformare la ?bomba nella mente? in un ordigno o meccanismo materiale, e che, naturalmente, fallì, come ogni tentativo compiuto successivamente sarebbe fallito o si sarebbe rivelato, quanto meno, altamente imperfetto.
L?intervistatore: Lei potrebbe dire che la più grande illusione, a cominciare dal monopolio nucleare americano nell?anno 1945, è stata rappresentata dall?idea che la bomba potesse essere ?nazionalizzata?, che essa potesse restare la proprietà di uno o di un certo numero di paesi?
Schell: Sì, e a conseguire da questo errore è la seconda e più malefica idea dell?età nucleare, e cioè quella che si possa ottenere la supremazia nucleare, un vantaggio che esige da noi, o dal nostro gruppo di alleati facenti parte del ?club nucleare?, la capacità di mantenere un monopolio nucleare o, quanto meno, una superiorità decisiva nel numero delle armi. La storia ci ha mostrato che, a lungo andare, ciò non si rivela possibile.
Questa seconda illusione ha assunto molte forme mutevoli, di cui la più importante è stata la scuola che sosteneva la necessità di combattere una guerra nucleare, e che riteneva che una guerra di questo genere potesse essere ?vinta?, Questa nozione persistette per quasi tutta la durata della ?guerra fredda?, ma fu sostanzialmente abbandonata, almeno al livello presidenziale, da Ronald Reagan (sì, proprio da lui!), che insisteva sul punto che una guerra nucleare non potesse essere vinta, e non dovesse quindi essere combattuta. A partire da questa intuizione fondamentale, egli si accinse a diventare un fautore dell?abolizione delle armi nucleari, e fu quasi sul punto di realizzare questa méta insieme al leader sovietico Michael Gorbaciov al vertice tenuto a Reykiavik, in Islanda, nel l986.

L?arcipelago nucleare

L?intervistatore: A questo proposito, sono sempre stato colpito dal carattere surreale degli arsenali nucleari delle superpotenze nell?era della Guerra Fredda. Essi contenevano e custodivano decine di migliaia di armi di questo tipo. Essi (i loro padroni) avrebbero dovuto combattere le loro ultime battaglie in cinque o sei pianeti delle dimensioni della nostra Terra per usare fino in fondo arsenali di quella stazza ? e avrebbero finito per distruggerli tutti quanti . Perché mai, ci si può chiedere, quei belligeranti ostinati non hanno smesso di costruire le loro armi, anche dopo che la distruzione integrale del nemico era stata assicurata, non per una sola, ma per una decina o una ventina di volte?
Schell: Penso che si debba dare una risposta di carattere storico a questa domanda. Poiché le armi nucleari erano nate come strumenti apparenti di condotta della guerra, una tradizione millenaria, un sentimento viscerale dell?esistenza di amici e di nemici, di ciò che ci tutela e di ciò che ci mette in pericolo, erano rimasti, se si può dir così, attaccati ad esse. Tutto l?apparato psicologico che ha fatto della guerra un fenomeno inarrestabile fin dai primordi della storia umana, e forse prima ancora di essa, circondava e avviluppava questo genere di armi. La comprensione del fatto che esse avevano, in realtà, fatto esplodere il contesto tradizionale della guerra, era stata ? e forse la cosa non dovrebbe sorprendere ? molto lenta ad affacciarsi. Essa avrebbe implicato la necessità di disfare, nel giro di breve tempo, parecchie migliaia di anni di modi di sentire e di pensare tradizionali in tutti i paesi: l?idea, in particolare, che non si sarebbe mai potuto costruire e mettere insieme un arsenale troppo (o anche solo abbastanza) grande, che se non si fosse riusciti a tenere il passo dell?avversario si sarebbe rimasti soccombenti nella guerra, e che essi, allora, avrebbero distrutto la nostra città e portato via le donne e i bambini e massacrato o ridotto in schiavitù gli uomini. Capire che le armi nucleari non avrebbero potuto essere usate a quegli scopi, e che esse, anzi, avrebbero reso tutta una gamma di operazioni belliche impossibili, era una lezione che era, sia dal punto di vista viscerale che da quello intellettuale, molto difficile da assorbire. E soprattutto, com?è ovvio, da quello viscerale.
L?intervistatore: Fra l?altro, l?idea della belligeranza era strettamente legata, nei primi tempi della guerra fredda, all?idea di un primo colpo decisivo. Se non si fosse riusciti ad abbattere l?avversario, a metterlo, come si dice, ?knock out? con un attacco di sorpresa, ci si sarebbe trovati in un bel pasticcio, non è vero?
Schell: Sì, infatti, e il riconoscimento dell?esistenza di quel problema condusse alla nascita della scuola opposta, e cioè della ?mutual assured destruction? (mutua distruzione assicurata), a cui fu affibbiato l?appellativo acronimo di MAD, che era perfettamente appropriato . E fu quest?ultima teoria che, alla fine, si impose, conquistando, per così dire, il predominio. Essa diceva: no, non lanciate un primo colpo, perché non potete ?vincere? una guerra nucleare. Aspettate che sia l?altra parte a lanciarlo e poi scatenate la rappresaglia, se necessario. Tutto lo scopo di questa esercitazione sulla base della teoria della MAD era, naturalmente, quello di scongiurare il primo colpo che avrebbe significato l?annientamento.
L?intervistatore: Mi è sempre sembrato che, benché gli Stati Uniti abbiano usato armi atomiche a Hiroshima e a Nagasaki, la dissuasione abbia preceduto la bomba. Non abbiamo mai lanciato, per esempio, un attacco di primo colpo contro l?Unione Sovietica quando avremmo potuto farlo, quando essi non avevano una forza nucleare sufficiente con cui replicare alla nostra mossa.
Schell: In un senso molto letterale, la dissuasione precedette l?esistenza stessa della bomba. Dopo tutto, Roosevelt avviò il progetto atomico nel l939, assai prima che gli Stati Uniti fossero impegnati in una guerra in Europa, sotto la spinta del timore che Hitler potesse procurarsela prima. In altre parole, egli si stava preparando a dissuadere, e cioè a immobilizzare, un arsenale che non era ancora (e, di fatto, non sarebbe mai) entrato a far parte delle cose reali.
È stato l?uso della bomba contro il Giappone, naturalmente, a porre le basi della scuola del ?war-fighting? (e cioè della possibilità, o della necessità, di servirsi delle armi atomiche in una guerra reale). Contro il Giappone non c?era bisogno di esercitare nessuna forma di dissuasione, dal momento che tutti sapevano che esso non era in possesso di armi nucleari. La strada era libera per l?uso, e quell?uso fu quindi considerato, anche se in modo tutt?altro che indubitabile, come il fattore che aveva permesso di vincere la guerra. La bomba americana diventò, così, un?arma vincente, un?arma ideale per l?uso bellico.
L?intervistatore: Fino ad oggi, nonostante che si sia giunti, a più riprese, a prendere in considerazione la possibilità di servirsi della bomba ? in Corea, nel Vietnam, e perfino, se le voci in proposito meritano di essere credute, in questi ultimi anni, quando l?amministrazione Bush potrebbe essersi preparata a brandire l??opzione nucleare? contro gli impianti nucleari scavati in profondità dal governo iraniano ? ebbene, nonostante tutto ciò, la cosa non è ancora avvenuta.
Schell: Tutto ciò ci conduce ad un?altra dimensione della ?bomba nella mente?. Si è visto, come ho ricordato prima, che questa arma non si sarebbe mostrata in grado di rendersi utile per combattere una guerra; e che, nella migliore delle ipotesi, avrebbe potuto rendersi utile per minacciarla. Dopo tutto, era possibile che il suo impiego avrebbe annientato tutte le parti interessate – e forse anche il resto della specie umana in sovrappiù. Così la politica nucleare divenne un affare di ?sparate? e di ?bluff?, mentre quello che concepivamo come ?l?equilibrio del terrore? nucleare mostrava di non essere altro che un?operazione strettamente mentale. La politica divenne un semplice gioco di psicologia e di immagini, di minacce che rimanevano ben distinte dall?uso.
L?intervistatore. Eppure, in qualche modo. la scuola del ?war-fighting?, che prevede l?uso delle armi nucleari in guerre effettive, è tornata a fare il suo ingresso sulla scena in occasione del ?momento? Bush?
Schell: Esattamente, e con una nuova versione dell?illusione corrente all?epoca della Guerra Fredda, che si basa ancora una volta sull?idea della proprietà esclusiva, o quanto meno di gruppo, della bomba in questione: che un numero limitato di paesi buoni, guidato dagli USA, possa ancora circoscrivere, e cioè monopolizzare, il mercato di queste armi.
Orbene, è ormai troppo tardi nella storia perché una cosa simile possa avvenire. Ma ciò che è scaturito da questa idea, nonostante tutto, è stata l?intera dottrina Bush, la rivoluzione operata dal governo nella politica nucleare, che supponeva che gli Stati Uniti, usando la loro immensa forza militare, potessero effettivamente bloccare la proliferazione in altri paesi con mezzi di questa natura (e li induceva, quindi, a battere questa strada). Questa è, con ogni probabilità, la variante, o la metamorfosi, più pericolosa dell?idea del ?primo uso? e della guerra condotta con mezzi nucleari che abbia avuto modo di affermarsi nell?età nucleare ? e la guerra irachena è stata il suo primo rampollo.
L?intervistatore. Col pretesto di una bomba che esisteva, in effetti, solo nella mente, fra l?altro.
Schell: (ride). In effetti, quel fiasco illustra un fatto vero a proposito della bomba nella mente. L?errore è stato possibile solo perché tutti sapevano che Saddam Hussein avrebbe potuto accingersi alla costruzione della bomba. Perché la bomba è concepita male, o fraintesa del tutto, quando si pensa ad essa come a un pezzo di ?hardware?, o anche a molti pezzi di ?hardware? sparsi qua e là nel mondo. Essa è costituita essenzialmente, originariamente e per tutta l?eternità da un insieme di capacità scientifiche e tecnologiche accessibili a tutti e suscettibili di pervenire a noi, in un certo senso, da tutte le direzioni in qualsiasi momento. Appena si cerca di spegnere il fuoco in un determinato punto, è probabile che un altro si accenda improvvisamente altrove, e così via discorrendo. La forza militare è singolarmente inadatta a fronteggiare questo enigma, eppure è proprio ciò che l?amministrazione Bush ha scelto sconsideratamente di fare. È come cercare di disperdere un banco di nebbia facendo uso di una mitragliatrice, che è proprio lo strumento più sbagliato per venire a capo di un lavoro di questo genere.
L?intervistatore: Lei si è servito di un?immagine molto vivida in relazione a questo fenomeno nel suo nuovo libro. Ha definito il nostro mondo come un ?arcipelago nucleare?.
Schell: Possiamo raffigurarci la scienza della bomba come il magma incandescente che si trova al centro della Terra, e che vi è sempre presente. La diffusione della tecnologia nucleare è come la lava vulcanica che percola, dal basso verso l?alto, fino alla piattaforma oceanica, e gli arsenali nucleari sono come altrettante isole che si sono formate sotto la massa equorea e che, tutt?a un tratto, emergono alla sua superficie per formare una specie di collana. Le isole sembrano separate l?una dall?altra, ma di fatto sono solo i picchi più alti di una catena montuosa sottomarina.
L?intervistatore: Per sviluppare ulteriormente quell?immagine, negli anni di Bush ci siamo concentrati solo su un ristretto numero di isole più piccole – l?isola coreana, l?isola iraniana che potrebbe esserci o anche non esserci, l?isola irachena che non c?era affatto ? a esclusione delle isole più grandi o del continente stesso in quanto tale..
Schell: In questa visione unilaterale e limitata possiamo scorgere un aspetto di una grande illusione che è nata alla fine dell?epoca della Guerra Fredda. È accaduta una cosa molto curiosa. Gli Stati Uniti, e forse anche la Russia, si sono semplicemente dimenticati dell?esistenza del loro proprio arsenale. Non si erano sbarazzati di esso, ma si sono limitati ad espellerlo dalla cerchia della propria coscienza. Ma altri paesi non se ne sono dimenticati. Hanno visto che ciascuna delle grandi potenze dell?epoca della ?guerra fredda? era intenta a scegliere di restare, come se niente fosse, una potenza nucleare. Anche se il numero delle armi disponibili fu abbassato un poco da entrambe le parti, esse continuarono a disporre di arsenali enormi. Così altri paesi si trovarono di fronte a una decisione da prendere: in un mondo armato di mezzi nucleari, dobbiamo accingerci a restare senza armi nucleari? Ebbene, l?India decise di non sottostare a questo ricatto. Si ribellò contro quello che chiamava una sorta di ?apartheid nucleare?, si unì al ?club nucleare? e il Pakistan seguì presto il suo esempio.

La romanza della bomba

L?intervistatore: Vorrei tornare un po? indietro nel tempo. Abbiamo parlato della bomba nella mente. Lei è nato nel?
Schell: 1943?
L?intervistatore: ? e io nel 1944, per cui entrambi abbiamo battuto per un soffio la bomba nel nostro ingresso nel mondo. La bomba nella mia mente era una cosa molto vivida. Mi ricordo ancora dei miei incubi nucleari del tempo dell?infanzia. Che cosa c?è da dire a proposito della bomba nella Sua mente e del sentiero che l?ha condotta al libro più venduto e seminale sotto tutti gli aspetti, Il destino della Terra (Mondadori, Milano 1982)?
Schell: Per qualche motivo, ricordo una foto e un titolo a caratteri di scatola sul ?Daily News? di New York che annunciava che l?Unione Sovietica aveva fatto esplodere la sua prima bomba all?idrogeno nell?agosto del 1953. Più tardi, mentre ero in college ad Harvard negli anni ?60 ? è solo retrospettivamente che attribuisco una qualche importanza a questo fatto ?, ho seguito un corso tenuto da un certo Henry Kissinger. Ricordo di aver provato uno stato d?animo quasi simile alla schizofrenia. Era una primavera molto calda e io me ne stavo seduto in librerie afose a leggere quei testi da incubo intorno alle armi nucleari. Mi ricordo di aver formulato questo pensiero: che la gente che era favorevole alla bomba era politicamente sana ma moralmente folle, mentre quelli che erano contro la bomba erano moralmente sani ma politicamente folli. Sembrava che si trattasse di due universi che non si sarebbero mai incontrati.
Di importanza di gran lunga maggiore è stato il fatto di andare nel Vietnam e di diventare un cronista della guerra. Quell?esperienza mi indusse a riflettere seriamente sulle armi nucleari. Quindi cominciai a studiare le origini della guerra e la ricerca di ?credibilità? da parte degli Stati Uniti attraverso la ?vittoria? da riportare nel Vietnam, e mi resi conto delle connessioni con la politica nucleare dell?epoca. Anche prima che gli Stati Uniti avessero una quantità di truppe in quel paese, il Vietnam era concepito come una ?guerra limitata?. Ma limitata in rapporto a che cosa? Ebbene, in confronto a una guerra generale, che sarebbe stata una guerra nucleare, che non si poteva in alcun modo combattere. Cominciai a vedere ciò che continuo a vedere anche oggi: che non si può riflettere intorno a qualsiasi aspetto della politica internazionale senza trovare la bomba collocata in qualche punto al centro di essa. È chiaro che ciò è stato vero per tutto il corso della Guerra Fredda e che torna ad essere vero anche oggi.
L?intervistatore: Ciò mi conduce ad una delle parti più affascinanti e più singolari del Suo nuovo libro, Il settimo decennio: alla Sua complessa discussione dell?attrazione che queste armi esercitano su diverse nazioni. Dal momento che esse non possono essere adoperate, perché mai in tutto il mondo gli stati le vogliono?
Schell: Spesso solo come una sorta di simbolo di potere e di prestigio, un?altra bomba nella mente, se si vuole. Ciò si può dimostrare facilmente guardando a un paese come l?India. Là entrare in possesso della bomba non è mai stato un modo di fronteggiare minacce palesi provenienti dall?esterno. Il Bharatiya Janata Party allora al governo si proponeva, invece, in primo luogo, di innalzare l?India allo status di grande potenza riconosciuta in tutto il mondo. Esso concepiva, inoltre, l?ingresso nel club nucleare come una continuazione della lotta antinucleare e anticoloniale, come un?evasione dall??apartheid? nucleare. Se le superpotenze non erano disposte a disarmare, ebbene, l?India si sarebbe armata anch?essa a sua volta.
Ma se le capitasse di pensare che questa motivazione costituisca una peculiarità strettamente indiana, allora le dico che si sbaglierebbe di grosso. Se, per esempio, esaminasse la documentazione delle deliberazioni prese dal governo britannico sulla bomba negli ultimi anni ?40 e nei primi anni ?50, troverebbe che vi si discute ben poco dell?Unione Sovietica, o, se è per questo, di qualsiasi altro nemico dichiarato. Tutti i discorsi riguardano la necessità di tenere il passo e di continuare a partecipare al ?gioco? diplomatico con gli Stati Uniti. Si era allora nel momento immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale. La Gran Bretagna era in procinto di perdere il suo impero e i suoi dirigenti cercavano disperatamente di trovare il modo di conservare l?apparenza di essere una grande potenza agli occhi del mondo.
A un certo punto, per esempio, quando il segretario agli esteri Ernest Bevin ritornò da Washington, dopo essere stato letteralmente messo a tacere dal segretario di Stato americano James Byrnes, egli disse al primo ministro britannico Attlee che la Gran Bretagna doveva avere la sua bandiera (l?Union Jack) sulla bomba, perché ? specificò ? non voleva che un futuro segretario agli esteri della Gran Bretagna fosse apostrofato un?altra volta a quel modo.
In Francia troviamo per molti aspetti la stessa storia. Infatti il presidente Charles de Gaulle disse testualmente a un certo punto: ?È precisamente perché non siamo una grande potenza che dobbiamo avere? a tutti i costi ?la bomba?.
L?intervistatore: Ho notato che, nel suo libro, lei collega quest?arma spaventosa a una parola che, normalmente, non si sarebbe portati ad associare con essa. Lei chiama quelli, come i membri della nuova classe dirigente indiana, che volevano avere a tutti i costi la bomba, ?romantici del nucleare?. La romanza di un?arma che può distruggere il mondo! Mi dia una spiegazione, per favore, di un?espressione paradossale come questa.
Schell: Ancora una volta, entrare in possesso della bomba è come assumere una posa, alla stregua di un eroe byroniano o napoleonico. ?Darsi l?aria? di essere una grande potenza. C?è un bel passo nel nuovo libro di Richard Rhodes, Arsenals of Folly (Arsenali di follia), in cui qualcuno dice: ?La ragione per cui non vogliamo sbarazzarci delle armi nucleari è che, se lo facessimo, dovremmo camminare per la strada in un?altra maniera?. Ciò può avere a che fare con l?essenza che sta dietro a tutta questa faccenda. Una volta privati del possesso di queste armi, non potremmo più essere così burbanzosi come lo siamo attualmente.

Il rifiuto

L?intervistatore. C?è un altro aspetto del nostro mondo nucleare a cui dovremmo fare riferimento. Potremmo chiamarlo: la bomba fuori dalla mente (o la bomba dimenticata). Negli Stati Uniti ci sono stati periodi di infatuazione di massa, oppure di timor panico, per la bomba, di sogni a occhi aperti intorno alla bomba e di produzioni di film su questo argomento; ma per lunghi periodi si direbbe che la bomba scompaia dalla coscienza collettiva (o, per restare nella metafora, cada fuori di essa). Intendiamoci: è chiaro che, proprio in questo momento, non posso certo affermare che lei sia un movimento composto da una sola persona per l?abolizione delle armi nucleari, ma? Ad ogni modo, può dire qualcosa su questo tema: la bomba e il suo rifiuto?
Schell: Sì, penso che questi siano misteri molto profondi. Quanto più ho riflettuto sulla psicologia della bomba, e tanto più essa mi è apparsa come un ?puzzle? insolubile. È vero che c?è stata una negazione abituale del problema, interrotta, come lei ha detto, di tanto in tanto, da sprazzi di consapevolezza, e allora si sviluppa un movimento ad hoc sulla questione. In modo un po? curioso, si potrebbe pensare alla negazione della bomba come a una forma patologica della bomba nella mente ? nel senso che la negazione, ancora una volta, in certo qual modo, rimuove la bomba dal mondo di cui fa parte.
Orbene, ciò a cui tutto ciò allude e in cui tutto ciò converge in ultima istanza è, se si può dir così, una bomba finale nella mente in cui il terrore dell?arma dovrebbe ispirare la gente, o, per dir meglio, le persone, a intraprendere l?azione che si adatta a quell?emozione, e cioè quella di sbarazzarsi dell?oggetto materiale in questione. Ciò che rimane, a questo punto, è ancora la bomba scientifica nella mente, ma a fare la guardia su di essa, se ci si può esprimere in questi termini, è (o sono) il nostro orrore al pensiero del suo ritorno e gli arrangiamenti politici che avremo posto in essere per fare in modo che quella ?cosa? sia costretta a restare eternamente nella sua tomba. Finalmente, in altre parole, si passerà a una specie di bomba nella mente che ispirerà un?azione positiva, invece di limitarsi a dissuadere dal suo uso e a ispirare ogni specie di terrori.
L?intervistatore: L?abolizione di queste armi è sempre stata presentata come disperatamente utopistica. Come lei la descrive nel suo nuovo libro, tuttavia, essa non lo è per nulla. Se volessimo muoverci in quella direzione, lei dice, c?è un sentiero pratico e attuale aperto davanti a noi perché possiamo percorrerlo.
Schell: No, essa è tutt?altro che utopistica; è, al contrario, una necessità. E il sentiero che porta all?abolizione di cui lei ha parlato rimane aperto, almeno nel senso che gli ostacoli ideologici pressoché insormontabili delle lotte in corso nell?epoca della Guerra Fredda non si frappongono più a impedire il nostro cammino. Se gli Stati Uniti si unissero alla Russia e alla Cina nella disposizione a mettere i loro arsenali sul tavolo delle trattative e poi domandassero ai proliferatori di non proliferare, ci troveremmo rapidamente trasferiti in un mondo del tutto diverso.
Scrivendo Il settimo decennio, fra le altre cose, ho avuto la possibilità di riprendere in considerazione la bomba nella mente, qualcosa che avevo elaborato per la prima volta nel 1982 nel mio libro Il destino della Terra. Il mio nuovo pensiero è questo: bisogna considerare l?acquisizione di queste nuove conoscenze non già come qualcosa che si sarebbe potuto evitare, ma come una specie di passaggio all?età adulta dell?umanità intera. Noi siamo creature inquisitive, appartenenti alla specie homo sapiens, capaci di sondare a fondo certi segreti dell?universo. Ci siamo imbarcati, se si può dir così, su quella strada perigliosa, tre o quattrocento anni fa, quando fu inventato e messo a punto il metodo scientifico. Eravamo, da quel momento, destinati a scoprire che il blocco costruttivo fondamentale della natura, la materia, conteneva in sé l?energia, e che avremmo potuto estrarla e farla uscire dal suo grembo..
Non è perciò meno inutile lamentarsi della propria innocenza perduta di quanto lo sia, per l?adolescente, rimpiangere la sua perduta infanzia. Il nostro compito è quello di vivere ? che significa anzitutto sopravvivere ? coi nostri nuovi poteri, per quanto turbativi e indesiderati possano essere. Noi dobbiamo incorporare quei poteri nel nostro pensiero a un livello fondamentale, a un livello di base, e imparare, da quel momento e per sempre, a vivere come una specie che può distruggere se stessa, ma che ha scelto, mediante un atto durevole di volontà politica, di non farlo. Fare consapevolmente questa scelta segnerebbe il punto culminante di un?evoluzione che ha avuto inizio con la scoperta scientifica dell?energia presente nell?atomo, che è continuata durante tutto il periodo della (cosiddetta) dissuasione, e che ora si trasformerebbe in una specie di eterna vigilanza intesa a impedire che la bomba possa mai ritornare in mezzo a noi.

Una crisi che spezza i vincoli della guerra

L?intervistatore: Ritorniamo indietro, per un momento, alla crisi immediata di oggi. Parliamo, quindi, della situazione nucleare iraniana. Che cosa farebbe, lei, di questa patata bollente?
Schell: L?amministrazione Bush ha impostato la questione iraniana in modo tale da far sì, come ciascuno ama dire, che non ci siano buone opzioni sul tavolo. Da un lato, l?Iran si sta incamminando, de facto, per un sentiero in discesa che non può fare a meno di condurre verso la bomba. Se essi vogliano effettivamente trasformarsi in una grande potenza, o, come l?India ha fatto per diversi decenni, e come fa, a quanto sembra, il Giappone di oggi, vogliano semplicemente essere in grado di poterlo fare, all?occorrenza, nel giro di un paio di mesi, è una questione su cui non posso pronunciarmi, perché non lo so. Ma essi stanno arricchendo l?uranio. Essi possiedono quella tecnologia. Gli Stati Uniti hanno detto: – No, non dovete arricchirlo, anche se dite di farlo per ottenere l?energia nucleare, perché questo processo vi avvicina di nove passi su dieci alla costruzione della bomba..
Così gli Stati Uniti e l?Europa organizzano tutta una serie di sforzi diplomatici. L?Iran li respinge sdegnosamente. Essi formulano minacce. L?Iran le ignora completamente e procede come se nulla fosse nel suo programma. La via diplomatica potrebbe forse funzionare e produrre effetti se gli Stati Uniti fossero più generosi in ciò che hanno offerto a suo tempo all?Iran, ma il successo, anche in questo caso, rimane dubbio anche nella migliore delle ipotesi. Sembra che l?Iran sia determinato a usare a tutti i costi quella tecnologia e a conservarla nelle proprie mani, invece di restituirla al prestatore. Così si può ritenere, a prima vista, che ci resti la sola opzione alternativa a cui si possa ricorrere in un quadro di questo genere: l?uso della forza militare per raggiungere gli scopi che ci siamo prefissi.
Oserei dire, tuttavia, che il modo più sicuro di far sì che l?Iran si adoperi con tutte le sue forze per avere la bomba sia quello di attaccarlo militarmente. Se, il giorno prima, essi fossero pronti a fermarsi prima di avere la bomba, il giorno dopo si daranno da fare per ottenerla e tutto fa pensare che potrebbero anche riuscirci. Così, proprio come si dice in giro, non esistono buone opzioni per la soluzione del problema. Ma ciò è vero solo nel quadro della dottrina Bush. E l?elemento decisivo, in quella dottrina, è che un ristretto numero di paesi, che sono tutti potenze nucleari, siano autorizzati a impedire ad altri paesi di entrare in possesso della bomba. Ma il bilancio dell?ultimo quinquennio ha mostrato, senza possibilità di dubbio, che questo è un piano del tutto ineseguibile.
L?opzione che non è mai esplorata, benché io sia convinto che essa sia la chiave per spezzare una impasse come questa, è che le potenze nucleari portino le loro armi alla tavola dei negoziati e dicano: ?Noi ridurremo le nostre armi, eventualmente fino a quota zero, e cioè fino ad annullarle del tutto ? a condizione che voi proliferatori cessiate di proliferare?.
Mi permetta di darle un esempio. Giusto adesso gli Stati Uniti dicono: ?L?Iran continua ad arricchire il suo uranio, per cui noi intendiamo imporgli sanzioni più severe?. La Russia e la Cina dicono: ?No, non riteniamo che ciò sia necessario, e perciò non intendiamo farlo?. Esse si preoccupano del fatto che gli Stati Uniti possano ancora attaccare l?Iran; esse hanno stretto, in questi ultimi tempi, anche accordi finanziari con l?Iran, e così via dicendo. In altre parole, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sono tutti potenze nucleari, sono divisi fra loro e non possono presentare una volontà unitaria ai paesi proliferatori.
Immaginate ora, invece, una situazione in cui queste potenze abbiano deciso di essere pronte a cedere i loro arsenali nucleari e contino su un accordo per l?abolizione di tutte le armi nucleari allo stesso modo in cui ora fanno assegnamento su quegli arsenali per garantire la loro sicurezza. Non ci sarebbe nessuna divisione fra loro sul modo di atteggiarsi nei confronti dell?Iran. Per di più, i 183 paesi che si sono già accordati, sotto il Trattato di Nonproliferazione Nucleare, per restare, tutti quanti, senza armi nucleari, si assocerebbero, com?è ovvio, a questo consenso delle grandi potenze. Si costituirebbe, in tal modo, una volontà globale unitaria, che, a mio avviso, si rivelerebbe semplicemente irresistibile nei confronti di qualsiasi paese ? che si tratti dell?Iran, della Corea del Nord o di Israele ? che si proponesse di tener fermo, o di restare attaccato, al suo proprio, più o meno piccolo, arsenale di bombe, a costo di sfidare la risoluzione unitaria di tutta la Terra.
Così, secondo me, l?idea dell?abolizione è in grado di esercitare una formidabile forza pratica qualora si presenti, in queste circostanze, come una risposta (e una soluzione) immediata e indiscutibile ai problemi della proliferazione nucleare. Essa scatta nel secondo in cui si prende quell?impegno e segnala, in termini perentori, che esso è un impegno serio e irrevocabile?.
L?intervistatore: Anche se ci si accingesse a smontare o a decostruire i propri arsenali nucleari in un lungo periodo di tempo??
Schell: Anche in questo caso. Si potrebbe cominciare semplicemente con un congelamento universale. Ciascuno si dovrebbe fermare al punto in cui si trova attualmente e poi dovrebbe cominciare a muoversi verso la destinazione comune con passi coordinati fra loro in un unico forum di negoziati, in cui, per esempio, la Russia e gli Stati Uniti dovrebbero accordarsi nell?impegno di scendere a 500 armi dalla loro cifra attuale di 25.000 armi o giù di lì. In cambio di tutto ciò l?Iran dovrebbe interrompere le sue attività di arricchimento dell?uranio, e cominciare a smantellare i suoi impianti di arricchimento del minerale. Ci dovrebbero essere, in questo contesto, ogni sorta di patteggiamenti e di accordi fra proliferatori potenziali e potenze nucleari a pieno titolo. Nello stesso tempo bisognerebbe creare un?architettura di organi addetti alle ispezioni che dovrebbe essere domiciliata presso l?AIEA (Agenzia Internazionale per l?Energia Atomica), e che dovrebbe essere costituita allo scopo di intervenire direttamente sul posto e di accertarsi del fatto che le regole stabilite siano seguite rigorosamente da tutti.
L?intervistatore: Fra le altre cose, ho notato che lei ha menzionato l?arsenale israeliano. Esso è lasciato per lo più completamente al di fuori della discussione sul problema iraniano. Sono colpito, a volte, dal fatto che i nostri servizi di notizie trabocchino letteralmente di storie sulla bomba iraniana, che, per il momento, non esiste, e che si farebbe fatica, invece, a trovare anche una singola menzione dell?arsenale di Israele, che potrebbe essere rappresentato, oggi come oggi, da un paio di centinaia di armi nucleari (incluse le bombe che possono distruggere una città, per non parlare di quelle che possono distruggere una civiltà intera), in qualunque settimana ci possa accadere di cercarla, anche se quell?arsenale lo pone direttamente in una lega con altre potenze di grandi dimensioni?
Schell: Diciamo, per esempio, con la Gran Bretagna. Israele, con ogni probabilità, possiede un numero più alto di testate atomiche attive. Di questo fatto si fa menzione soltanto quando la gente chiede se Israele potrebbe attaccare gli impianti nucleari dell?Iran. Ma, mi creda, le capacità di Israele in questo campo non possono passare inosservate e senza provocare reazioni di sorta nel Medio Oriente, ma solo qui da noi. Intendiamoci: devo ammettere che Israele ha fatto qualcosa di ingegnoso. Ha preso il fatto psicologico del diniego delle armi nucleari e ne ha tratto nientemeno che una politica. Essi (gli israeliani) non confermeranno né negheranno mai di avere quelle armi, ma usano, tuttavia, nelle loro dichiarazioni, questa frase curiosa: ?Noi non introdurremo? nessun genere di ?armi nucleari nel Medio Oriente?. Evidentemente, anche se in modo un po? capzioso, si può dire che ?possederle? non significhi ?introdurle?. Bisognerebbe fare qualcosa di più per introdurle. Bisognerebbe brandirne una pubblicamente o fare una minaccia a qualcuno con una di esse, o magari anche solo riconoscere che se ne è in possesso. Finché le si detengono nelle cantine e non si fa nessuna ostentazione di esse, si può ben dire che tutto è a posto. E questa politica sembra aver avuto un certo successo nell?attutire le critiche, per quanto sorprendente possa sembrare la cosa.
L?intervistatore: Un ultimo tema. Quando siamo cresciuti c?era una cosa che poteva distruggere il mondo, che si fosse ossessionati da essa o meno: la bomba, gli arsenali nucleari. Oggi, per i giovani, sembra che ci siano parecchi sentieri che portano alla fine del mondo, e che vanno dalla fantascienza alle malattie pandemiche e al riscaldamento globale. Le armi nucleari sembrano trovare il loro posto in una coda rissosa di possibilità suscettibili di condurre, prima o poi, alla fine del mondo. Quale specie di paesaggio mentale, specialmente per i giovani, è prodotto da una situazione di questo genere, secondo lei?
Schell: Il riscaldamento globale, che è un modo completamente nuovo di farsi fuori da soli, crea, indubbiamente, un contesto radicalmente diverso. Lei sa che quando ho scritto Il destino della Terra, nel lontano 1982, ho detto che le armi nucleari rappresentavano, soprattutto e in primo luogo, un pericolo di carattere ecologico. Ero ben lungi dall?affermare che la nostra specie potesse essere direttamente spazzata via dalla guerra nucleare fino all?ultima persona. Ciò sarebbe accaduto soltanto attraverso la distruzione dei sostegni portanti della vita sul pianeta, attraverso l?inverno nucleare, le radiazioni, la perdita dell?ozono. C?è stato qualcosa di strano e di incongruente nella successione temporale degli eventi, perché, quando fu inventata l?arma nucleare, la gente era ancora ben lungi dal servirsi abitualmente di parole come ?ambiente? o ?ecosfera?. Il movimento ambientalista sarebbe nato solo più tardi.
Così, in un certo senso, la più grande ? o certamente, almeno, la più urgente ? minaccia ecologica fra tutte le altre era nata prima del contesto in cui si sarebbe potuto comprenderla in tutti i suoi aspetti. La presente e più vasta crisi ecologica è, per l?appunto, quel contesto. In altri termini, il riscaldamento globale e la guerra nucleare sono due modi diversi in cui l?umanità, che è cresciuta fino a diventare così potente attraverso la scienza, attraverso la produzione, attraverso la crescita della popolazione, minaccia di disfare e di far crollare i sostegni e le impalcature materiali della vita umana e di ogni altra specie di vita. In certo qual modo, io penso che si possa essere in una posizione migliore, oggi, grazie al riscaldamento globale in corso, per afferrare la reale importanza del pericolo nucleare.
Il fatto che la crisi nucleare sia stata prodotta, o sia cresciuta, se si può dir così, dal grembo della guerra, ha finito per oscurare questo significato più profondo. In realtà, o, per dir meglio, in verità, le armi nucleari hanno effettuato una rivoluzione nell?arte della guerra tale da renderla impossibile, o inconcepibile, almeno fra le potenze più grandi. La bomba, in realtà, non è per nulla un mezzo militare.
In un certo senso, il dilemma nucleare è la crisi più facile da risolvere. Essa non esige da noi un cambiamento del nostro modo fisico di vivere. Teoricamente, sbarazzare il pianeta da questo genere di armi è una cosa del tutto fattibile. Ci siamo già liberati della metà di quelle che esistevano nel momento culminante della guerra fredda. Stando così le cose, è quasi come se essa fosse solo una questione preliminare, qualcosa da cui sgombrare la strada mentre cerchiamo di salvare la Terra dagli altri e più recenti pericoli ecologici che minacciano la continuazione della nostra esistenza.

Copyright TomDispatch
(Traduzione di Renato Solmi per il Centro Studi Sereno Regis – Torino)

Titolo originale: Trying to Dispel a Mist with a Machine Gun. Tom Engelhardt interviews Jonathan Schell http://www.antiwar.com/engelhardt/?articleid=12004

Anche in: Tomdispatch Interview: Jonathan Schell, The Bomb in the Mind, http://www.tomdispatch.com/post/174870

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