Vittorie della Pace: Maha Ghosananda, il ?Gandhi della Cambogia?

Vittorie della Pace: Maha Ghosananda, il ?Gandhi della Cambogia?

di Matthew Weiner

Durante il secolo scorso, quasi tutti i paesi asiatici con popolazione in maggioranza buddista subirono guerre civili, invasioni straniere, o povertà diffusa e tirannia. Alcuni leader buddisti risposero con singolari forme di impegno sociale. Ne sono esempi ovvi la risposta del Dalai Lama alla crisi del Tibet e quella di Thich Nhat Hanh alla guerra in Vietnam. Di fronte alla dura oppressione, questi reagirono con incredibile forza e creatività, personalizzando l?azione sociale nonviolenta chiamata ?buddismo impegnato?.

Venne prestata minore attenzione a un movimento buddista in Cambogia, uno dei paesi più devastati degli ultimi tempi. Circa due milioni di cambogiani furono uccisi durante il periodo dei Khmer Rossi, che volevano anche eliminare la religione. Molti monaci furono uccisi o costretti a una vita laica e molti templi distrutti o dissacrati.

La più significativa risposta buddista alla guerra provenne da un tranquillo monaco di nome Samdech Preah Maha Ghosananda, che emerse da un ritiro decennale per aiutare i sopravvissuti. L?attivismo di Ghosananda ricostruì il buddismo cambogiano, insegnando la pace con l?esempio. Completamente al di sopra delle parti, egli diresse la sua attività pastorale persino a membri dei Khmer Rossi. Il suo attivismo culminò nei famosi Dhammayietra, cammini della pace attraverso regioni devastate dalla guerra e infestate di mine. Questa coraggiosa iniziativa gli portò notorietà internazionale, tanto da essere proposto cinque volte per il premio Nobel per la pace.
Il 12 marzo 2007 Ghosananda morì a Providence, Rhode Island. La sua vita ci offre una lente attraverso la quale possiamo scorgere la moderna sfida di cercare la pace sia in noi stessi, sia nelle nostre comunità e nazioni.

Emergendo dalla foresta

La maggior parte della biografia di Ghosananda è nota solo nelle sue linee essenziali. Ciò è dovuto alla sua estrema reticenza nel ricordare il suo passato e alla mancanza di documenti sui suoi anni giovanili. Quasi tutti i suoi conoscenti furono uccisi durante il regime dei Khmer Rossi.

Nacque in Cambogia, nella provincia Takeo, nel 1924. Già da bambino era noto per la sua generosità: si racconta che un giorno i genitori gli lasciarono in custodia il loro negozio e egli regalò tutto ai passanti. Cominciò a prestare servizio da ragazzino in un tempio e a 19 anni fu ordinato novizio. Come studente favorito del Supremo Patriarca, Somdech Prah Sangha Raja Choun Noth, fu inviato al Nalanda College in India, dove ottenne un dottorato nel 1957. In questo periodo di rigorosi studi accademici, imparò anche i metodi gandhiani di impegno da Nichidatsu Fuji, fondatore della setta buddista giapponese Nipponzan Myohoji.

Nel 1965 si recò in Tailandia a studiare con il famoso riformatore buddista Bhikkhu Buddhadasa, noto per congiungere la pratica della meditazione alla sua radicale filosofia sociale. A quel punto si ritirò per nove anni di meditazione sotto il famoso maestro Achaan Dhammadaro, che egli ricordava come un insegnante severo, che accusava i monaci di essere ?pappagalli? per la loro conoscenza superficiale e mnemonica. La sua posizione anti-intellettuale sulla meditazione per ottenere la capacità di comprendere e la trasformazione personale ebbe un grosso impatto sugli insegnamenti sociali di Ghosananda.

Fu durante il ritiro di Maha Ghosananda nella foresta, nel 1975, che i Khmer Rossi presero il potere. Alle notizie del genocidio egli rimase sconvolto dal dolore. Come tutti i sopravvissuti cambogiani, soffrì di gravi perdite ? tutta la sua famiglia, compresi 16 fratelli, fu uccisa. Ma Dhammadaro, che raccomandava insistentemente il controllo mentale, incorporò la tragica situazione nelle sue istruzioni, esortando i suoi studenti ?a non permettere che le sofferenze della Cambogia lascino un?impronta sulla vostra mente?. Ghosananda restò nella foresta per prepararsi spiritualmente a prestare servizio al momento opportuno.

Tale occasione si presentò nel 1979, quando il Vietnam invase la Cambogia e i rifugiati si accalcarono nei campi al confine Thai. Nel giro di pochi giorni, Ghosananda emerse dal ritiro. Era uno dei pochi anziani monaci sopravvissuti e fu ricevuto come un santo da molti rifugiati.

Iniziò il suo lavoro diffondendo insegnamenti buddisti e ripristino della fiducia. Allestì semplici templi-capanne in ogni campo profughi e insegnò la meditazione e la necessità della pace interiore. Per questa sua attività, Ghosananda non fu accolto benevolmente da alcune autorità dei campi, specie dalle squadre dei Khmer Rossi. Ma egli ribadì la sua neutralità e la nonviolenza, mantenendo nei templi la regola ?niente armi? e creando l?unico ?spazio neutrale? rispettato per il supporto morale e spirituale dei rifugiati.

Un gran numero di rifugiati andò in esilio anche in Nord America e in Europa. Nel 1981 Ghosananda giunse negli S.U. e vi fondò circa 50 templi. Fu anche co-fondatore dell?Inter-religious Mission for Peace e si impegnò a rendere nota a livello internazionale la tragedia della Cambogia. Nel 1988 fu eletto Supremo Patriarca, titolo poi confermato dal re Sihanouk; nello stesso anno accompagnò gruppi di monaci tra le quattro fazioni combattenti cambogiane per tenere conversazioni di pace sponsorizzate dagli S.U. Maha Ghosananda affermava in tali occasioni che c?era una quinta forza chiamata ?esercito della pace?, formato da monaci e altri pacifisti, che usava ?coraggio? e ?proiettili di amorevolezza (metta) come munizioni? nella sua battaglia per la riconciliazione. Poco dopo la sua azione culminò nel Dhammayietra?.

Il Dhammayietra è un cammino di pace annuale, lungo un mese, compiuto da monaci e laici attraverso regioni politicamente instabili per promuovere la pace. Fu concepito nel 1992 come iniziativa per sedare la paura dei civili cambogiani e iniziare il processo di riconciliazione dopo il genocidio commesso in 20 anni di guerra. Anni di propaganda avevano generato una divisione in fazioni tra i cambogiani nelle comunità di rifugiati ai confini Thai e in quelle all?interno del Vietnam sotto la legge vietnamita. Quando le Nazioni Unite ottennero un accordo di pace tra i gruppi combattenti, Maha Ghosananda, con un gruppo di volontari, tra cui Elisabeth Bernstein e il gesuita Bob Maat, individuò la necessità di un intervento al di sopra delle parti ispirato alla spiritualità per iniziare il recupero. Mentre le N.U. organizzavano la logistica necessaria a rimpatriare circa 350.000 rifugiati, questo gruppo, noto come CPR (Coalition for Peace and Reconciliation) comprese l?urgenza di convogliare la paura e il trauma in una nuova direzione.

Il cammino di pace fu immaginato collettivamente come efficace approccio nonviolento. Maat, Bernstein e Ghosananda furono studenti dell?attivismo gandhiano nonviolento. Incontrarono alcuni attivisti Quaccheri e condussero programmi educativi con leader buddisti che resero più chiara la loro strategia di costruzione del consenso e di azione nonviolenta, oltre che sviluppare le abilità decisionali di gruppo, di attivismo nonviolento e di applicazione degli insegnamenti buddisti a questioni personali e sociali. Era necessaria anche una consapevolezza politica: si potrebbe pensare che un cammino di pace, complementare ad altre iniziative di pace, fosse apprezzato, invece gli organizzatori si trovarono di fronte a un?opposizione delle quattro fazioni cambogiane e del governo Thai.

Il primo Dhammayietra cominciò nei campi profughi al confine Thai, traversò il territorio dei Khmer Rossi e zone fortemente contestate, per terminare a Phnom Phen. I primi partecipanti furono 100 rifugiati cambogiani, cui si aggiunsero centinaia di simpatizzanti locali strada facendo. Fu una testimonianza dell?entusiasmo per la pace. Molti poveri contadini e soldati si accodarono o ricevettero benedizioni dai monaci. Molti soldati deposero le armi dichiarando che non volevano uccidere mai più. I contadini si radunavano spontaneamente nel primo mattino per ricevere l?acqua benedetta dai monaci come mezzo per la purificazione psicologica. Inaspettatamente, alcuni cominciarono a incontrare, durante il cammino, parenti che non vedevano da decenni.
Riconciliazione e riavvicinamento delle persone in cammino a livello personale divenne un fatto normale, tanto che si cominciò a chiamare il cammino ?Dhamma Teak Tong? o ?Contatto Dharma?. Con il riequilibrio delle emozioni, l?attenuarsi delle paure e la riunione con le famiglie, il Dhammayietra contribuì a facilitare il programma di rimpatrio.

Il successo del primo cammino portò alla decisione di ripeterlo annualmente, con accurata preparazione e training. Ogni anno si dovevano superare tremende difficoltà: caldo soffocante, carenza di cibo e acqua, rischio di mine e pericolo di incontrare lungo la via fazioni in guerra. Si sentivano spesso degli spari e, l?unica volta che il cammino fu scortato da un gruppo armato, questo sferrò un attacco che finì tragicamente con la morte di due persone impegnate nel cammino.

Nell?arco degli anni, i Dhammayietra vennero focalizzati su vari problemi che affliggevano in quel momento il paese, quali deforestazione, elezioni democratiche e costituzione, violenza nel paese e condizione delle donne; inoltre si sostenne la campagna internazionale di messa al bando delle mine. Tuttavia lo schema di base restò invariato: un gruppo di persone, guidato da Maha Ghosananda, si attenne alla nonviolenza, fu istruito in meditazione buddista e camminò pacificamente in parti della Cambogia che non avevano avuto esperienze di pace per molti decenni.

Gli organizzatori del Dhammayietra confidavano di portare pace tra gli stessi partecipanti, tra coloro che li incontravano e tra tutti quelli che ne venivano coinvolti, tramite diffusione di letteratura sulla nonviolenza e quotidiani discorsi di Ghosananda sulla pratica buddista, che produce pace. Lo stesso Ghosananda era modello di comportamento individuale, sociale e organizzativo.

Durante i Dhammayietra, Ghosananda esplicitò la necessità di uno stato mentale condizionato dall?etica per portare pace sociale: ?La pace trionferà sulla guerra?, diceva, ?quando la gente potrà camminare per le strade con la pace nella mente. Questo è l?unico processo graduale che porterà fine alle grandi sofferenze del popolo cambogiano.?

Critiche all?approccio di Ghosananda

L?etichetta di ?buddista impegnato? non è immune da obiezioni e sono state sollevate valutazioni negative sull?efficacia pratica dell?opera di Ghosananda. Alcune rilevavano il suo fallimento nel fare critiche costruttive alle strutture sociali e politiche al centro della crisi cambogiana.

La posizione di Ghosananda sembrava esacerbare tali questioni. Egli fece pochi tentativi di giustificare la sua opera e spiegarne l?efficacia. Non riconosceva alcuna differenza tra la pratica buddista tradizionale e l?azione sociale. Per lui, un ritiro di meditazione, la ricostruzione di un sangha o la conduzione di un cammino di pace erano tutte attività di pace.

I suoi insegnamenti sociali erano di un?estrema semplicità: parlava quasi esclusivamente della necessità di pace interiore per creare la pace sociale e suggeriva la meditazione buddista per il raggiungimento di tale obiettivo. La trasformazione personale era la chiave della trasformazione sociale.

Per Ghosananda, i cambogiani erano un?unica famiglia e pertanto non si poteva fare a meno della riconciliazione a livello umano. Citando la storia buddista di Angulimala, killer trasformatosi in santo, affermava che anche i peggiori criminali si potevano trasformare e reintegrare nella società (Si veda il bel libro di Satish Kumar, The Buddha and the Terrorist: The Story of Angulimala, Green Books, 2004, di cui si spera di vedere presto l?edizione italiana, NdT). La società poteva guarire se ognuno, carnefici e vittime, si trasformava tramite la pace interiore. Per questo motivo un?occasione in cui la gente cammina pacificamente e incontra altri che si sono trasformati tramite la pace interiore era una crescita naturale di quest?idea di impegno sociale.
Per Ghosananda, la consapevolezza era il punto di partenza dell?etica sociale, perché lo stato mentale genera ogni attività verbale e fisica. Tutti sono responsabili personalmente della salute della società. Perciò Ghosananda infallibilmente partiva dal concetto di stato mentale e vi tornava nelle discussioni sull?azione sociale. Per esempio, discutendo sul problema delle mine, egli affermava che, per eliminare le mine, si dovevano prima eliminare le mine metaforiche nel cuore di ognuno (cupidigia, rabbia e delusione).

Inoltre, a proposito di pace interiore, insisteva sulla continuità di pensiero, parola e azione. Rispondeva a quesiti sulla giustizia sociale con dissertazioni sugli insegnamenti buddisti relativi all?assenza di un sé individuale (annat o anatta) e alla causalità karmica (paticcasamuppada).

Pertanto, mentre Ghosananda fu giustamente considerato un paladino delle strategie tradizionali nonviolente finalizzate alla costruzione della pace, la sua forma di violenza onnicomprensiva fu spesso messa da parte. Per esempio, egli affermava che l?attività mentale corrispondente all?ira fosse contraria all?etica e quindi da evitare.

D: Come riesci a farti passare l?ira?
R: Se bussi alla mia porta, posso rispondere: ?Prego, entra!?. Ma posso anche rispondere: ?In questo momento sono impegnato?. Puoi comportarti così con l?ira.

Mentre la meditazione è vista di solito in contrasto con l?azione sociale, o al massimo come suo strumento complementare, per Ghosananda era il prerequisito per la pace interiore e esteriore. Alcuni metodi complementari di meditazione, quali metta (amorevolezza), samadhi (concentrazione) e vipassana (introspezione) furono utilizzati da Ghosananda per generare pace interiore e efficace azione nonviolenta.

I suoi esempi narrativi e filosofici erano semplicissimi, come ad esempio la similitudine tra pace e acqua che scorre ovunque. La sua poesia più famosa illustra la sua idea:

La Cambogia ha sofferto profondamente.
Dalla profonda sofferenza deriva una profonda compassione.
Dalla profonda compassione deriva un cuore colmo di pace.
Da un cuore colmo di pace deriva una persona colma di pace.
Da una persona colma di pace derivano una famiglia e una comunità colme di pace.
Da comunità colme di pace deriva una nazione colma di pace.
Da nazioni colme di pace deriva un mondo colmo di pace.

Un modo per capire come possa realizzarsi questo processo secondo Ghosanenda è di considerare questa pace auto-prodotta come dono offerto a chi è in difficoltà. Le attività etiche di donare e servire altruisticamente sono diffuse nella tradizione Theravada come radici sinergiche sia per la maturazione spirituale personale, sia per l?azione sociale. Un contesto frequente è rappresentato dalla relazione di reciproco donare tra comunità laiche e monastiche, cosa che gli organizzatori hanno cercato di replicare nei Dhammayietra. Per Ghosananda il donare (dana) era la perfezione primaria (parami). Egli era ben noto per la sua attività di regalare le proprie cose e trovarsi poi in difficoltà come responsabile di un tempio per aver dato soldi ai poveri rifugiati, ma tutti concordano nel ritenere che il suo regalo più importante fosse il suo stato di pace mentale. Se gli domandavano che cosa facesse nel suo tempio-capanna in un campo profughi quando non c?era ?niente da fare?, la sua risposta era semplicissima: ?cercavo la pace, così avrei avuto qualcosa da regalare .?

Personalità come pedagogia

Maha Ghosananda non pubblicò saggi ideologici o comportamentale che servissero a altri leader buddisti impegnati e rimanessero come eredità letteraria. Nonostante la sua particolare personalità, era un monaco buddista nel senso più ?normale?. Forse furono proprio la normalità delle risposte di Ghosananda nel contesto buddista e la mancanza apparente di attivismo a permettere a un?ampia cerchia di cambogiani e di altre fazioni di prendere parte al suo lavoro.

Tuttavia, la sua personalità viene descritta e ricordata come radiosa, pacifica, gentile, a volte eccentrica e pronta a dare risposte enigmatiche di tipo Zen. Anche se le relazioni accademiche lo ignorano, alcune interviste fatte ai suoi collaboratori mettono in evidenza il suo stato di coscienza e il suo carattere, dimostrati soprattutto sia dalla sua particolare pace interiore, in acuto contrasto con la sua esperienza di vita, sia dalla capacità di trasformazione. Rispettato per ciò che disse e fece, in primo luogo è rispettato per ciò che fu.
Sono notevoli alcuni tratti della personalità di Ghosananda. Prima di tutto, sembrava che vivesse sempre nel presente. Gli piaceva dire: ?Qui. Questo. Adesso?, un modo per concentrare l?attenzione sul momento attuale. I suoi insegnamenti erano spontanei e spesso umoristici, ma sempre ispirati ai principi fondamentali.

D: Nella tua vita devi aver avuto momenti molto speciali.
R: Sì.
D: Potresti citarne alcuni?
R: Tutti.

Le risposte a queste domande erano tipiche: nelle interviste egli rispondeva con una sola parola o una sola frase. Eppure si dice che sapesse parlare sedici lingue e che spesso nei discorsi dharma usasse quattro lingue contemporaneamente.

Non sembra che per Ghosananda ci fossero altri obiettivi, se non quello di essere in pace nel presente momento. Se gli si domandava come si potesse realizzare la pace in Cambogia, rispondeva: ?Passo passo. Ogni passo è una meditazione ? ogni passo costruisce un ponte.? Un esempio tipico che dimostra la sua neutralità ci è dato da un?intervista condotta durante un cammino finalizzato a elezioni pacifiche:

D: Perché cammini?
R: Camminiamo per la pace, in modo che le elezioni siano pacifiche.
D: Chi speri che vinca?
R: Vincerà la pace.
D: Puoi specificare?
R: No.

Altro esempio: ?Ovunque vi sia un conflitto cammineremo ? è come respirare. Se ci si ferma, si muore?.

Ghosananda era speciale anche per il suo disinteresse per il potere politico e i beni materiali. Quando era Supremo Patriarca, il suo stile di vita era itinerante e non aveva dipendenti ufficiali. Fece allestire decine di templi, ma non ebbe rapporti ufficiali o legali con alcuno di questi. Fu la stessa cosa con il movimento per la pace, che egli istituì. Non ebbe neppure una scuola o discepoli nel senso tradizionale. Viaggiava non accompagnato, arrivava inaspettato e i luoghi in cui viveva erano spesso sconosciuti anche ai suoi compagni più intimi.

Era ben noto per fare regali. Donava libri, cibo, il suo berretto di lana e cose che avevano regalato a lui. Donava oggetti pregiati a persone qualunque senza un attimo di esitazione, come ad esempio una preziosa statua di Buddha regalatagli dal Dalai Lama. Sembra che non possedesse niente, se non gli abiti e il passaporto.

Un?etica semplice e coerente

L?approccio diretto alla costruzione della pace di Maha Ghosananda spesso ha confuso, ironicamente, chi cercava di descrivere la sua opera. Egli considerava che il rilancio del buddismo contribuisse a costruire la pace ? ma mise in crisi sia gli attivisti sociali, sia i tradizionalisti, non solo perché non vedeva in contraddizione il portare la pace in Cambogia e il cercare la pace interiore, ma anzi era convinto dell?interdipendenza tra i due fatti.

È più utile tornare alla semplicità di Ghosananda. Per lui, l?azione più importante per un pacifista è essere colmo di pace, perché diversamente tutte le altre azioni sono inutili e contrarie all?etica. Un pacifista adirato non è per niente un pacifista. Per contro, una persona pacifica è intrinsecamente un pacifista, perché il suo essere in pace ha un effetto benefico sugli altri. Per la loro semplicità, questi insegnamenti risultano immediati e accessibili a tutti; anche durante un olocausto, in cui la popolazione è impotente e priva di ogni risorsa, si può trovare la pace individuale, si può instaurare un?apparenza di ordine e coltivare la pace sociale.

Mentre alcuni aspetti del lavoro di Ghosananda avevano obiettivi specifici, altri possono servire come modello da copiare o adattare. Per cambogiani e non-cambogiani, il suo esempio invita alla riflessione in particolare gli attivisti sociali nonviolenti. Svela un legame intimo tra motivazione individuale e lavoro e comprende in sé la necessità di incorporare sia nel lavoro quotidiano, che nell?attivismo la propria etica, che deve includere consapevolezza. Dopo la sua recente morte dovremmo esaminare tale legame, nella speranza di realizzare un approccio all?azione sociale eticamente più valido e coerente.

Matthew Weiner è direttore del programma di sviluppo presso l?Interfaith Center di New York e candidato dottore in etica presso lo Union Theological Seminary.

Titolo originale: Peace Wins: Maha Ghosananda, the “Gandhi of Cambodia”, Fellowship, Spring 2007

http://www.forusa.org/fellowship/spring07/weiner.html

Traduzione di Loretta Francovich per il Centro Studi Sereno Regis

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