Una riflessione in forma di lettera

Caro Giovanni,
come promesso nella nostra conversazione telefonica, Ti partecipo i punti che vedrei inseriti su questa che per il momento chiamerò “lettera”.
In primo luogo la necessità di smettere da subito questa pratica di vedere i singoli episodi di violenza come un qualcosa di “a sè stante”, magari circoscrivendoli in luoghi, o legandoli a condizioni (ad es. il degrado urbano o sociale) ma incominciando a vedere la violenza come un elemento strutturale e “sistemico”. Sottolineando la necessità di non andare alla ricerca di responsabili singoli o collettivi (ad es. i mezzi di informazione di massa), ma piuttosto la necessità di un “corpo sociale” di guardarsi dentro per scoprire quello che non funziona, per capire, senza eccezioni e che nessuno se ne tiri fuori, chiunque armi la mano di chi poi materialmente uccide o pratica violenza in tutte le forme che conosciamo. Mai come quest’anno, credo, abbiamo avuto l’opportunità di renderci conto di quali e quanti siano questi luoghi, anche se si è sempre guardato all'”esterno”. Basta pensare all’automobile, ma si è preferito guardare ai “pirati della strada”, alla discoteca, alle sostanze. E non dimentichiamoci che perfino la questione dei “lavavetri” in fondo nasce in automobile. Sara un caso?
In secondo luogo l’urgenza di rendersi conto che non siamo più di fronte a “semplice” razzismo o intolleranza e men che mai paura. Se necessario si può specificare che la paura spinge alla conservazione, non certo alla distruzione dell’oggetto che l’incute e che soprattutto la si contrasta con la rassicurazione e la trattativa. Siamo piuttosto di fronte ad un’onda montante di odio che può insanguinare le nostre strade né più né meno di come lo sono tante in molte altre parti del mondo (Afghanistan, Palestina, Iraq, Balcani, Pakistan, Turchia e via dicendo). L’odio è viscerale, non si contrasta con la semplice rassicurazione e Ti spinge a distruggere l’oggetto di questo sentimento, o forse meglio disposizione, se intendiamo il sentimento come qualcosa di positivo. Inserirei in questo punto il pericoloso affacciarsi di una tendenza alla legittimazione istituzionale attraverso ordinanze o provvedimenti di enti locali che sono stati emanati in alcune città italiane sulla cui efficacia è il caso di interrogarsi ai fini della reale soluzione del problema. In contrasto con l’art. 3 della Costituzione che, se non ricordo male, stabilisce come “compito” dello Stato (cittadini e istituzioni, dunque) fare tutto il possibile per “rimuovere” ogni ostacolo che si frapponga al “pieno sviluppo psicofisico della persona” o qualcosa del genere.
In terzo luogo che se c’è qualcosa di assolutamente inadeguato come risposta a tutto questo è la repressione, la moltiplicazione di dispositivi di “sicurezza” e tutto quello che viene pensato e che è stato progettato.
Infine citerei il problema centrale della necessità del recupero del carattere definitivo della distruzione e della violenza. Personalmente penso che è urgente che i ragazzi recuperino il senso del carattere definitivo della morte, dal momento che, abituati come sono con “play stations” e videogiochi basati su omicidi e distruzioni, che poi hanno un termine, dopo di che si può ricominciare un’altra partita, nella sovrapposizione fra “reale” e “virtuale”, possono perdere il senso di questo principio. Anche il prof. Vittorino Andreoli ha parlato recentemente in una puntata di “Primo piano” di questa sovrapposizione fra reale e virtuale e dei danni che espone, anche se egli attribuiva la responsabilità alla frequentazione di Internet.
Infine, o forse all’inizio (non so dove venga meglio) l’individuazione dell’origine di tutte queste forme diffuse di violenza nei modelli relazionali che vengono proposti alle nuove generazioni e più in generale l’origine ricondotta alla violenza nel rapporto fra persone.
Da qualche parte va inserita la richiesta che gli agenti delle forze dell’ordine non siano equipaggiati con munizioni letali, specialmente in tutti quegli interventi che rientrano nella gestione dell'”ordine pubblico”, ribadendo che si tratta di un provvedimento che da anni viene proposto dalle varie organizzazioni nonviolente e da autorevoli esponenti del mondo dell’associazionismo e del volontariato. E che la formazione alla medizione è assolutamente necessaria proprio in quella degli agenti delle forze dell’ordine. Non so se citare addirittura una proposta di legge presentata da Valerio Occhetto sulla questione e depositata nella precedente legislatura. Ne sa qualcosa Alberto, forse potrebbe risponderVi lui. Ma credo che ne sappia qualcosa anche Luigi Ciotti, che tempo fa se n’era occupato, anche se nella formazione delle forze dell’ordine trattava la questione in relazione alla questione delle tossicodipendenze e della marginalità.
Nella parte “costruttiva” va inserita la necessità di porre mano ad un immediato di piano di contrasto basato su presupposti radicalmente diversi dall’ottica dell'”ordine pubblico”, ma piuttosto incentrato sulla formazione, con particolare riguardo all’incentivazione alla cooperazione e alla collaborazione piuttosto che alla competitività e alla trasformazione dei conflitti da avviarsi sin dai primi anni delle scuole elementari. In questo piano va previsto il coinvolgimento attivo delle comunità dei migranti dal punto di vista “didattico”, per es. nell’insegnamento della geografia e della religione facendone strumenti di conoscenza di usi e costumi e credenze religiose dei vari popoli per dare la possibilità agli alunni delle scuole, ma anche degli insegnanti di avere un approccio di conoscenza che permetta loro di comprendere meglio le ragioni dei comportamenti delle persone. In questa piano è necessario prevedere una serie di iniziative per dare modo al bambino e al ragazzo di avere la possibilità di maturare un armonico rapporto con il proprio corpo e in particolare di avere un’adeguata percezione della fisicità, dal momento che la concentrazione quasi esclusiva sul virtuale fa sì che le giovani generazioni crescano senza un’adeguata percezione della fisicità e che dunque debbano spesso ricorrere alla conoscenza di questa per “violazione”. Rientra in questo anche la violenza sulla donna, dal momento che molto spesso risponde all’esigenza di una “conoscenza negata”.
Nel piano va inserita una precisa indicazione che vincoli in qualche modo gli enti locali a concordare gli eventuali inserimenti di comunità di persone immigrate o comunque dedite a stili di vita differenti da quelle della “società maggioritaria” coinvolgendo tutte quelle realtà che sul territorio sono in grado di svolgere un’azione concreta di mediazione sociale e culturale.
Dedicherei la parte “restirttiva” ad una normativa rivolta alle case produttrici di giocattoli e oggetti di divertimento che limiti davvero la produzione di oggetti attraverso i quali i bambini imparano a distruggere e ad uccidere.
Non so come indicarlo, ma inserirei anche nelle normative che riguardano la regolamentazione della partecipazione alle trasmissioni televisive regole più rigide che inducano i partecipanti ad un confronto fra opinioni differenti che abbia luogo nei termini di civiltà soprattutto al fine di non fornire ulteriori modelli relazionali negativi alle giovani generazioni e tendenti alla responsabilizzazione degli adulti.
Questo è un po’ quello che mi è venuto in mente fino ad ora.
Come Ti ho detto nella nostra conversazione, il modello che mi era venuto in mente era quello delle “cartoline” di Andrea Barbato, un giornalista di cui sento davvero la mancanza. Una presenza ferma, lievemente ironica, mai offensiva, ma estremamente chiara e critica negli interrogativi che poneva, equilibrato e pacato quanto significativo nei giudizi che suggeriva più che dare. Raramente polemica, ma sempre efficace nel mettere a segno le riflessioni che suggeriva, rivolgendosi quasi sempre a potenti o a persone di successo.
Vorrei scrivere a Enrico Ghezzi, proponendogli di dedicare una notte di Fuori orario a quell’esempio di giornalismo che credo non soltanto insuperato, ma anche ineguagliato, un po’ come Alighiero Noschese nel campo dell’imitazione. Bisognerebbe farlo conoscere forse anche all’interno dei nostri gruppi.
Si potrebbe pensare di dedicare alla questione la giornata del prossimo 10 dicembre in modo che non diventi la solita “solfa” sui diritti umani con la retorica che contraddistingue la capacità di chi sta nelle istituzioni di svuotare di contenuto tutto quel che ne ha molto.
Come riflessione interna, credo che a questo punto anche noi potremmo ragionarci se non sia il momento che i corpi civili di pace e chi vuole sperimentare interventi sul campo abbia di che riflettere sull’opportunità di intervenire proprio in queste situazioni. In fondo si tratta di conflitti che si svolgono sul nostro territorio e intervenirvi potrebbe darci un minimo di credibilità nella “società civile”. Se non è un terreno di sperimentazione sul quale costruire e creare un radicamento e la conseguente credibilità nella società civile questo, non saprei quale altro indicare. E’ triste dirlo, ma abbiamo anche noi qui il nostro “piccolo Congo o Palestina o Afghanistan, Iraq” e tutto quel che Ti pare.
E in ultimo, visto che siamo nella settimana cruciale, a Te, mezzo pugliese e mezzo torinese, da camoglino, rivolgo nella mia lingua l’invito: “Figgieu, sabu vegni a Zena pe ‘u gieuttu, me raccumandu, nu femmu schersi”.
Salute agli amici del “Sereno Regis”.
A presto
Angelo

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