Giovanni De Luna, “Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea”

07 09 12 De Luna Il corpo del nemico ucciso

Ieri sera, al Centro Studi Sereno Regis, Alberto Pelissero, Nanni Salio e io abbiamo ricordato con i presenti l’11 settembre 2001 presentando, per fecondo contrasto, gli atti del convegno tenuto un anno fa a Pisa su “L’11 settembre di Gandhi” (rivista “Quaderni Satyagraha”, n. 12), che fu, nel 1906, il giorno di avvio in Sudafrica della campagna di lotta nonviolenta in difesa dei diritti degli immigrati indiani.
Prima di presentare qualche idea contenuta in questo ampio quaderno di 215 pagine (del quale vorrei scrivere un’altra volta), ho voluto raccogliere altre idee dal capitolo finale del libro di Giovanni De Luna, “Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea”, Einaudi 2006.

– Solo negli anni 1990-2000 si possono calcolare per difetto prudenziale 5 milioni e 600.000 persone uccise in guerra (p. 278). Riflettevo, leggendo questi dati: ogni ucciso è un singolo, un unico, sicché 1 = tutto. Mille, un milione è uguale a tante volte un unico. Per ogni vittima e chi le vuol bene, la guerra è tutta lì. Ogni guerra è molte guerre. In ogni ucciso c’è tutta la guerra, qualunque sia il suo esito o conseguenze generali. La quantità di dolori accresce i dolori, ma ogni dolore è già uguale alla somma. Paradosso dell’estremo, dove qualità e quantità si confondono, si sovrappongono, si scambiano. Perde senso il conto delle vittime. Conta solo il fatto di far vittime.

– Come altri autori, De Luna parla, per l’oggi, di “guerra civile globale”. Oggi le guerre sono “postnazionali”, non più gestite principalmente ed esclusivamente dagli stati nazionali, che ne avevano il monopolio, ma da gruppi privati, che si servono degli stati. Cosicché si può dire che siamo passati “dal monopolio [statale] della violenza al mercato della violenza” (p. 279).

– Oggi, tra le prime cinquanta entità economiche del pianeta gli stati sono meno della metà; gli altri sono gruppi privati con disponibilità finanziarie nettamente superiori alla maggior parte degli stati nazionali. L’organizzazione di Bin Laden è uno di questi gruppi, che congiunge il fondamentalismo religioso alla più sfrenata modernità (p. 280).

– Il criminologo Lonnie Athens ha analizzato quattro fasi nel “processo di socializzazione violenta”: 1) brutalizzazione, 2) belligeranza, 3) condotta violenta, 4) virulenza. Gli eserciti addestrano all’uccisione (stadio 3), con alcune regole che escludono la virulenza, ma i meccanismi che essi innescano rotolano facilmente verso il quarto stadio molto ampiamente documentato, anche con tragica iconografia, nel volume di De Luna (p. 286).

– Tuttavia, il “non uccidere” è regola profondamente assorbita nella civiltà e nell’etica della persona normale. Uno studio sulla seconda guerra mondiale ha constatato che, “dopo sessanta giorni di combattimento continuativo, il 98% (novantotto per cento) dei soldati sopravvissuti diventavano casi psichiatrici” (p. 288). Sappiamo qualcosa sulle patologie, non solo fisiche, dei veterani delle guerre successive.

– Un grande storico militare, Samuel L. A. Marshall, scrive che “il soldato medio”, anche se ama addestrarsi al poligono di tiro, al momento di sparare tende a non fare fuoco, bloccato soprattutto “dalla paura centrale, che non è quella di essere ucciso, bensì di uccidere”. Si è parlato addirittura di una patologia che investe il corpo del maschio combattente provocando paralisi, incapacità di parola, tremore, perdita del controllo degli sfinteri, dilatazione delle pupille, occhi annebbiati dalle lacrime; tutti segni di una angoscia e paura che vengono interpretati come una sua repentina femminilizzazione, la ricomparsa del corpo femminile, l’affiancarsi al sodato di un suo “doppio”, “tenero e dolente” (pp. 288-289). Domando: cosa avviene nelle donne, che ora hanno conquistato la parità con gli uomini nel potere di uccidere in guerra?

– Un’altra spiegazione, più storico-culturale che psicologica, vede in un lungo accumulo storico di valori prodotti dalle religioni, dalla cultura, anche dalla politica e dal diritto (p. es., nel violentissimo Novecento, i diritti dell’uomo hanno tuttavia sopravanzato nella valutazione comune i diritti degli stati), una risorsa che tende a frenare e distogliere dall’uccidere, pur tra molte gravi contraddizioni (pp. 289-291). Trovo strano che qui De Luna non accenni neppure a Gandhi (assente anche nell’indice dei nomi) e al movimento da lui mosso in controtendenza rispetto alla violenza del Novecento. Gandhi rappresenta un apporto alla storia dell’umanità, consistente precisamente nella combinazione equilibrata e originale di religione, cultura, politica. Questa carenza nello studio accurato di De Luna sulla violenza contemporanea non è insignificante. Nella cultura affermata sul piano accademico e pubblicistico, qualche ritegno culturalmente ingiustificato rende incapaci non dico di celebrare Gandhi, ma di fare attenzione, anche critica, al suo apporto. Su “Gandhi ignorato”, con alcune importanti eccezioni come Mounier e Ricoeur, scrive cose chiare Jean-Marie Muller in “Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace” (Pisa University Press, 2004, pp. 237-240).

Enrico Peyretti, 12 settembre 2007

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