Il biocarburante che ci lascerà a secco

Il biocarburante che ci lascerà a secco di Giorgio Venzo – 28/08/2007

Fonte: luogocomune.net

La crescente apprensione verso i livelli d’inquinamento da idrocarburi, sommata a quella per l’annunciato picco petrolifero, di recente ha spinto sempre più i biocarburanti sotto i riflettori dell’aspettativa generale. Primo tra tutti per fama e volumi prodotti è il bioetanolo, cioè il comune alcool etilico ricavato da materie prime vegetali, che può sostituirsi del tutto o in parte alla storica benzina. Il presente articolo si propone d’illustrare le cause dell’ampia diffusione di questa sostanza, le ragioni dietro la selezione di determinati tipi di sementi per la sua produzione e le conseguenze a livello mondiale di tale scelta, con particolare accento sulla nazione che più di tutte ne influenza il mercato: gli Stati Uniti d’America.

Governi & biocarburanti: così fan tutti.

La fama dell’attuale Presidente USA in fatto d’ambientalismo e sviluppo sostenibile è notoriamente tra le peggiori del pianeta. Tuttavia nell’ultimo ?discorso sullo stato dell’Unione 2007? ha annunciato un forte impegno nello sviluppo di fonti rinnovabili e biocarburanti per autotrazione ma, come movente accanto a quelli di cui sopra, ne ha aggiunti altri più coerenti alla sua tradizionale linea politica:

“Per troppo tempo la nostra nazione è dipesa dal petrolio straniero. E tale dipendenza ci lascia più vulnerabili a regimi ostili ed a terroristi che potrebbero causare gravi interruzioni dei rifornimenti e aumenti del prezzo del petrolio e provocare un forte danno alla nostra economia. […] Dobbiamo proseguire gli investimenti in nuovi modi per produrre etanolo usando di tutto, dagli scarti di legname alle erbe, agli scarti delle colture agricole. […] Stanotte, chiederò al Congresso di unirsi a me nel perseguimento di un grande obiettivo. Facciamo un passo avanti e riduciamo l’utilizzo di benzina negli USA del 20% …

… nei prossimi 10 anni. Potremo così ridurre le nostre importazioni totali di una quantità equivalente ai 3/4 di tutto il petrolio che ora importiamo dal Medio Oriente. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo aumentare la disponibilità di carburanti alternativi stabilendo una normativa obbligatoria sui carburanti per ottenere 35 miliardi di galloni (circa 130 miliardi di litri – NdT) di carburanti alternativi e rinnovabili nel 2017; cioè cinque volte tanto l’attuale. […] E queste tecnologie ci aiuteranno a servire meglio l’ambiente e a combattere la sfida impegnativa del riscaldamento globale. [1]

Non è però questa la prima iniziativa in materia da parte dell’attuale governo: da tempo è in corso una gara al rialzo nella pianificazione pubblica relativa alla produzione di biocarburanti. Eccone alcune:
1) l’Energy Policy Act del 2005 imponeva per l’etanolo da mais un aumento di volume dai 4,5 miliardi di galloni previsti per il 2006 ai 7,5 entro il 2012 (1 gallone US = 3,78 litri);
2) l’US Department of Energy (DoE) auspica la sostituzione del 30% dei carburanti fossili per autotrazione entro il 2030;
3) singoli Stati come il Minnesota sopravanzano la legislazione federale aumentando le quote d’etanolo miscelato al 20% entro il 2010. [2]

Di certo gli USA non corrono da soli verso simili traguardi: ([3])
4) una trentina di Paesi dell’est e sud-est asiatico stanno rafforzando la produzione di biodiesel da palme da cocco per diminuire le importazioni di petrolio; la Malaysia ha in progetto piantagioni su larga scala per esportarlo in Europa; [4]
5) il Governo australiano ha deliberato entro il 2010 un aumento della produzione di bioetanolo pari a cinque volte l’attuale;
6) l’Unione Europea ha imposto una quota di bioetanolo pari al 5,75% entro il 2010 ed al 20% entro il 2020; [5]
7) il Canada ha comandato l’uso di miscele al 10% di etanolo in tre Province;
8) il Sudamerica non è da meno:
“Il patto Lula-Bush è il primo passo di una corsa globale ai raccolti destinati a biocarburanti. Canna da zucchero, olio di palma e piantagioni di soia per biocarburanti stanno rimpiazzando foreste e pascoli in Brasile, Argentina, Colombia, Ecuador e Paraguay. La coltivazione della soia ha già causato la deforestazione di 21 milioni di ettari in Brasile e 14 milioni in Argentina ([6]), senza soluzione di continuità poichè i prezzi dei cereali sui mercati mondiali continuano a salire.” [7]
Il Brasile, maggior esportatore mondiale di bioetanolo, mira a raddoppiarne le esportazioni entro il 2010 espandendo il proprio mercato in molti altri Stati quali Giappone e Nigeria; ha investito inoltre 9 miliardi di dollari in dozzine di nuove infrastrutture per gestire l’aumento di produzione. [8]

Nonostante le parole del Presidente Bush fossero esplicitamente rivolte all’uso di erbe e scarti agricoli (steli, foglie e cortecce) più economici da coltivare e dalle maggiori rese per ettaro, il 95% dell’etanolo prodotto in USA deriva oggi dal mais e così sarà ancora per molto tempo, rendendo le sue parole poco più d’una velleità. Perchè?

L’amena genesi del bioetanolo.

Dopo aver alimentato il primo motore a Otto tra XIX e XX secolo, l’etanolo è stato utilizzato in USA negli anni ’30 della depressione, in Italia durante il regime fascista e in modo crescente sin dagli anni ’70 in Brasile ed USA fino ad oggi. Fu la crisi seguita all’embargo dei Paesi del Golfo che spinse il Governo USA a promuovere sussidi favorenti il risparmio di petrolio tramite miscelazione d’etanolo e benzina attraverso l’Energy Tax Act del 1978, ma l’aumento successivo nei prezzi del mais rese il bioetanolo così poco conveniente che nel 1986 lo United States Department of Agricolture (USDA) dichiarò che il comparto agricolo-industriale ad esso collegato non sarebbe sopravvissuto a meno di ulteriori massicci incentivi. La legge del ’78 disciplinava l’introduzione di un 10% di etanolo nella benzina (la famosa miscela “gasohol”) attraverso agevolazioni comprendenti riduzioni delle accise alla pompa e forti sconti sugli investimenti per le infrastrutture di produzione da biomasse, possedute principalmente da compagnie petrolifere quali Texaco, Chevron e Amoco. Dal 1988 invece si cominciò ad imporre l’etanolo come agente ossigenato per ridurre le emissioni di monissido di carbonio. Nel 1994 si registra un’altra grande vittoria quando il Renewable Oxigen Standard emanato dall’Environmental Protection Agency (EPA) stabilisce che almeno il 30% dell’etanolo usato per carburanti sia da fonti rinnovabili, cioè bioetanolo. Tale norma è poi dichiarata incostituzionale ma le fondamenta per la supremazia del mais nella produzione di bioetanolo sono già solide e il relativo comparto ben avviato. [9]

Anche in Europa si assiste ad uno sviluppo simile, negli anni ’90, dovuto agli incentivi della Comunità Europea all’agricoltura. Poichè questi favorivano le colture ad alta resa per ettaro mentre i cereali pregiati ne avevan di minori, si assistette ad un aumento di produzione di granaglie scadenti destinate alla distruzione in quanto inutili all’industria alimentare. Che farne, allora? Trasformandole in etanolo si sarebbe potuto ottenere l’ETBE, additivo ossigenato per la benzina in sostituzione del vecchio piombo tetraetile. E’ l’epoca della benzina verde e su indicazioni del Ministero dell’Ambiente un 20% circa del parco macchine italiano dovrà subire modifiche per adeguarsi al nuovo carburante imposto per legge dal 2002. Così, acquistando a basso prezzo le eccedenze in parte già pagate dai contribuenti, le raffinerie ricavano un prodotto finale da vendere ai contribuenti stessi millantando svolte ecologiste… nonostante tra gli additivi inizialmente usati nella verde ci fosse anche l’MTBE che in USA fu proibito in molti stati sin dagli anni ’90 in seguito ai danni provocati dall’infiltrazione di falde acquifere in ben 43 di essi.
Ora che il trend del bioetanolo è consolidato, nel 2006 l’Europa ha registrato aumenti record di produzione: +73% rispetto al 2005, accompagnati da sconti sulle accise pari spesso al 100%. [10]

Dunque i biocombustibili nacquero essenzialmente come sostituti della benzina in tempi di magra dovuti a rialzi nei prezzi del petrolio o al riutilizzo di eccedenze agricole. Ma allora quale fattore ne ha davvero decretato l’ascesa costante in USA lungo questi trent’anni? Ce lo spiega addirittura un Governatore:
Una volta chiesi al Governatore Tom Vilsack dell’Iowa, durante una conferenza stampa, perchè mai i californiani e gli abitanti degli stati del nord-est dovessero essere costretti a mettere etanolo nella loro benzina quando la Scienza chiaramente mostra che non ha benefici ambientali – ricorda Paul Rogers del San Jose Mercury News.
“E’ perchè aiuta gli agricoltori del mio Stato ad espandere il loro mercato”, rispose lui.
“Ma allora immagino lei sosterrebbe una nuova legge federale per imporre a tutti gli abitanti di Des Moines [capitale dell’Iowa – NdT] l’acquisto di un computer per aiutare la gente della Silicon Valley ad espandere i loro mercati?”, chiesi io. Non fu d’accordo. [11]

Il “capitalismo” dei sussidi statali.

Attualmente il bioetanolo in USA gode di incentivi economici a livello federale e statale conferiti a tutti i principali soggetti della filiera, dal campo coltivato alla pompa di servizio. La benzina miscelata si giova di riduzioni fiscali sulle accise; altri sconti fiscali sono attivi per i distillatori che arricchiscono i propri carburanti con bioetanolo. Non solo, ma in certi stati si pagano direttamente gli agricoltori un tanto al gallone prodotto, il che in Minnesota ha fatto schizzare la produzione di 380 volte dal 1987 ad oggi.

Parlando di “chi riceve quanto” delle suddette elargizioni, si scopre che il 25% dei totali sussidi federali targati USDA vanno all’1% dei soggetti richiedenti ([12]). Si passa al 73% dei sussidi assegnati al 10% dei richiedenti: tra i maggiori beneficiari sono le compagnie del cosiddetto agribusiness. Le somme non sono dappoco: 165 miliardi di dollari tra il 1995 ed il 2005, di cui il mais occupa il 31% costituendo la voce di maggior sovvenzione. [13]

Tra le tante compagnie che beneficiano di queste politiche una delle maggiori per dimensioni ed importanza è senza dubbio la Archer Daniels Midland (ADM). Essa è la prima produttrice di alimenti per umani ed animali tanto che negli anni ’90 ha adottato il soprannome di “supermercato del mondo” potendo nutrire fino a 300 milioni di persone oltre a svariati milioni di capi di bestiame. E’ oggi la multinazionale leader mondiale nella produzione di bioetanolo: grazie al suo recente boom ha letteralmente visto impennare i propri guadagni facendolo oggetto di ambiziosi progetti per il futuro. La ADM è anche famosa per la tradizione decennale nella manipolazione illegale del prezzo di diverse sostanze al fine di creare un cartello artificiale dei prezzi, faccenda risoltasi in una sequenza di scandali, incarcerazioni e risarcimenti milionari da guinness dei primati, terminati i quali ha ritenuto prudente rivalutarsi attingendo dal comparto petrolifero ed assumendo come amministratore delegato la Sig.ra Patricia Woertz, ex alto dirigente della Chevron.

A cosa si deve tanto successo?
L’avventura dell’ADM nei biocarburanti è cominciata alla fine degli anni ’70, ai tempi dell’Energy Tax Act, quando si pose il problema di gestire senza perdite una sovrapproduzione di mais e si optò per il bioetanolo. Da allora l’attività di lobby sulla sfera politica non si è mai fermata, nemmeno durante gli scandali che la coinvolsero. Per assicurare i propri investimenti, essa ricorre al finanziamento di entrambe le parti politiche affinchè il mais resti l’elemento base per la produzione di biocarburanti negli stati della corn belt americana. In cambio, la ADM dal 1980 ha ricevuto 10 miliardi di dollari in contributi federali. Si stima che soltanto fino al 1995 ogni dollaro da essa guadagnato nel solo mercato del bioetanolo ne sia costati 30 al contribuente americano redendola così, al pari d’altre multinazionali, una realtà avulsa dai meccanismi di rischio in proprio e pari concorrenza conferendole invece quelli dell’assistenzialismo e connivenza politica tipici del corporate welfare. [14]

E’ risaputo come purtroppo tale semente comporti oneri di coltivazione assai elevati rispetto ad altre; si potrebbe pensare allora che una simile politica artificiale sia destinata all’insuccesso grazie alla possibilità di acquistare bioetanolo dall’estero, ad esempio dal Brasile. Ciò purtroppo non accade poichè grazie alle lobby dello zucchero tanto il bioetanolo quanto la canna da zucchero importate in USA sono gravate da pesanti dazi, rendendole meno convenienti e mantenendo così il mercato interno sotto una campana di vetro. Non a caso la strategia dell’ADM a breve termine è quella di continuare a puntare sul mais.

La stessa governance dell’ADM riconosce una maggior efficienza ed economicità di coltivazione nelle materie prime di derivazione cellulosica per la produzione di bioetanolo, nota sin dalla metà degli anni ’90, ma la tecnologia per realizzarle con economie di scala vantaggiose va a rilento e non è ancora pronta (si stima lo sarà tra 10-15 anni) e si rimanda l’implementazione ad un prossimo futuro. Non si comprende però in quale modo una soluzione riconosciuta come migliore possa attecchire se la materia prima concorrente, il mais, viene continuamente pompata da sussidi a pioggia. Finchè a un contadino converrà piantare mais, difficilmente sceglierà altri tipi di vegetale e la produzione scarsa di quest’ultimi porterà la rete di distillazione e distribuzione a giustificarsi dicendo che non c’è abbastanza mercato per investire somme notevoli nelle infrastrutture necessarie. E’ un serpente che si mordela coda…. e la testa è a Washington.

Sostenibilità del bioetanolo nel mercato artificiale.

La gamma di piante da cui è possibile ottenere bioetanolo è molto ampia, tuttavia solo alcune sono state preferite per coltura intensiva a tale scopo: barbabietola da zucchero, mais, canna da zucchero, orzo e frumento. Stati Uniti e Brasile si contendono il primato mondiale di produzione utilizzando quasi esclusivamente mais il primo, canna da zucchero il secondo. L’Europa invece frumento, orzo e barbabietola. [15]
Tra tutte, il mais è quella che necessita più energia sotto forma di potenti irrigazioni, fertilizzanti, insetticidi, erbicidi ed aumento notevole delle superfici coltivate causa le basse rese per ettaro; le tecnologie per sintetizzare i prodotti chimici necessari sono alimentate da idrocarburi, così come i macchinari usati per l’intensivo processo di coltivazione ed in risposta ad un picco di produzione è dunque prevedibile un aumento delle importazioni di petrolio, non una diminuzione. Ciò potrebbe spiegare la pratica dei cospicui finanziamenti che le compagnie petrolifere elargiscono a diversi centri di ricerca sui biocarburanti. [7]
Inoltre, l’attrattiva per gli agricoltori di ricavare più soldi dal mais destinato a tale prodotto li spinge a modificare le classiche rotazioni agricole del raccolto, adottate per non impoverire i terreni, concentrandosi invece su mais e soia (da quest’ultima si ricava il biodiesel). L’erosione dei terreni è infatti una delle maggiori problematiche connesse alla coltivazione intensiva del mais.

Le leggi che impongono l’uso di bioetanolo han provocato anche altri danni: sull’onda del boom molti impianti di distillazione sono stati costruiti in fretta e furia (la produzione è passata dai 2,7 miliardi di galloni del 2003 ai 4,5 nel maggio 2006 e tra tre anni si prevede di raddoppiarla) ma troppo spesso lesinando su misure di sicurezza al punto che un’inchiesta del 2002 in Minnesota ha accertato che gran parte di essi rilasciavano agenti inquinanti in quantità molto superiori al consentito (e dichiarato), rendendo l’aria tanto irrespirabile per l’odore quanto dannosa entro un’ampia area circostante. [16]
Proprio la ADM nel 2003 è stata costretta a spendere circa 350 milioni di dollari per riadattare alle norme anti-inquinamento 52 impianti in ben 16 stati USA. Non solo, ma un’errata stima per difetto della USDA sulla quantità di distillerie in costruzione sta provocando un aumento imprevisto di domanda di mais per bioetanolo, che nel 2006 ha pareggiato la quota destinata all’esportazione: si calcola che la reale quantità di granaglie processabili dal totale parco distillerie USA superi del doppio quella prevista per il 2008. Ma a meno di non lasciarle inattive, si prevede un’aspra competizione tra settore alimentare ed automobilistico con seria ripercussione sui prezzi. [17]

Alcune cifre: il raccolto USA di mais nel 2008 è stimato intorno ai 12,6 miliardi di bushel ([18]) mentre la capacità complessiva di lavorazione degli impianti USA per la sintesi di bioetanolo in quello stesso anno, emendata dalle sottostime di cui sopra, raggiungerà di 5,4 miliardi di bushel (1 ton di mais = 39,4 bushel) pari cioè a più del 40% del totale raccolto; nondimeno, la quota di combustibili fossili per autotrazione che sarà in grado di sostituire negli USA si aggira sul 6% soltanto. Se invece oggi si convertisse l’intera superficie coltivata USA in mais per etanolo, il consumo di combustibili fossili per autotrazione si ridurrebbe del 16%. Nel 2004 la quota di mais destinata al bioetanolo è stata dell’11% e questo dà un’idea dei progressi annui del comparto.

Quali conseguenze per le tasche dell’automobilista USA?
Gli incentivi al bioetanolo ammontano attualmente ad una quota che va dal 42 al 55% del suo prezzo al dettaglio e servono ad attenuare i maggiori costi di produzione rispetto alla benzina. Purtroppo i vincoli di miscelazione non tengono conto delle rapide fluttuazioni nelle sue quotazioni, provocando notevoli saliscendi dei prezzi alla pompa col risultato che spesso le miscele sono più costose della benzina. Inoltre, occorre ricordare che usando etanolo serve un pieno maggiore per percorrere pari distanze a causa del suo minor contenuto energetico. [19]
Il risultato non sembra stupire: a parte i maggiori costi dovuti alle tecnologie di produzione, come potrà il prezzo divenire realmente competitivo se da anni, grazie alle leggi in materia, la domanda di questo biocarburante supera costantemente l’offerta? ([20]) Questo forte squilibrio nel 2006 ha provocato in USA grosse difficoltà costringendo i produttori ad acquistare bioetanolo dal Brasile in quantità cinque volte superiori all’anno precedente, mentre i dazi d’importazione sono rimasti invariati a quota 0,54 $/gallone. Ciò ovviamente ha innalzato i prezzi alla pompa di benzina. [21]

Sull’onda di piena degli incentivi alcune voci si sono levate per affermare la necessità di selezionare meglio i beneficiari, puntando ad esempio sulle piccole realtà locali d’imprese agricole in modo che possano anche loro inserirsi in un mercato all’apparenza tanto redditizio.
“La ADM una volta dominava più del 60% della produzione di etanolo [in USA – NdT], ma oggi ne controlla meno del 25% a causa della costruzione, in questi ultimi anni, di un certo numero di impianti di proprietà degli agricoltori. La ADM sta progettando di riappropriarsi di una fetta di mercato aumentando la capacità produttiva di 550 milioni di galloni nei prossimi due anni, cioè fino a 1,65 miliardi di galloni, portando la sua quota al 50% della produzione totale.” [22]
Sembrerebbe quindi una saggia mossa per sviluppare in modo generalizzato l’economia e l’agricoltura, ma potrebbe rivelarsi un ulteriore elemento di danno per coloro che all’inizio pensarono di beneficiarne: cosa succederà, infatti, quando la bolla del bioetanolo scoppierà? E’ assai probabile che i primi impianti a restare a secco saranno quelli degli investitori locali, con spalle meno solide e coperte delle multinazionali concorrenti.

Biocarburanti ed OGM: i promessi sposi?

Su tutto quanto sopra esposto grava un doppio vincolo imprescindibile: la disponibilità di terra necessaria ad una simile espansione e la bassa resa per ettaro delle piante coltivatevi, mais sopra a tutti. Come fare per migliorarla? I dirigenti ADM puntano sulla modificazione genetica, che ha già prodotto risultati incoraggianti:
“La Sig.ra Woertz e gli altri dirigenti ADM affermano di credere che la manipolazione genetica del mais, che ha portato ad un incremento del 75% nelle rese rispetto al 1980, sarebbe in grado di tenere il passo con la domanda crescente di prodotti non alimentari quali l’etanolo.”

Non solo, ma con questo accordo le compagnie OGM troveranno un ottimo sfogo alla scarsa tolleranza dell’opinione pubblica verso i prodotti per alimentazione umana… quantomeno a quelli di cui ci si accorge. La manipolazione genetica è oggi vista come il mezzo che consentirà di incrementare le prestazioni dei carburanti vegetali in generale, incluse materie prime di tipo cellulosico come il pioppo ed il miscanthus, avanzando sperimentazioni anche su OGM progettati per ottimizzare la fermentazione delle biomasse. [23]

Quello del tasso di conversione delle superfici da incolte ad arabili è un tema così stringente da veder inclusa nel Farm Bill 2007 una proposta di incremento del 50% dei suoli protetti: le cosiddette wetlands, cioè le zone più fertili che le intensive irrigazioni minacciano di prosciugare. [24]
Dunque prima si inaugura per legge la corsa all’espansione dei terreni coltivati (domanda alle stelle), poi se ne limita per legge l’estensione (offerta zoppa). Con quali conseguenze?

Ripercussioni sul mercato alimentare.

Partiamo dalla premessa fondamentale: gli USA sono in assoluto i primi produttori di mais, detenendo anche il 70% delle esportazioni mondiali. Qualunque scossa nel suo mercato interno avrà dunque effetti immediati a livello mondiale. La maggior richiesta di mais ne farà impennare il prezzo, ma ciò causerà aumenti anche in quello degli altri cereali che verranno acquistati in misura maggiore da chi resterà a secco di mais o non potrà permetterselo. Si aggiunga la concorrenza tra mais ed altre colture nell’espansione dei terreni convertiti a coltura causa la necessità di mantenere comunque costante la produzione per tutti i settori interessati.
Misura di un tale andamento è la progressiva diminuzione delle riserve di cereali (i cosiddetti “surplus”) rimasta ad ogni Stato al netto della quota di esportazioni e vendite interne al mercato dell’alimentazione (umana e animale), dell’etanolo e dell’industria della trasformazione: il surplus è dunque l’indice della capacità di ammortizzare senza eccessivi danni le variazioni delle quantità prodotte annualmente.

Un aumento dei prezzi dei cereali scatenato dai sussidi e dalle leggi sulle quote di biocarburanti influirà quindi a catena su tutto ciò che da essi dipende: non solo i lavorati quali pane, pasta e dolci, ma anche tutti i generi derivati da alimentazione animale: carni (pollame, bovini, suini, pesci…) e uova, latte e latticini…
Proprio il mais per bestiame ha registrato raddoppi di prezzo nell’ultimo anno, provocando in molti stati USA un aumentato del prezzo del latte pari al 55%. Persino il gelato costerà più caro. [25]
Si calcola che un quarto di tutte le merci acquistabili in un supermercato dipenda dalla filiera del mais: pannolini, fiammiferi, additivi e coloranti alimentari, lieviti, olii, collanti, sacchetti della spazzatura, dentifrici. Il che aiuta a capire perchè questa semente sia la regina dei cereali e così tanti agricoltori stiano correndo a convertire i propri raccolti in qualcosa che una domanda alle stelle sta rendendo molto promettente nell’immediato. Sempre sulle riserve interviene il direttore esecutivo del World Food Programme, agenzia dell’ONU, lamentando una maggior difficoltà a rifornire di cereali i destinatari degli aiuti umanitari:
“Come risultato della conversione a biocarburanti delle colture di mais e soia in USA e Brasile, le riserve di cibo stanno letteralmente scomparendo. La scorta mondiale di cibo, secondo i dati FAO, è ai minimi dal 1972.” [26]

Il mercato alimentare derivato dai cereali è comunque per sua natura fluttuante a causa delle variazioni annuali di raccolto influenzate da fattori quali siccità o maltempo. Tale aleatorietà viene però di solito compensata dirottando gli acquisti su articoli alternativi e meno costosi, ma in generale si accetta una certa elasticità dei prezzi. Il mercato dei carburanti invece è notoriamente molto sensibile ai prezzi ed assai meno elastico: in caso di pessimo raccolto, la concorrenza di un simile rigido comparto porterà grosse difficoltà nell’approvigionamento alimentare. [27]
Anche la Cina se ne è accorta: nonostante abbia annunciato per il III anno di fila un raccolto record, ha ribadito esplicitamente di voler evitare la conversione di granaglie alimentari a biocarburanti, puntando invece sui vegetali di tipo cellulosico. [28]

L’Italia: un caso a parte?

A cominciare da settembre, per poi salire nei mesi seguenti, nel nostro Paese sono annunciati pesanti aumenti nei prezzi di alcuni generi alimentari: carne, pasta, pane e dolci del 20%; pollame e uova di un 15%; burro del 50%. Il Ministro delle Politiche Agricole Paolo de Castro è però certo che la colpa sia della Cina, che:
“…con un aumento dell’11% del suo PIL ha contribuito al rincaro delle materie prime, dei generi alimentari, e alla carenza nella produzione cerealicola, soprattutto quella del grano duro, che in Italia copre solo la metà dell’offerta richiesta”.
Ovviamente per il Ministro i biocarburanti non c’entrano nulla, in quanto in Italia ed Europa:
“…non si può ancora parlare di questo fenomeno, perché le coltivazioni di biocarburanti sono ancora troppo limitate per spiazzare quelle tradizionali”. [29]

La carenza di raccolto denunciata dal ministro non può essere di certo quella della Cina, vista la sua tripla annata record: la nazione ad aver subito una battuta d’arresto è piuttosto l’Ucraina. In quanto ai consumi la Cina nelle statistiche degli anni recenti non ha registrato variazioni decisive tanto nella produzione quanto nell’import/export dei maggiori cereali; riguardo al mais, essa è una modesta esportatrice mentre ne importa quasi zero. [30]
Non si capisce inoltre il motivo per cui il ministro escluda l’opzione biocarburanti considerando la sola estensione agricola europea, quando il mercato dei cereali è ormai globale e storicamente ha capitale negli USA: buona parte delle sue esportazioni di mais finiscono proprio in Europa. Il prezzo di questi generi è notoriamente fissato dal mercato USA ed il resto del mondo vi si adegua. In un simile quadro, il peso della sola Europa (figuriamoci l’Italia…) è del tutto secondario. [31]

Allora perchè in Italia aumenteranno i prezzi? Per la convergenza di due fattori. Il primo è la progressiva diminuzione delle coltivazioni di grano duro in Italia, aggravate da un recente cattivo raccolto per siccità: da molti anni una sempre maggior percentuale a basso prezzo e qualità scadente è importata da Paesi quali Canada, Turchia, Siria ed Australia provocando un abbassamento dei prezzi nazionali della materia prima fino all’equivalente di 12 ?/quintale del 2006, tanto che il valore attuale di 23 ?/quintale è confrontabile con quello del 1985 ([32]). Questo fece sì che nei granai nostrani restassero giacenze inutilizzate, disincentivandone la coltivazione e riducendo sensibilmente anche la superficie di terre ad esso dedicata, con beneficio delle importazioni dall’estero che ora superano il 50% del nostro fabbisogno di grano duro. [33]
La seconda, su cui il ministro ha glissato, sta nel fatto che quei Paesi da cui importiamo il grano duro hanno finito o ridotto le scorte a causa dell’impennata nella corsa globale ai biocarburanti. Il Canada ha annunciato che non venderà grano duro fino a novembre, la Siria invece ha bloccato le esportazioni, l’Australia le ha ridotte. Da ciò gli aumenti nel prezzo della materia prima estera.
E’ ovvio poi che un crollo di produzioni per siccità in alcune regioni del pianeta avrà l’effetto d’una grancassa, se le riserve con cui compensarlo sono sempre di meno ed a prezzi più alti.

Conclusioni.

L’affare del bioetanolo è stato capace, lungo i trent’anni che ci separano dalle crisi petrolifere, di unire in una sola voce le istanze d’ambo i fronti politici: i belletti ambientalisti della sinistra, le glorie autarchiche della destra. Gli effetti deleteri sono quelli appena elencati ed originano dalla stessa fonte: l’invasiva pianificazione statale in materia agricola ed energetica.

Nonostante i prezzi dei generi alimentari siano sempre dipesi da quelli delle fonti energetiche necessarie a produrli, un risultato del corso attuale è l’averli letteralmente saldati, ponendo le due merci in diretta competizione. A tal proposito giova riportare le parole di Patricia Woertz nell’intervista al New York Times dell’anno scorso:
Quando la Sig.ra Woertz guarda al futuro, vede i trend gemelli di una crescente popolazione che necessita di cibo addizionale, con una dieta che richiede sempre più proteine, e la sfida di risorse alternative al petrolio per l’energia. Dichiara che l’ADM è ‘in una posizione unica’ per beneficiare dell’aumento globale di domanda sia di cibo che di carburante. “Abbiamo le tecnologie, abbiamo le risorse e abbiamo le infrastrutture” afferma.

Ricordano molto quelle che il Segretario di Stato USA Henry Kissinger pronunciò quando i prezzi del petrolio e dei generi alimentari ebbero, a partire dal 1975, aumenti vertiginosi del 300-400% in pochi anni:
?Controlla il petrolio e controllerai intere nazioni; controlla il cibo e controllerai le persone.? [7]
Con la sola rilevante differenza che a parlare oggi sono… esattamente gli stessi d’un tempo: perchè mai dovrebbero aver cambiato faccia, ora che tra le maschere più in voga c’è quella ambientalista?

***

Note:

[1] President Bush Delivers State of the Union Address – Casa Bianca, 23 gennaio 2007.
[2] History of the Minnesota Ethanol Program – Minnesota Department of Agricolture.
[3] Powering Towards or Away From Food Security? Crawfordfound.com, 15 agosto 2007.
[4] Il mito (e i danni) dei «bio-carburanti» ? Marinella Correggia, Il Manifesto, 14 luglio 2006.
[5] I biocombustibili e i biocarburanti – Keinstar Associates, 2006.
[6] Biofuel boom drives cattle, gauchos from Argentina’s Pampas – OffNews.info, 14 luglio 2007.
[7] The hidden agenda behind the Bush Administration’s bio-fuel plan – GlobalResearch, 25 luglio 2007.
[8] Brazil hopes to build on its ethanol success – USA Today, 28 marzo 2006.
[9] Ethanol milestones – US Department of Energy (DoE), 5 marzo 2003.
[10] La production de bioéthanol dans l’UE – Plateforme Biocarburants 2007.
[11] Drunk on Ethanol – agosto 2004.
[12] Total USDA Subsidies in United States – Farm Subsidy Database.
[13] Top programs in United States, 1995-2005 – Farm Subsidy Database.
[14] Ethanol Keeps ADM Drunk On Tax Dollars – Doug Bandow, Cato Institute, 2 ottobre 1997.
[15] Scheda bioetanolo – Comitato Termotecnico Italiano, 2006.
[16] Gopher state ethanol problems trigger national crackdown – Minnesota Public Radio, 23 settembre 2002.
[17] Distillery demand for grain to fuel cars vastly understated – Earth Policy Institute, 4 gennaio 2007.
[18] Who Will Have Surplus Corn? – C. Hart & B. Babcock, Center for Agricultural and Rural Development, Iowa State University, inverno 2007.
[19] Ethanol gets pricier but could plummet next year – USA Today, 21 giugno 2006.
[20] Monthly U.S. Fuel Ethanol Production/Demand – Renewable Fuel Association, Industry Statistics 2007.
[21] Ethanol shortage could up gas prices – USA Today, 30 marzo 2006.
[22] A bet on ethanol, with a convert at the helm – New York Times, 8 ottobre 2006.
[23] Ecco la pianta dell’energia pulita – Carlo Rubbia, Corriere della Sera, 3 maggio 2007.
[24] “Farm Bill 2007” fact sheet – United State Department of Agricolture, 21 marzo 2007.
[25] Ice-cream makers frozen out as corn price rises – The Times, 16 luglio 2007.
[26] Surge in biofuels pushes up food prices – Financial Times, 15 luglio 2007.
[27] Ethanol and food price volatility – 22 luglio 2007.
[28] Biofuel ‘Not at Expense’ of Foodgrains – China Daily, 18 dicembre 2006.
[29] Prezzi: De Castro, Rincari Pane e Pasta? Colpa Della Cina – RaiNews24, 28 luglio 2007.
[30] Corn: trade – USDA Economic Research Service, 20 luglio 2006.
[31] Grain: World Markets and Trade – USDA Foreign Agricultural Service, luglio 2007.
[32] La C.I.A. Puglia su grano duro e pane – Newsfood.com, 31 luglio 2007.
[33] La forte riduzione del prezzo del grano duro è causato dalla massiccia importazione di prodotto da Paesi non comunitari – C.I.A., 16 aprile 2002.

Bibliografia supplementare:

The rush to ethanol – Food & Water Watch, 2007.
U.S. Corn for Fuel Ethanol, 1980-2006 – Ricca panoramica delle statistiche USA sulla destinazione delle quote di mais e sugli impianti di lavorazione dell’etanolo.
Ethanol Makes Gasoline Costlier, Dirtier – Jerry Taylor & Peter Van Doren, Cato Institute, 29 gennaio 2007.
Experts foresee efficient ethanol production – Physorg.com, 8 febbraio 2007.
Top All-Time Donor Profiles – Classifica ragionata dei principali gruppi di pressione in USA.
Archer Daniels Midland: A Case Study In Corporate Welfare – James Bovard, Cato Institute, 26 settembre 1995.

In allegato lo stesso testo in formato word

I commenti sono chiusi.