La saggezza della lumaca

La saggezza della lumaca
di Serge Latouche – 29/03/2007
Fonte: slowfood

1 ? Il progetto di una società autonoma ed economa implicito nello slogan della decrescita non è nato ieri. Non c?è bisogno di risalire a talune utopie del primo socialismo, né alla tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo, per scoprire che questo progetto di decrescita è stato formulato, in una forma analoga alla nostra, sin dalla fine degli anni Sessanta, da André Gorz, François Parlant, Cornelius Castoriadis, ma soprattutto da Ivan Illich. Il fallimento dello sviluppo al Sud e la perdita di riferimenti al Nord portavano diversi pensatori a rimettere in discussione la società dei consumi e i suoi fondamenti immaginari, il progresso, la scienza e la tecnica. La presa di coscienza relativa alla crisi dell?ambiente che al contempo si verifica, determina una nuova prospettiva, nella quale la società della crescita non solo non è auspicabile, ma non è neppure sostenibile. Occorre dunque uscirne, e più in fretta questo avverrà, meglio sarà.

2 ? Nel progetto della decrescita, l?autonomia va intesa in senso forte, nel significato etimologico (autos?nomos: che emana le proprie leggi) in opposizione all?eteronomia della mano invisibile del mercato e dei diktat della tecnoscienza nella società (sovra)moderna. La critica della modernità non implica il suo rifiuto puro e semplice, ma piuttosto il suo superamento. È proprio nel nome del progetto di emancipazione dei Lumi e in quello della costruzione di una società autonoma che noi possiamo, oggi, denunciare il fallimento di questo modello nell?ambito della dittatura arrogante, e oggi trionfante, dei mercati finanziari. La convivialità che Ivan Illich mutua dal grande gastronomo francese del secolo XVIII, Brillat-Savarin (La fisiologia del gusto. Meditazioni di gastronomia trascendente) mira precisamente a riannodare il legame sociale dissolto dall?«orrore economico» (Rimbaud). La convivialità reintroduce lo spirito del dono nel commercio sociale accanto alla legge della giungla e ristabilisce la philia, l?amicizia aristotelica.

3 ? «Società della decrescita», perché si tratta di fare meglio o di più, con meno. Non tanto con l?intento economico di razionalizzare sempre più, ma con quello, al contrario, di riscoprire la gratuità, il dono, e di uscire dalla morsa di acciaio dell?economia mercantile. La scommessa della decrescita coincide, dunque, con il trionfo della qualità sulla quantità. Il suo punto d?arrivo, secondo la formula di Illich, altro non è che «la gioiosa ebbrezza della sobrietà volontaria». L?autolimitazione riduce gli sprechi. Vivere semplicemente perché gli altri possano semplicemente vivere, diceva Gandhi. Se c?è ascesi, è ascesi dello spirito. Non si tratta certo di arrivare al masochismo sacrificale ma, al contrario, di ritrovare i sapori e i saperi dei cibi terrestri contro una sovrabbondanza fittizia e contraffatta.

4 ? È qui che si intrecciano le tre culture: quella sapiente, quella tradizionale e quella gastronomica, e il loro dialogo può essere fecondo. È un dialogo essenziale, non tanto per ciò che attiene al buon funzionamento dell?economia, quanto piuttosto per salvare la società e l?umanità dall?economia.
L?arte culinaria, l?arte della tavola, è al contempo una metafora dell?arte del vivere e una sua infrastruttura biologica? L?arte con la A maiuscola: è questo il solo ambito nel quale l?estimatore è alla pari con l?artista? Un estimatore di vino non è un bevitore dilettante, ma un conoscitore. Anche nell?alta cucina, come ricorda con umorismo Molière nell?Avaro, si tratta di fare meglio con meno? Sia nel caso che si possegga il «dono» («rosticcieri si nasce»), sia nel caso che «l?arte» sia acquisita («salsieri si diventa»).

Il saper fare artigiano, da parte sua, persegue «l?opera bella». Nel medioevo, l?università comprendeva le corporazioni dei mestieri, come ad esempio l?Università dei Calzolai che donò la magnifica pala d?altare che si può ammirare nel duomo di Torino. Questo saper fare artigiano è anch?esso strettamente legato a un saper vivere. La sua economia, certo importante, è profondamente «incastonata» (embedded) nell?ambito del sociale, per riprendere l?immagine del grande antropologo Karl Polanyi. Osserviamo, d?altronde, come i grandi antropologi abbiano colto il legame fondamentale tra la cucina e la cultura (l?intera opera di Claude Levi-Strauss ne testimonia: Il crudo e il cotto; Dal miele alle ceneri; Le origini delle buone maniere a tavola ecc.; ma citiamo anche Jean-Pierre Vernant, con il suo La cucina del sacrificio in terra greca).

La cultura sapiente, infine, quella che rivendica la sua appartenenza alla tradizione umanista del Rinascimento e alle arti liberali dell?Università degli esordi e delle Accademie, lavora per il benessere dell?uomo e del cittadino nella città. Essa denuncia le malefatte della tecnoscienza dominata dall?economia del profitto (la crematistica di Aristotele) e dimentica delle proprie finalità. Il nostro Rabelais ci ricorda che la scienza senza coscienza non è che rovina dell?anima. Essa usa la ragione, certo, ma relegando il razionale dentro i limiti del ragionevole.

5 ? Cucine sapienti o popolari si uniscono con le culture sapienti e popolari, quelle dell?Accademia e dei laboratori, per denunciare i deliri del «cibo spazzatura» fonte di malattia (dall?obesità al cancro). La lotta di José Bové contro i McDonald?s e gli altri fast food è anche una lotta contro le lobby delle multinazionali del settore agro-alimentare (chimica, biologia, semi, concimi), contro gli ogm (insieme ai Faucheurs volontaires, «Falciatori volontari»), contro i pericoli delle biotecnologie (manipolazioni genetiche, concimi chimici, pesticidi e altri prodotti agrotossici). La volontà di Bruxelles, e dei tecnocrati corrotti dalle lobby, di bloccare il libero scambio dei semi e l?uso del macerato di ortica (pesticida tradizionale e naturale di comprovata efficacia) è una aggressione scandalosa. Il ritorno o la reinvenzione di una (agri)-cultura contadina, che significa anche artigianale, fondata sul sapere millenario della diversità delle specie e sulla saggezza della varietà dei sapori è parte della medesima lotta.

Basti pensare che mangiando un chilo di carne del supermercato consumiamo, in realtà, sei litri di petrolio, senza contare i residui di pesticidi, di concimi chimici e di Pop (Persistent Organic Pollutants, inquinanti organici persistenti); o, ancora, di Cmr, sostanze cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione. Si può illustrare la lotta contro l?uniformizzazione suicida portando l?esempio del vino (come mostra il film Mondovino). La riduzione parkeriana (dal nome del famoso wine-writer americano Parker) dei vini a pochi vitigni dai sapori omologati (cabernet e merlot) porta a ogni genere di abuso e di manipolazione (per esempio la segatura di quercia nelle botti) e presto ci darà il vino in lattina di alluminio. All?enologia scientifica di un Parker contrapporrei volentieri il dilettantismo illuminato di un Christoph Backer, anche lui americano, ma che vive a Roma ed è autore di un libriccino intitolato: Il vino raccontato ai miei figli.

Infine, sarebbe urgente ritrovare la saggezza della lumaca, simbolo di Slow Food e della decrescita. La lumaca non ci insegna soltanto la necessaria lentezza, ma anche un?altra lezione, ancora più essenziale. «La lumaca» dice Ivan Illich, «costruisce la delicata architettura della sua conchiglia aggiungendo una dopo l?altra delle spire sempre più grandi, poi cessa bruscamente e dà inizio ad avvolgimenti, questa volta decrescenti». Il fatto è che una sola, ulteriore, spira più larga conferirebbe alla conchiglia una dimensione di sedici volte maggiore. Invece di contribuire al benessere dell?animale, lo sovraccaricherebbe.

Ogni aumento di produttività della lumaca servirebbe soltanto a controbilanciare le difficoltà create dall?ingrandimento della conchiglia oltre i limiti fissati dalla sua ragione d?essere. Superato il punto limite di allargamento delle spire, i problemi della crescita eccessiva si moltiplicano in progressione geometrica, mentre le capacità biologiche della lumaca non possono, nel migliore dei casi, che seguire una progressione aritmetica». Il divorzio della lumaca dalla ragione geometrica, che per altro aveva sposato per un certo tempo, ci mostra la via per pensare una società della decrescita, se possibile serena e conviviale, nel rispetto delle tre tradizioni: sapiente, popolare e culinaria.

Serge Latouche è esperto del terzo mondo e della epistemologia delle scienze, è professore emerito presso l?Università di Paris XI.

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