I Moken, gitani del mare

I Moken, gitani del mare
di Margherita Bebi (14 marzo 2007)

Ogni lingua, cultura e tradizione è preziosa, quanto gli uomini e le donne che ne sono portatori: con una lingua che se ne va, se ne vanno anche modi di vivere, di pensare, percezioni del mondo, storie.

Al largo della costa birmana, alcune centinaia di famiglie vivono su piccole barche di legno insieme a cani, polli e tutto quello che possiedono. Vengono chiamati in vari modi, “Moken”, “Salon” o generalmente “nomadi o gitani del mare”, che deriva dal fatto che la popolazione Moken trascorre quasi tutto l’anno migrando come nomadi da un`isola isola all’altra su delle barche, vivendo grazie alla raccolta di frutti di mare e alla pesca. Questo gruppo etnico e` composto da due o tre migliaia di persone residenti nell’area compresa tra le coste meridionali della Birmania, prevalentemente sull` arcipelago di Mergui al confine con la Tailandia.

Il popolo Moken parla una lingua di ceppo malesiano, non conosce alcun tipo di organizzazione politica e ha di rado contatti con il mondo circostante. Normalmente si stabiliscono sulla terraferma solo nella stagione dei monsoni. In passato, nei periodi trascorsi a terra, le attivita` prevalenti dei Moken erano il commercio con i mercanti cinesi e anche la caccia; al giorno d`oggi però, i Moken nelle loro soste a terra vengono solamente sfruttati.

La diffusione dell’oppio tra questa popolazione attraverso i mercanti cinesi ha causato la perdita parziale delle tradizioni e della cultura soprattutto da parte delle generazioni piu` giovani. Poche persone finora sono riuscite ad avvicinarli. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato e la loro sopravvivenza è in pericolo, come del resto quella delle altre minoranze etniche che popolano il Myanmar.

In Birmania, i nomadi del mare sono poche migliaia. La maggior parte e` fuggita intorno all’isola tailandese di Phuket nel corso degli anni ’90, quando la giunta cominciò a trasferirli con la forza sulla terraferma. I militari birmani avevano scoperto la ricchezza che si celava nelle acque circostanti le siole dove vivono I Moken. Fondali ricchi di petrolio e una barriera corallina incontaminata, ideale per diventare il regno dei sub di tutto il mondo.

Le principali multinazionali del petrolio, tra cui Unocal, Total, Premier e Petronas, iniziarono le estrazioni nel golfo di Mergui e moltissimi uomini della marina furono impiegati per sorvegliare le piattaforme. I Moken, non potendo più pescare a Mergui, si spostarono in acque tailandesi, dove però spesso non ritrovarono l’habitat originario. Mogli e figlie cominciarono a prostituirsi nei bordelli della costa. Poi, nel ’97, fu la volta in Myanmar dell’apertura al turismo: il governo birmano strinse accordi con tour operators per consentire escursioni dalla Thailandia alle isole Andamane. Era dal 1948, subito dopo la fine del colonialismo inglese, che i visitatori stranieri non avevano accesso a queste zone.

La giunta accusò i Moken di praticare una pesca dannosa per i fondali e si impegnò a promuovere il cosiddetto “turismo ecologico”, divenuto sempre più di tendenza tra i sub.

I tour operator asserivano che i gitani del mare potevano mettere a rischio la barriera corallina e che dovevano, dunque, essere “civilizzati ed educati dal governo”. Così a decine vennero trasferiti sull’isola di Bocho e obbligati ad abbandonare lo sciamanesimo per convertirsi al buddismo. Le condizioni dei Moken continuano a peggiorare. Le autorità birmane hanno allestito il “Festival dei Salon” – nome con cui la giunta chiama i nomadi – trasformando i Moken in un vero e proprio fenomeno da baraccone.

Moltissime persone sono state rapite dai militari e costrette a mettere in scena i balli tradizionali davanti ai turisti. In pochi mesi Bocho, atollo coperto dalla giungla, è stato dotato di ogni comfort turistico: duecento alloggi, una clinica, un palco, una scuola, desk informativi, servizi igienici, rifornimento d’acqua ed elettricità. E decine di persone sono state impiegate come cuochi, camerieri e inservienti. “Hanno forzato intere famiglie a vivere in uno zoo umano”.

I Moken detengono un’incredibile conoscenza dell’ambiente marittimo delle Andamane. Studi recenti hanno dimostrato che i bambini hanno sviluppato la capacità di vedere fino ad alcuni metri sott’acqua. Vi ricordate lo Tsunami che devasto` le coste del sud-est asiatico? Le vittime furono numerosissime, ma i moken si salvarono. Avevano previsto la catastrofe dopo aver osservato l’oceano che si ritraeva. Da sempre la tribù sa che la grande onda, Laboon, è abitata da spiriti del mare negativi, e gli abitanti della zona si sono rifugiati sulle colline per sfuggire all’acqua che si abbatteva sulle coste per saziare la sua fame di uomini e animali.

Questo è solo uno degli esempi di come la mitologia e il ricorrere ad antichissime tradizioni possa realmente aiutare a prevedere gli eventi naturali.

Loro vivono in sintonia con l’oceano. Se i gitani del mare vengono eliminati, ridotti per fini turistici a una parodia di se stessi, criminalizzati o assimilati ad altri gruppi più vasti, il Mare delle Andamane perderà i suoi guardiani nativi. Questa popolazione, inoltre, ha molto da insegnare al mondo riguardo all’uso sostenibile di risorse scarse”.

La drammatica vicenda dei gitani del mare riporta l’attenzione sul boicottaggio del turismo nei Paesi colpiti dalle dittature. In Myanmar una campagna di boicottaggio dei viaggi fu lanciata a fine anni ’90 dalla stessa Aung San Su Kyi, leader democratica birmana e Nobel per la pace agli arresti domiciliari dal maggio 2003.

La questione in realtà è controversa. Da una parte Suu Kyi accusa il turismo straniero di arricchire i militari che controllano e posseggono gran parte delle infrastrutture e delle attrazioni. Dall’altra i tour operator rispondono che il flusso di viaggiatori rappresenta un contatto vitale con il mondo esterno e dà da vivere a molti birmani. “Ma non tengono conto del contesto sociale e politico birmano”.

La Birmania nell’immaginario collettivo resta un Paese esotico, fuori dalle rotte tradizionali. Dopo i fatti sanguinosi del maggio 2003, quando Suu Kyi fu rapita e arrestata e cento suoi seguaci vennero uccisi, la campagna è stata rivitalizzata e rivolta direttamente agli utenti. Intanto, però, sono sempre di più i viaggiatori che si recano nel Paese asiatico (circa il 27 per cento in più nell’ultimo anno) per rincorrere il sogno di un paradiso…perduto.

E i moken? Questi misteriosi nomadi del mare, cacciatori-raccoglitori di cui sappiamo molto poco. La loro e` la vita dell’Asia di un tempo allo stato puro che ti salta alla gola, con i suoi sarong e gli sguardi scontrosi. Nelle isolette al largo della costa tra la Birmania e la Tailandia tuttoggi si fanno quei mestieri che nella nostra cultura rappresentano il passato: la fucina col mantice, l’intaglio del legno, le fabbriche di candele (assolutamente necessarie in una città che può contare solo su poche ore di elettricità al giorno, e nemmeno tutti i giorni), la manifattura dei sigari, grande specialità locale, e gli immancabili laboratori di spaghetti di riso.

Partendo dal porto costruito su uno dei bracci del Tenasserim, si dirama una complessa rete di canali lungo i quali i cantieri navali, le officine per le riparazioni delle barche. Il quartiere popolare si è sviluppato proprio all’imboccatura del fiume, dove galleggiano le imbarcazioni. che non sono cambiate per niente da secoli: le kabang sono piroghe monossile, scavate in un unico tronco, caricate di merci d’ogni tipo e spinte a braccia con una pertica.

Salpando alla volta dell’arcipelago, si scopre una regione in cui nessun occidentale ha messo piede da 50 anni.

In lontananza, i delfini attendono la partenza della barca assieme alle maestose razze. Circumnavigando Domel, colonizzata dai birmani dominatori che cacciarono tutti quelli che non si adattavano, i moken soprattutto si procede verso le Sisters Islands, cinque minuscole isole-paradiso – Violette, Elisa, Jeanne, Anne, Charlotte – che i moken chiamano “Le dita della mano”.

E` qui che vive il popolo moken. Noti per sfuggire qualsiasi contatto esterno e per resistere alle ricerche. Se si fa attenzione si potranno vedere ben nascoste sotto il fogliame, delle case costruite con foglie di pandàno.

Qui vive il popolo moken. La gente vive alla giornata. Raccolti difficili, la violenza, le morti misteriose, la scissione dei gruppi… tutto sembra andare storto in queste terre ai confini del mondo. Nel mare le imbarcazioni moken. Seduti, accovacciati o distesi all’ombra di giganteschi ficus, le donne e i vecchi fanno bollire e poi asciugare sul fuoco dei cetrioli di mare (una volta seccati, verranno venduti ai cinesi, che li considerano un potente afrodisiaco).

Sono le imbarcazioni dei moken alle prese con le loro tradizionali occupazioni. Le famiglie moken trascorrono a bordo sei-otto mesi all’anno, vivendo di raccolta nella foresta e tuffandosi lungo le barriere coralline, sfruttando senza tregua una zona del litorale estremamente ricca.

Qui fra le isolette gli uomini moken pescano. Le loro imabarcazioni offrono uno spettacolo impagabile con quel loro incessante balletto sulle acque traslucide. È sorprendente la tecnica secolare con cui vengono costruite queste imbarcazioni: le loro incavature rappresentano il corpo umano, con la bocca e l’ano aperti, a ricordo della storia di questo popolo condannato a vivere in mare dalla maledizione di una regina in preda alla collera. Questi battelli aperti simboleggiano il divieto di accumulare e quindi di arricchirsi. Tra i moken, infatti, nessun individuo è superiore a un altro. All’insegna di un rigoroso egualitarismo, questi nomadi vivono seguendo il ritmo della natura, bersaglio privilegiato per tutti i poteri di ieri e di domani – dagli inglesi ai birmani, dai comunisti ai liberali. Le imbarcazioni fungono anche da sedile in occasione delle riunioni del villaggio. Tutto è calma e tranquillità e l’atmosfera che regna pare quasi studiata.

A terra nelle isole piu` vicino alla costa dei ponti separano un villaggio malese da una comune moken, a sua volta diviso da un altro ponte da un villaggio indiano. Ufficialment per rispettare le le diverse etnie e per preservare la “razza” moken. In realta` e` per emarginare I moken e per proteggere i dominatori da un miscuglio etnico giudicato impuro. Perché i moken sono considerati selvaggi e incapaci…

Che ne è stato del mito degli ultimi uomini liberi della Birmania, degli ultimi nomadi del mare che vivevano ai confini del mondo? Quale sara` il futuro per un popolo che che disdegna completamente il denaro e il commercio? Il loro territorio è sempre più ridotto e la soluzione ideale non esiste, sospeso com’è fra un avvenire thailandese in uno zoo culturale e un’integrazione più o meno volontaria. Eppure rimane ancora una speranza per questa gente che da secoli resiste con forza ai pirati malesi e siamesi, ai coloni inglesi e ai militari di tutti i tipi. Bisogna avere fiducia in questi spiriti liberi.

I Moken sono un simbolo unico di libertà e indipendenza. ” Non si fanno condizionare dallo stile di vita delle altre popolazioni…Continuano a resistere alla vita moderna, al materialismo e alla tirannia. Non possiamo prevedere cosa accadrà loro”. Per il momento, non ci resta che meditare e pensare alle “isole nomadi, ed a un popolo libero e fiero che non vuole assoggettarsi a regole e costrizioni di altri.

L`autore: Margherita Bebi e` una traduttrice freelance (italiano, francese, inglese, birmano). Dal 2001 lavora per lo Euro-Burma Office di Brussels come Liaison con le Istituzione Europee. Da anni svolge attivita` di collaborazione giornalistica su tematiche riguardanti le minoranze etniche asiatiche e la situazione politica/sociale in Birmania.

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