La nuova alleanza tra chimica e ambientalismo

Da L’Unità, 12 febbraio 2007

ACCORDO
Il WWF e la società dei chimici hanno firmato un’intesa per usare le conoscenze scientifiche a favore dell’ambiente

La nuova alleanza tra chimica e ambientalismo

di Pietro Greco

Il WWF Italia e la Società Chimica Italiana hanno firmato mercoledì 7
febbraio, un accordo ufficiale – testimone Piero Angela, il volto della
comunicazione della scienza in Italia – per perseguire insieme sia l’obiettivo di diffondere una «corretta conoscenza scientifica sulla chimica e le sue dimensioni ambientali» sia l’obiettivo di diffondere le «conoscenze della chimica utili a discutere, affrontare ed auspicabilmente risolvere problematiche ambientali e della salute umana».
Insomma, la maggiore associazione ambientalista d’Italia e una delle più antiche associazioni scientifiche italiane si sono messe d’accordo sia per diffondere la conoscenza della chimica sia per usare la conoscenza chimica per tutelare l’ambiente.
È una novità assoluta. E non solo in Italia. Quasi un modello per
stabilire nuove relazioni tra scienza e società. Per molti motivi.
Il primo riguarda il rapporto specifico tra chimica e ambiente. La scienza chimica tra gli ambientalisti gode, in genere, di una pessima immagine.
Associata com’è all’industria chimica e a una serie di prodotti tossici e nocivi. Molti sostengono che l’ambientalismo di massa è stato inaugurato dalla denuncia di Rachel Carson, a inizio anni ’60 del secolo scorso negli Stati Uniti, dei pericoli associati alla «chimica nei campi» (i pesticidi di sintesi) responsabile della «primavera silenziosa», come recita il titolo del suo fortunato libro, ovvero della morte degli uccelli. Ma altre tappe fondamentali della maturazione della coscienza ambientale diffusa sono associate, da Seveso a Bophal, a gravissimi incidenti nell’industria chimica.
In questo processo, peraltro positivo, di crescita della coscienza ambientale di massa ci sono state molte operazioni di improvvida riduzione.
L’industria chimica ha progressivamente acquisito l’immagine di industria intrinsecamente nemica dell’ambiente. E la scienza chimica è stata
associata ai soli prodotti chimici dell’industria. Dimenticando non solo che la chimica è presente in natura, ma che la natura, soprattutto qui sulla
Terra, è uno (il più) straordinario laboratorio di chimica. E dimenticando anche il contributo che i chimici hanno avuto nell’individuare alcuni tra i grandi problemi ambientali del nostro tempo: da Svante Arrhenius, il primo a immaginare i meccanismi dell’effetto serra già alla fine del XIX secolo, a Paul Crutzen, Mario Molina e Sherwood Rowland, i primi a individuare il
buco nell’ozono stratosferico e le sue cause.
La reazione a queste dimenticanze ha portato molti ricercatori chimici a commettere un errore speculare: considerare quello ambientale un movimento intrinsecamente antiscientifico e, in particolare, nemico della scienza chimica.
Insomma, ne è nato un classico fenomeno di incomunicabilità tra scienza e società.
L’accordo tra WWF Italia e Società Chimica Italiana è, probabilmente, il primo esempio al mondo in cui due comunità incomunicanti iniziano a riconoscersi e a immaginare un percorso comune. E da questo punto di vista l’accordo firmato mercoledì scorso a Roma rappresenta un autentico modello.
Non solo per inaugurare, finalmente, una stagione di dialogo tra chimici (più in generale, ricercatori) e ambientalisti. Se la scienza assume fino
in fondo il suo ideale fondativo baconiano (la conoscenza non deve essere a vantaggio di questo o di quello, ma dell’intera umanità) e gli
ambientalisti riconoscono, come è nello statuto del WWF, che per renderla davvero efficace la loro azione devono fondarla «sulla migliore conoscenza scientifica disponibile», allora diventa chiaro a tutti che scienziati e movimento ecologico non possono in alcun modo essere nemici, ma al contrario sono «alleati naturali».
Ma, a ben vedere, l’accordo raggiunto tra WWF e chimici è un modello di relazioni più generale tra scienza e società. Da molti anni si dice che le università e i laboratori devono darsi una Terza Missione, oltre quelle classiche di formazione e di ricerca. Università e laboratori devono diventare una delle piazze principali dove si svolge il «pubblico
dibattito» intorno agli effetti culturali e sociali associati alla produzione di nuove conoscenze e dove si forma una matura «cittadinanza scientifica». Per realizzare questa missione, università e laboratori devono creare delle vere e proprie «reti sociali» associandosi con organizzazioni, movimenti, gruppi espressione della società, per realizzare progetti comuni non solo e non tanto di diffusione ma anche e soprattutto di utilizzo delle nuove conoscenze.

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