«Prepariamoci: i rifugiati del clima arriveranno»

da L’Unità del del 12 Febbraio 2007

«Prepariamoci: i rifugiati del clima arriveranno»

di Cristiana Pulcinelli

IL RAPPORTO dell’Ipcc sui cambiamenti climatici, le misure da prendere, le conseguenze inevitabili, il ruolo della scuola e quello che possiamo fare noi come cittadini. Ne parliamo con Wolfgang Sachs

«Il nuovo rapporto dell’Ipcc ha rafforzato i risultati presentati nel 2001». Wolfgang Sachs da anni si occupa di cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile per l’Istituto Wuppertal che ha sede in Germania. Il Wuppertal
è uno dei centri di ricerca europei più autorevoli per quanto riguarda il clima e l’ambiente. L’interpretazione che Sachs dà dei nuovi dati forniti dall’Intergovernamental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite è chiara: oggi abbiamo maggiori dettagli, ma la sostanza del problema era già nota, anche se qualcuno faceva finta di niente.
Quali sono i punti che vengono consolidati?
«In primo luogo: il cambiamento climatico è prevalentemente causato dall’uomo. In secondo luogo: se non cambia niente, ci si aspetta un
aumento della temperatura media globale fra 2,4 e 6,4 gradi in questo secolo. C’è da dire, inoltre, che un aumento della temperatura di oltre 2 gradi avrà conseguenze catastrofiche».
C’è accordo su quali siano le misure tecniche da prendere per rallentare i cambiamenti climatici e ridurre i loro effetti? «Mentre c’è un accordo sui dati scientifici, non ci sono in campo delle strategie di mitigazione che mettono tutti d’accordo, anche se quelli che propongono di mettere la testa nella sabbia sono in rapida diminuzione.
Schematicamente parlando, si confrontano due terapie: una dura e una dolce.
La dura scommette sull’espansione del nucleare, l’industrializzazione
della produzione di energia da biomasse (ovvero, da sostanze di origine vegetale o animale non fossili, ndr) e il sequestro della CO2 (ovvero. la creazione di serbatoi sotto il mare o sottoterra nei quali imprigionare l’anidride carbonica per evitare che si disperda nell’atmosfera, ndr). La dolce, invece, punta su una rivoluzione nell’efficienza energetica, sulle fonti rinnovabili, e su una limitazione nella produzione e nei consumi».
Una maggiore efficienza nella gestione delle risorse è una soluzione sufficiente?
«Nessuno si aspetta che migliorare l’efficienza sia una misura sufficiente. È indispensabile e promettente, ma ci vuole anche un cambiamento nell’uso delle fonti. Ma attenzione, anche le energie rinnovabili hanno i loro limiti. Il paesaggio è da proteggere da una eccessiva diffusione dell’eolico, il fotovoltaico richiede materiali, e la superficie coltivata è limitata per produrre abbastanza biomassa. Un’economia basta sulle fonti rinnovabili, quindi, potrà durare nel tempo solo nel caso di un basso livello di fabbisogno energetico».
C’è chi parla di una «società della decrescita». Lei crede che dovremo andare verso un impoverimento delle società o esiste un modello di
sviluppo economico e sociale compatibile con la salvaguardia dell’ambiente?
«Le possibilità di un modello diverso esistono, ma non saranno realizzate senza battaglia. Quando parlo di battaglia, intendo due cose distinte: la prima battaglia è contro gli interessi dell’economia del petrolio nell’industria e nella politica; la seconda battaglia è culturale, per favorire i micro-cambiamenti nella società e le micro-installazioni sul territorio. In breve, il cambiamento deve avvenire dal basso e dall’alto».
In Gran Bretagna pensano di introdurre nelle scuole lo studio dei problemi ambientali e dei rischi climatici. Può essere utile?
«Certo, è utile. Ma bisogna ricordare che la migliore scuola è la vita. Questo vuol dire che se non cambiano gli adulti, se non cambia la vita professionale e il dibattito politico, la scuola non farà la differenza. E poi, lo scontro nel campo del sapere si svolge perlopiù nel mondo accademico. Bisogna chiedere che chi si occupa di produzione di conoscenza – dagli ingegneri agli storici passando per gli architetti e gli agronomi – affronti la fine della civiltà industriale, perché di questo si tratta, e progetti vie d’uscita»
Le conseguenze dei cambiamenti climatici ci saranno comunque. I paesi non dovrebbero pensare, oltre che alla prevenzione, anche a prepararsi a quello che avverrà?
«Purtroppo è così. L’incapacità e, diciamolo pure, il menefreghismo criminale delle élite globali e nazionali nei confronti della minaccia ambientale comincia a costare caro. I viticoltori devono piantare altre varietà di vite, dighe devono essere alzate, i ghiacciai porteranno meno acqua dolce dalle Alpi, ma anche dalle Ande e dal Tibet, fra poco dovranno essere evacuate le prime isole nel Pacifico. L’industria del turismo, l’agricoltura, le aziende per l’approvvigionamento idrico, le assicurazioni contro danni e catastrofi sono consigliati di rivedere i loro modelli commerciali. E i centri d’accoglienza (quelli veri) farebbero meglio a prepararsi all’arrivo di ondate di rifugiati ambientali cacciati dalla siccità dell’Africa».
Chirac a Parigi ha detto che è il momento di una rivoluzione. Pensa che la politica abbia accettato la realtà dei cambiamenti climatici?
«La proposta di Chirac ed altri di fare dell’Unep una Organizzazione mondiale per l’ambiente è un buon inizio. In parallelo a un Kyoto 2, ci vorrebbe un accordo multilaterale sulla cooperazione tecnica e finanziaria per la diffusione delle energie rinnovabili e decentralizzate nel mondo. Inoltre, ci vogliono i “guardrail” contro i combustibili fossili. I commissario europeo Dimas è sulla strada giusta: norme per i motori delle auto e anche l’abbassamento delle emissioni, permessi nel quadro dell’emissions trading (un sistema per lo scambio di quote di emissione di gas serra tra diversi paesi, ndr). E poi, norme per un massiccio risparmio nelle case, ed incentivi per le rinnovabili, incluso la biomassa, attraverso una legislazione che favorisca la produzione piccola e decentrata».
C’è qualcosa che ognuno di noi, singolo cittadino, può fare?
«Comprare macchine, frigoriferi, lavatrici che abbiamo un basso consumo energetico. Isolare le case, lasciar perdere i condizionatori d’aria. Prendere l’abitudine di viaggiare in tram e treno o, se possibile, in bicicletta. Comprare cibo biologico, perché quello convenzionale richiede molta più energia, oltre ad avere una qualità peggiore. Poi, scegliere un fornitore di elettricità verde, cioè da fonti rinnovabili, e scegliere per i propri risparmi fondi d’investimento ecologici. Insomma, vedere nel consumo anche un atto politico».

Chi è

WOLFGANG SACHS, laurea in sociologia e teologia, si è da sempre interessato ai temi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Oggi lavora in Germania come ricercatore al Wuppertal Institute per il clima, l’ambiente e l’anergia,ma insegna anche all’università di Roma La Sapienza e allo Schumacher College in Inghilterra. Sachs si occupa in particolare di globalizzazione, sviluppo e ambiente. Dal 1993 al 2001 è stato direttore di Greenpeace Germania. Ha scritto numerosi libri, tra cui: «Dall’efficienza alla sufficienza», Anima Mundi 2005; «Ambiente e giustizia sociale. I limiti della globalizzazione», Editori Riuniti 2002.

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