Cinema: “Tsotsi” di Gavin Hood, 2006

Il suo nome è Tsotsi

Tsotsi (che nello slang parlato a Soweto vuol dire ?bandito?) viene chiamato un giovane delinquente con un viso durissimo che si aggira negli squallidi slum di Johannesburg in Sud Africa con la sua banda, seminando violenza e paura Fa anche paura a noi spettatori che assistiamo nelle prime sequenze di questo bellissimo film di Gavin Hood a un?esplosione cieca di rabbia e di distruttività, che porta il ragazzo a rubare un?auto e a ferire gravemente la donna che ne è la proprietaria. Il tutto accompagnato da una colonna sonora che ne acuisce l?effetto drammatico e stordente .
Ma il film non è come molti documentari socio-antropologici, per altro pregevoli, una semplice denuncia sulle condizioni di vita estremamente miserabili e a rischio in cui versano giovani e bambini in Sud Africa. O meglio lo è, ma con la tecnica raffinatissima di una fiction che colloca in questo sconvolgente paesaggio urbano, fatto di baracche, immondizia, lugubri bar, una storia di redenzione.
Nel sedile posteriore della macchina Tsotsi presto scopre che qualcuno piange. Tsotsi, sconvolto, alla guida della macchina che ha appena rubato non è solo. Con lui c?è un neonato, bello, grasso, che prima piange, poi smette di piangere, sorride e lo guarda. Da questo momento Tsotsi non è più solo con la sua spietatezza, con la sua disperazione, con la sua voglia di fare del male agli altri. Qualcosa nel suo cuore ha deciso che il bimbo va salvato e che un po? gli appartiene. E per questo nel suo tugurio, deposto il bebè sul suo letto marcio, cerca di lavarlo e poi di nutrirlo, malamente come può fare uno come lui.
Ma quando torna a casa dalle sue scorribande cerca subito con lo sguardo il piccolo e lo vede aggredito da insetti e da tutto lo sporco che c?è in quel luogo. Ne ha pena e allora cerca delle soluzioni che permettano al bambino di vivere. Incontra una mamma che allatta dolcemente, con cura il suo figlioletto. Tsotsi entra nella piccola casa, linda, persino graziosamente arredata e come sa fare lui, con la pistola in pugno, intima alla donna di allattare anche il ?suo?bambino. Impaurita lei lo fa, e sistema il neonato con mani esperte. Qui si incontrano due solitudini perché il film ci dice che il marito della donna, ritratto in una fotografia, non è più tornato da una qualche guerra.
Il ritmo è serratissimo e le inquadrature sempre di forte impatto emotivo, ma se il film si fermasse qui forse sarebbe una storia sentimentale, un po? sdolcinata.
Non è così perché il regista indaga in flash back sul passato di Tsotsi, e allora in pochi minuti capiamo che a Tsotsi è stata rapita l?infanzia: lo vediamo bambino vicino alla mamma malata di Aids, piaga del Sud Africa, che gli tende la mano, mentre il padre stravolto dall?alcool urla al bambino di stare lontano dalla donna. Quali disastri interiori può compiere un gesto del genere che impedisce a un figlio di esprimere pietà verso la madre morente ?
E bambini e bambine con la stessa espressione dolente, con indumenti laceri addosso incontriamo nelle strade di Johannesburg, in quelle che forse sono le loro abitazioni, improbabili avanzi architettonici di edifici mai finiti: future bande di gangster, ora tristi gruppi di ?diseredati della terra?, secondo una definizione, purtroppo sempre attuale, di Franz Fanon.
Questi momenti del film ci avvicinano al mondo dei Tribunali Minorili, alle storie talvolta terribili attraverso le quali si ricostruisce la matrice della devianza. Il quadro è a tinte più forti in Sud Africa ma l?essenza del problema o meglio di tanti problemi è tragicamente la stessa.
La storia di Tsotsi però è a lieto fine.
La ragazza a cui Tsotsi chiede di nutrire il bimbo gli dice che non lo farà più, che lui lo deve restituire alla mamma . Non accetta soldi, niente, vuole soltanto che giustizia sia fatta verso quella madre cui è stata tolta brutalmente la creatura. E Tsotsi le chiede timidamente: ?se lo faccio, ci possiamo ancora vedere??. La minaccia con la pistola è lontana.
Aurorali sentimenti buoni, teneri si affacciano al cuore indurito di Tsotsi.
La casa dove vive la ricca famiglia cui è stato tolto il figlio straripa di tutto quel benessere da cui i piccoli gangster del Sud Africa sono tenuti lontani e che tanto li attrae. Forse nessuno è innocente, neanche chi può esibire stanze enormi ricoperte di giocattoli per il dorato bebè.
Tsotsi s?avvicina a questa casa col bimbo in braccio e parlando col padre al citofono dice che vuole restituirlo. Interviene la polizia e tutti pensiamo che l?ultimo atto della tragedia si compia. Invece Tsotsi, come gli viene intimato, mette nelle braccia del padre il bambino e alza le mani. La giustizia farà il suo corso, e l?ennesima violenza non avverrà.
Ma com?è il volto di Tsotsi ora? Quello che faceva paura nelle prime sequenze del film? E? solcato da lacrime per la consapevolezza della sua infanzia malamente perduta e per la perdita della cosa più preziosa che ha mai avuto con sé: una vita che per qualche tempo è dipesa da lui e gli è stata accanto.
Il bravissimo attore è Presley Chweneyagae e qualcosa nei suoi tratti ci ricorda il giovane Mandela.
Il film ha avuto riconoscimenti ai più importanti Festival Cinematografici Internazionali, tra cui il Thessalonoki Film Festival, il Los Angeles Film Festival AFI, il Sundance Film Festival, il Toronto Film Festival, l?Edimburgh Film Festival e ha vinto l?Oscar 2006 come miglior film straniero.
Si ispira al libro del famoso drammaturgo sudafricano Athol Fugare, Tsotsi uscito nel 1980: ancora una volta l?impegno civile vede camminare insieme espressione cinematografica e letteratura.

Tsotsi di Gavin Hood , 91?, 2006, The U.K [email protected] Production Company, The Industrial Development of South Africa, The National [email protected] Foundation of South Africa.

Laura Operti

In allegato questo testo in file di word

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