Cinema: “L’enfant” di Jean ?Pierre e Luc Dardenne

Un altro stupendo film dei fratelli Jean ?Pierre e Luc Dardenne sugli schermi italiani L?enfant, Palma d?oro al Festival di Cannes 2005 (100?, col). I film dei due registi belgi, amati dal pubblico e dalla critica, rappresentano drammi umani che s?avvicinano molto a quelli che s?incontrano nelle aule dei Tribunali per i minorenni. Emarginazione, sofferenza e speranza di un riscatto passano sotto gli occhi dei giudici e sono materia dei fascicoli. Nei film, visi teneri e al contempo spregiudicati, storie estreme di delinquenza, con in nuce la possibilità della salvezza; sempre lo sfondo di periferie urbane desolate e fredde, dove le tragedie avvengono. I Dardenne conoscono bene quei luoghi perché lì sono vissuti e ?amano? l?umanità che lì si incontra e per questo ne raccontano le storie.
Ancora un titolo fatto di una parola sola L?Enfant, sottotitolo Una storia d?amore. Ma il protagonista non è lui, il piccolino di sole tre settimane, che quasi non vediamo, infagottato com?è in una giaccavento troppo grossa per lui, come succede in tutte le famiglie povere. I protagonisti sono i due giovanissimi genitori che nelle prima scena del film camminano uno a fianco dell?altro, dopo che lei è uscita da poco dall?ospedale La mamma lo tiene in braccio, stringendoselo addosso affettuosamente, il padre non lo guarda mai, è come se non riuscisse nemmeno a posare lo sguardo su quel figlio, neanche per un attimo . Non lo interessa. Perché ha altro per la testa . E? un ladruncolo e pensa solo ai soldi, anche pochi, che gli servono a mangiare o magari a comprarsi un bel giubbotto .Quando la ragazza, che vive di un piccolo sussidio di disoccupazione, gli suggerisce di accettare un lavoro da fattorino, lui risponde distrattamente ?non mi va di lavorare è roba da coglioni?. E allora, attraverso la frequentazione di delinquenti ignobili, più adulti di lui, nasce l? idea perversa: vendere il bambino al racket delle adozioni illegali . Lo fa con un po? di ansia , poi va dalla madre con la carrozzina vuota e le dice ?l?ho venduto, ne facciamo un altro?.
. L?antefatto finisce e il film forse comincia qui, perché i registi vogliono raccontare lo storia di una presa di coscienza da parte di un ragazzo che vive male, che è tristemente solo, dal punto di vista famigliare e sociale e che si copre di una colpa orrenda come vendere un figlio, ma che può capire dove sta precipitando e può fermarsi.
La ragazza sviene, viene ricoverata in ospedale e allora Bruno, così si chiama il giovane, si spaventa e va a riprendere il bambino restituendo i soldi. Il bambino ritorna nelle braccia della madre, ma Sonia, così si chiama la ragazza, non ne vuole più sapere, lo caccia di casa, lui e la carrozzina , che le ricorda l?episodio maledetto. Bruno continua a rubacchiare finché un giorno un piccolo socio di malaffare, un quattordicenne magro, con la faccia spaventata sta quasi per morire assiderato in una delle loro sciagurate azioni criminali .Bruno si consegna alla polizia e va in carcere . Qui la fuga dalle responsabilità di uomo , di padre , di cittadino ha fine e avviene il riavvicinamento con Sonia che lo va a trovare . Bruno a questo punto della sua vita può fermare lo sguardo sul volto di Sonia, stringerle le mani, accarezzarle i capelli e piangere .
I Dardenne s?immergono in una materia così dura, così angosciante, con la sola forza delle immagini dei corpi sempre inseguiti dalla macchina da presa, coi rumori della strada, senza alcuna musica . ?Ci pare non serva? dicono gli autori .
E anche noi pensiamo che la profondità delle cose che ci dicono e il messaggio di civiltà che mandano a un mondo talvolta tremendamente fatuo, non richiedano alcuna musica.
Laura Operti
già giudice onorario del Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d?Aosta

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