L?’impronta? Sì, ma quella? ecologica – Nanni Salio

Tutti ricordiamo l?’11 settembre 2001: una data fatidica entrata prepotentemente nella storia. Ma pochssimi ricordano un altro 11 settembre, all?inizio del secolo scorso! Era il 1906 e Gandhi decise di sfidare il governo boero lanciando una campagna di disobbedienza civile per protestare contro la ignominiosa legge che obbligava tutti gli immigrati indiani, turchi e arabi residenti in Sud Africa a ?munirsi di un certificato di identità, a fornire le impronte digitali e a farsi ?marchiare? il corpo per poter essere facilmente identificabili?. (Dennis Dalton, Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, ECIG, Genova 1998, p. 34). ?Per Gandhi la nuova legge non era soltanto discriminatoria ma profondamente umiliante, in quanto trattava gli indiani alla stregua dei criminali comuni?. Ebbe così inizio la campagna di disobbedienza civile: gli indiani dovevano rifiutarsi di farsi registrare, anche a costo di essere arrestati.

 

Sembra che il pendolo della storia ci stia riportando ai tempi più bui dell’?umanità, quando imperavano razzismo, intolleranza, nazifascismo, guerra. In simili frangenti è importante trarre ispirazione da chi, prima di noi, con grande coraggio, intelligenza e creatività ha saputo affrontare situazioni estremamente difficili senza far ricorso ad altra violenza, ma suscitando il potere dal basso, il potere della nonviolenza. Diamo allora nuovamente la parola a Gandhi: ?Quello che ci apprestiamo ad attuare è un proposito molto importante, poiché la nostra stessa esistenza in Sud Africa dipende dalla sua totale osservanza?. Egli insiste sul momento cruciale di quella scelta che doveva essere suggellata con un patto da non infrangere, con un giuramento: ?Se, dopo aver fatto questo giuramento, violassimo la nostra promessa, saremmo colpevoli di fronte a Dio a agli uomini?. Ricordando quegli eventi, Gandhi li avrebbe definiti ?l?avvento del satyagraha?, il metodo di lotta nonviolenta col quale ci si propone di liberare dalle ?catene della violenza? sia gli oppressori sia gli oppressi, sia i ricchi sia i poveri.

 

Dopo poco meno di un secolo da quegli eventi, nella civilissima e cattolicissima Italia un manipolo di signori e di signore della cosiddetta ?casa della libertà? intende riproporre quella stessa norma liberticida in aperta violazione dei più elementari diritti umani. Oltre a coloro che sono apertamente d?accordo, c?è chi minimizza con argomenti del tipo ?l?impronta digitale non è più razzista d’?una fotografia? (Lorenzo Mondo, “La Stampa”, 2 giugno 2002). Ma come è stata proposta è discriminatoria, tant?è che sinora viene utilizzata solo per chi viene arrestato e va in carcere. Ed è uno dei tanti passi che si vanno compiendo verso forme di controllo da ?stato di polizia?, che peraltro risulteranno palesemente inefficaci contro i veri problemi della criminalità organizzata e della legalità (mafie, camorra, tangentopoli, corruzione dei ?colletti bianchi?, conflitti d?interesse, ineleggibilità del premier, monopolio delle televisioni).

 

L’?unica impronta veramente importante che dovremmo cominciare sistematicamente a stimare e calcolare per ciascuno di noi è quella ?ecologica?, ovvero il peso col quale passiamo la nostra breve esistenza su questo pianeta, sottraendo a molti altri esseri umani e non umani le risorse indispensabili semplicemente per vivere.

 

Se rientrassimo dentro i ?limiti della crescita?, dentro i ?limiti della biosfera?, se non rubassimo le risorse altrui e non intaccassimo così pesantemente il capitale naturale del nostro pianeta, contribuiremmo allo stesso tempo a risolvere anche il problema dal quale nasce la questione dell’?altra impronta, quella digitale. Riducendo la nostra impronta ecologica, aiuteremmo finalmente e concretamente le altre popolazioni a vivere dignitosamente nel proprio territorio senza doversi sottoporre ai ricatti e ai pericoli della gigantesca migrazione in corso.

 

Contro leggi ingiuste, Gandhi ci sprona a non aspettare, ad agire e a disobbedire attraverso campagne di disobbedienza civile nonviolenta prima che sia troppo tardi, come ci ricorda il monito, ahimè sempre più attuale, lanciato da Martin Niemoller durante il nazismo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Essi vennero contro i comunisti
e io nulla obiettai
perché non ero comunista;
essi vennero contro i socialisti
e io nulla obiettai
perché non ero socialista
essi vennero contro i dirigenti sindacali
e io nulla obiettai perché non ero dirigente sindacale;
essi vennero contro gli ebrei
e io nulla obiettai
perché non ero ebreo;
essi vennero contro di me
e non era rimasto
nessuno a obiettare.

 

La lista dell?’intolleranza si allunga e potremmo aggiungere: essi vennero contro nomadi, arabi, kurdi, cingalesi, omosessuali, squatter e io non ho obiettato perché non ero nomade, arabo, kurdo, cingalese, omosessuale, squatter.

 

Impariamo a obiettare prima che sia troppo tardi!

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